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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:22
Perchè tanto silenzio sui miliardi di euro dell’Antimafia?

Fabio Cammalleri

Dopo che per anni i giornalisti della piccola Telejato diretta da Pino Maniaci avevano suonato l'allarme che nessuno voleva ascoltare, finalmente si indaga sulla gestione di beni sequestrati e confiscati per mafia in seno al Tribunale di Palermo. Ma i reati supposti potrebbero celare molto di più, e risultare un comodo capro espiatorio. Bisogna allargare lo sguardo,  guardare l’insieme e non darsi alla fuga. Se vi riesce
Immagine tratta dal sito www.nonsprecare.it
Immagine tratta dal sito www.nonsprecare.it
Segnatevi questa frase: “...non ci vuole nulla a combinare un’accusa di associazione mafiosa, basta un contatto, uno scontrino, un’intercettazione fraintesa o manipolata, un documento che lasci supporre una presunta amicizia pericolosa, magari del padre o del nonno ed è fatta. Il denunciato dovrà preoccuparsi di dimostrare la legittimità di quello che possiede; ma, anche se fosse in grado di farlo, dovrà andare incontro a una serie di rinvii giudiziari, scientificamente studiati, che durano anni e che finiscono col distruggere la vita dell’incauto oltre che le aziende e i beni che gli sono sequestrati.”
L’ha scritta Salvo Vitale, coraggioso come Peppino Impastato, di cui era amico e, come si diceva una volta, compagno di lotta. A Cinisi contro Gaetano Badalamenti, oggi, insieme a Pino Maniaci, anima e corpo di Telejato, contro.... Ora vedremo di che si tratta.  
Intanto rilevo che né Salvo Vitale né Pino Maniaci hanno mai pensato alloshow business: libri di successo (e di insuccesso), prime serate, inchieste con telecamera fissa, con la musichetta, con il maxischermo al posto della lavagna del maestrino millenial, giornaloni, soldi. Sì, soldi: perché sempre i soldi contano; e si contano.
No, questi due hanno fatto i giornalisti senza rimanere incollati al terminale o alla telecamera. Si sono messi a cercare, per strada, parlando con le persone, leggendo documenti: e hanno dubitato che il Tribunale di Palermo, Sezione  Misure di Prevenzione, presentasse qualche problema di funzionamento.
In particolare si sono occupati di sequestri e confische. Beni patrimoniali: terreni, fabbricati; aziende: conti correnti, beni aziendali, fatturato, stipendi, cioè flussi finanziari da e verso fornitori: soldi. Un sacco di soldi. Ma, più esattamente, bisogna considerare i flussi.
Cosa è accaduto, lo spiega chiaramente lo stesso Maniaci a Giulio Ambrosetti, che meritoriamente lo ha intervistato per questo giornale e, se non sbaglio, si tratta ancora di un pezzo unico. Riassumo brevemente: la Procura di Caltanissetta ha avviato un’indagine che coinvolge, fin qui, quattro magistrati e svariati professionisti: perchè si sospetta che abbiano gestito i flussi, anziché le aziende. Amministratori giudiziari infedeli, di beni o aziende sequestrate o confiscate per sospetto mafioso. 
Qui interessano alcuni rilevi ulteriori che, senza offesa, in qualche modo depotenziano la rilevanza dell’indagine penale.
Primo. Posto che gli accusati risultassero non colpevoli, non cambierebbe nulla. Perchè il punto non è la loro personale colpevolezza; in sè, sono ipotesi di reato come altre formulate in simili casi. Quello che dovrebbe interessare è il presupposto. Che è di duplice natura: normativa e culturale.
Le denuncie dei due valenti giornalisti hanno già messo in luce il bubbone: che è la struttura normativa e le istituzioni, venutesi sviluppando, nel corso di questi ultimi due decenni, sotto l’insegna della c.d. antimafia. Com’è noto, proprio a partire dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.
Se una stessa persona può legittimamente ricoprire più di novanta cariche, cioè amministrare novanta diverse aziende, non è necessaria la malversazione, per rilevare la mostruosità della struttura normativa che  consente simili concentrazioni di potere.
Se la struttura istituzionale nata da quella struttura normativa è complessa, richiede e coinvolge l’opera di più persone, che hanno colleghi, referenti istituzionali, non è necessario attendere chissà chi, o chissà che, per chiedersi: ma, hanno fatto tutto da soli? Di qui l’analisi del presupposto culturale, per dir così. 
Io sono molto cauto di fronte alle stime, specie nella materia criminale; così, quando si dice che i patrimoni di interesse c.d. mafioso, e amministrati per via giudiziaria, ammonterebbero a circa trenta miliardi di euro, rimango molto cauto. Limitiamoci allora a dire che, però, sono comunque tanti soldi: anche se fossero la metà, o un terzo, di quella cifra.
E che dieci miliardi di euro, considerati come flusso grezzo, e non entro una funzionalità e un criterio aziendale, che vive di margini sui flussi, e non di flussi (altrimenti si fallisce all’istante), dicevo, diciamo che dieci miliardi di euro, pronti in mano, sono una cifra dalle potenzialità tiranniche pressocché indescrivibili. 
Tiranniche, perché sistemiche; non criminali, cioè individuali. Si vuol dire che, a volte, il reato può assolvere alla funzione di utile capro espiatorio, o di foglia di fico. Specie quando si parla di stipendi, per quanto lauti, di benefit, per quanto satrapici. Cioè di minutaglia, rispetto all’intero. Sicchè, non solo è pressocchè irrilevante accertarlo, ma, in un certo senso, controproducente. Per questo scrivevo in quei termini dell’indagine in corso. Un pò di pazienza.
Gli amministratori giudiziari sono nominati da magistrati. E bisogna dire magistrati, e non riferirsi agli uffici, altrimenti si smarrisce il senso delle cose. Messe le mani sui flussi, essendo provenienti da beni colpiti da scomunica maggiore (mafia), nessuno potrà inarcare un sopracciglio anche quando le aziende fallissero. O falliscono.
Un qualsiasi gestore deve potenzialmente temere un rendiconto, o durante, o alla fine dell’opera. Se si elimina, di fatto, la possibilità del rendiconto, il flusso è disponibile nella sua interezza, fino ad esaurimento.
I magistrati sono assegnati ai singoli uffici dai loro colleghi del CSM, e la componente togata è maggioritaria (18 su 27, gli altri, al più, negoziano); la componente togata è eletta secondo correnti, organizzate nell’ANM. 
Dieci miliardi di euro liberi. Come nel caso dei quattro magistrati per ora indagati, si stanno accertando le loro consistenze. Gli stipendi, pur cospicui, sono noti. Le eventuali incongruenze, ovviamente estendendo il campo ai prossimi congiunti, sono agevolmente accertabili. 
Il silenzio ostinato con cui tutti i maggiori giornali (in realtà note Lobby politico-finanziarie, che hanno assunto un ruolo politico patrizio e impropriamente ma efficacemente decisorio) stanno affrontando una vicenda che appare essere, semplicemente, il centro del sistema, è innaturale. 
E, più che innaturale, è insolente, come rileva lo steso Maniaci, che Milena Gabanelli, Michele Santoro, Rosy Bindi, Claudio Fava, ciascuno per la sua parte (dal ricco cortigiano al servo sciocco) abbiano nicchiato a precise richieste di intervento, e di sostegno alla ricerca, avanzate da Maniaci.
In linea col doppio binario gli interventi di Don Luigi Ciotti: “parcelle spropositate che finivano nelle mani di pochi amministratori, ma anche ritardi”; e di Giancarlo Caselli: “Silvana Saguto è una delle donne economicamente più potenti di Palermo”. Ma sì, è solo, una pur preoccupante, questione di scrocconi, per questo non vi siete precipitati in prima serata, come ai bei tempi. Non è vero?  
Certo, il silenzio, aggiunto alle dichiarazioni pro forma, significa che dalla Sicilia si è preso quello che si doveva prendere, in termini di costruzione del consenso e di potere; ma significa anche che vent’anni di scempio delle coscienze e delle istituzioni hanno prodotto scorie tossiche al sommo grado: da tenere assolutamente nascoste. Altro che terra dei fuochi. 
Dieci miliardi di euro. E un sistema connesso in minutissimi legami, tale per cui la nomina a dirigere un ufficio periferico determina quella a dirigerne uno importantissimo, magari distante due ore di aereo e, insieme, nè è determinata. Un sistema in cui i magistrati che accusano e quelli che giudicano sono colleghi. In cui, come nel corrente caso, a fronte di sospetti gravissimi, l’unico effetto imposto dalla struttura è spostarsi di una decina di passi ad un’altra stanza (il presidente Saguto, ora non è più Presidente del Tribunale, Sezione misure di Prevenzione, ma magistrato con altre funzioni). Un sistema che sui cadaveri di Falcone e Borsellino ha eretto una legittimazione emotiva che ha strattonato e percosso vent’anni di vita pubblica e istituzionale.
Considerate i dieci miliardi di euro e la frase con cui abbiamo cominciato; poi aggiungete la storia d’Italia lungo l’asse Palermo-resto d’Italia. Considerate i coriacei silenzi dei Grandi Virtuosi e, con la mente al paradigma-Uno Bianca, considerate i singoli, le persone, le loro case e tutto quello che è loro, e ciò che gli è riconducibile senza soverchie difficoltà. Considerate tutto il potere che hanno amministrato e amministrano. Considerate le loro carriere, le nomine, le elezioni, la forza, che questa organizzazione ha dimostrato e dimostra, di annichilire il peso formale di decine di milioni di voti, comunque espressi: e  provate a fare una somma.
Troverete i soldi. Una montagna di soldi da spartirsi per una miriade di interessi, anonimi, quasi invisibili, ma che pure nascono e vivono insieme. Così, sopra la montagna di soldi, troverete la Tirannia. Dal centro alla periferia, e dalla periferia al centro.
Ma prima i soldi, bisogna cercare i soldi: quelli veri. Diceva Falcone. 

Venturi: “Trame e affari torbidi, la svolta antimafia di Confindustria è solo un inganno”


Parla l’imprenditore presidente dell’associazione per la Sicilia centrale ed ex assessore del governo Lombardo: “Con Montante accaduti fatti inquietanti. A parole si esibisce il vessillo della legalità, nei fatti si fanno gli interessi dei clan. È un doppio gioco. Vivo in un mondo pericoloso e ho paura di quello che mi può succedere. Ma ora denuncerò tutto ai magistrati"
MARCO VENTURI 



CALTANISSETTA. C’è una voce "dal di dentro" che rompe un silenzio di tomba in Confindustria Sicilia. Per la prima volta una figura rappresentativa degli imprenditori dell’isola parla dell’indagato di mafia Antonello Montante e del "grande inganno della rivoluzione" portata avanti dalla sua associazione, confessa di "avere paura per quello che mi può succedere", racconta di "episodi inquietanti" intorno all’inchiesta giudiziaria aperta sul delegato nazionale per la legalità di Confindustria. Testi avvicinati, pretese di lettere riservate dove si chiedeva di certificare il falso, pressioni "per condizionare l’azione di pulizia nelle aree industriali e fermare Alfonso Cicero, un funzionario regionale che è sempre più a rischio di vita". Si presenta: "Sono Marco Venturi, ho 53 anni, sono il presidente di Confindustria Centro-Sicilia e uno degli imprenditori che nel 2005 insieme a Montante, Ivan Lo Bello e Giuseppe Catanzaro ha creduto nella battaglia contro il racket del pizzo per spazzare via la nomenclatura che governava la Cupola degli industriali siciliani. Quelle che da tempo erano perplessità adesso sono diventate certezze. Da mesi vivo in uno stato di profonda inquietudine che mi ha spinto a uscire allo scoperto".

Perché questa paura?

"Vivo con angoscia dentro un mondo pericoloso che non mi appartiene".

Di cosa sta parlando? Perché non prova a spiegarsi meglio?

"Lo farò con i magistrati che indagano sul caso Montante, ci sono vicende molto gravi che riguardano Confindustria Sicilia e delle quali nessuno ancora è a conoscenza".

Ma lei è uno di quegli imprenditori del nuovo corso siciliano, cosa è accaduto di tanto intollerabile per fare questo passo?

"L’iniziale battaglia contro le estorsioni dei boss ha portato alla ribalta nazionale il nostro movimento, però quando dal livello basso del pizzo ci siamo inoltrati nel cuore del vero potere mafioso siciliano — cioè dentro i grovigli delle aree industriali — ho capito chiaramente che non tutti i miei compagni di viaggio erano interessati ad andare avanti. Al contrario, alcuni me li sono ritrovati contro".
Eppure tutti in Confindustria Sicilia sbandierano il vessillo dell’antimafia..
"È il doppio gioco. A parole qualcuno — che dimostra chiaramente di essere condizionato — sostiene una certa azione, il risultato però è che con i fatti favorisce interessi di mafia. Emblematico è il caso dell’azione legalitaria che conduce da anni Alfonso Cicero, il presidente dell’Irsap, l’ente che ha sostituito gli undici carrozzoni dei consorzi industriali. Quell’azione non è mai piaciuta — nonostante le dichiarazioni di circostanza — al presidente di Confindustria Sicilia Montante. Montante ha sempre tentato di utilizzare per i suoi scopi l’opera di pulizia di Cicero, nell’ombra ha sempre cercato di neutralizzarlo anche se consapevole degli altissimi rischi che corre. Chi non vuole Cicero oggi in Sicilia lo sta trasformando in un bersaglio facile".
Montante ha conquistato una sproporzionata credibilità istituzionale nonostante le dubbie origini per i suoi contatti con Cosa Nostra, a cosa sta mirando realmente Confindustria Sicilia?
"A un certo punto c’è stata una inversione di rotta. Montante non ha fatto come doveva gli interessi degli imprenditori siciliani ma ha intrecciato trame. Commistioni con apparati polizieschi di ogni livello. Per colpa sua Confindustria Sicilia è diventata un centro di potere a Palermo e a Roma, un giro stretto, lui e pochi devoti".
In Confindustria Sicilia ci sono alcuni indagati per reati di mafia e rinviati a giudizio per truffa alla Regione, tutti sempre ai loro posti. E il vostro codice etico?
"Il codice etico non lo si può far valere per gli altri e ignorarlo al nostro interno. Confindustria nazionale è stata zitta per molti mesi: ora mi aspetto che il presidente Squinzi intervenga a tutela della onorabilità della nostra associazione. È il momento di farlo, non si può più attendere. Chiedo solo il rispetto delle regole, cambiare pagina, offrire di noi stessi un’altra immagine".
Quante espulsioni per mafia ha fatto Confindustria in questi anni?
"Che io ricordi nessuna".
Lei è stato assessore regionale alle Attività Produttive — insieme a magistrati come Chinnici e Russo, prefetti come Marino e altri «tecnici» — quando presidente era Raffaele Lombardo, un condannato per mafia. Non si è mai accorto di nulla delle manovre che si facevano in quel governo?
"Il mio obiettivo era quello di bonificare le aree industriali degradate dagli appetiti mafiosi, quando però Lombardo ha rimosso Cicero, che aveva denunciato ai procuratori il malaffare, mi sono dimesso e ho presentato un esposto in procura accusando il governatore di salvaguardare gli interessi dei boss. Dopo di me, con il governo Crocetta, è venuta Linda Vancheri: un assessore che era al servizio totale di Montante".
Ma in sostanza lei cosa andrà a raccontare ai magistrati?
"Episodi inquietanti che mi sono capitati. E sono sicuro che nei prossimi giorni non sarò il solo ad andarci, ci sarà qualcun altro che vorrà parlare con i procuratori. Qualche mese fa Montante e un suo amico esperto in security volevano che io facessi loro da sponda per un’operazione torbida. Sono anche a conoscenza di movimenti strani intorno a chi è tenuto a dire la verità ai magistrati che indagano sul presidente di Confindustria Sicilia".
Sta riferendo vicende molto gravi...
"Non è finita. Montante ha chiesto ripetutamente a un rappresentante delle istituzioni che aveva deposto in commissione parlamentare antimafia una lettera riservata, ma soprattutto retrodatata con tanto di firma".
Cosa voleva esattamente da quel personaggio?
"Che dichiarasse per iscritto a lui una cosa impossibile: e cioè che tutto quello che aveva già riferito alla presidente Bindi nel luglio del 2014 sulle sue denunce e in particolare su Dario Di Francesco — un mafioso che poi si è pentito chiamando in causa lo stesso presidente di Confindustria Sicilia — , era stato suggerito da lui, Montante. Naturalmente non era vero e naturalmente quel rappresentante delle istituzioni si è rifiutato".
Ha parlato tanto di Montante, ma che fine hanno fatto Lo Bello e Catanzaro?

I soldi della Mafia e dell'Antimafia/ Pino Maniaci: “Gli amministratori giudiziari fanno fallire le aziende perché ci guadagnano” 


Giulio Ambrosetti [16 Sep 2015 | 

Intervista a Pino Maniaci, il direttore di TeleJato che ha fatto saltare in aria gli affari legati al mondo dei sequestri dei beni ai mafiosi. La sua grinta. Ma anche la sua solitudine: “Ho provato a contattare Michele Santoro e Milena Gabanelli. Tutto inutile”. La clinica Santa Teresa di Bagheria “vicina al fallimento”. Le domande che la redazione di TeleJato ha inviato alla dottoressa Saguto. Che non ha mai risposto 
“Oggi sono molto amareggiato. E addolorato. No, non sono affatto felice. Scoprire un verminaio dentro il Tribunale di Palermo non mi ha dato alcuna soddisfazione. Anzi, se proprio debbo essere sincero, sono molto preoccupato. Non vorrei che, per tutto quello che sta venendo fuori in materia di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, i mafiosi brindino. Mi auguro che la Procura della Repubblica di Caltanissetta metta in luce tutto il malaffare, individuando i responsabili e ripristinando la legalità”. 
Così parla Pino Maniaci, il battagliero e coraggioso direttore di TeleJato. L’uomo è abituato alle bufere. I mafiosi di Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Corleone, Cinisi, Terrasini, Montelepre, in tutti questi anni, gliene hanno fatto vedere di tutti i colori. Minacce, intimidazioni, auto incendiate, i suoi cani impiccati. Fare un giornalismo d’inchiesta contro i mafiosi non è facile. Tutt’altro. Ma lui tira dritto. Anche se incontra una montagna. Perché Pino Maniaci e la redazione di TeleJato, di fatto, negli ultimi due anni, si sono scontrati contro una montagna che, come tutte le montagne, non è facile spianare. Una montagna fatta del vero potere: quello di certi magistrati che gestiscono i beni sequestrati e confiscati alla mafia. Una montagna che si chiama sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.
Ebbene, Pino Maniaci e la redazione di TeleJato sono riusciti, da soli, a spianare questa montagna di
silvana saguto
Il giudice Silvana Saguto
malaffare. Oggi la montagna non c’è più. La presidente della sezione per le Misure di prevenzione, Silvana Saguto, si è dimessa. E sembra che con questa figura, che ci ricorda un certo Sansone, potrebbero cadere pure tutti i filistei: cioè tutti gli amministratori giudiziari che, per tanti anni, hanno brillato della ‘luce’ irradiata dalla dottoressa Saguto.
Con Pino Maniaci proviamo ad affrontare il ‘caso’ del verminaio da una particolare angolazione: l’economia.
Alla fine certi amministratrori giudiziari hanno devastato l'economia? 
“In certi casi sì - ci dice Maniaci -. Questa è una storia dalle tante sfaccettature. E tra queste sfaccettature c’è anche l’economia. Ora la domanda la pongo io: secondo voi, può un Tribunale gestire l’economia di un’intera provincia?”.
Si riferisce, ovviamente a Palermo e provincia, no?
“Certamente. A Palermo e provincia si concentra il 43 per cento dei beni sequestrati e confiscati. Ebbene, per la gestione di questi beni non sono state nominate figure di prestigio. La sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha nominato solo avvocati. Mi chiedo e chiedo: possono gli avvocati, che spesso non hanno alcuna esperienza imprenditoriale, andare a gestire aziende dove, in tanti casi, lavorano decine, se non centinaia di persone? Attenzione: noi non stiamo contestando la legge sul sequestro ed eventuale confisca dei beni ai mafiosi. La legge è giusta. Noi ci siamo occupati della gestione di questi beni. E abbiamo scoperto cose incredibili! Parcelle enormi. Aziende sane portate al fallimento con enormi danni per l’economia. Lo sapete che il 90 per cento delle aziende finite nelle mani degli amministratori giudiziari falliscono?”.
Perché le fanno fallire?
“Perché gli conviene”.
In che senso?
“Se fanno fallire un’azienda non debbono rendicontare un bel niente. Se invece la tengono in vita debbono rendicontare tutto”.
Il problema, se abbiamo ben capito, non riguarda solo le aziende confiscate, ma anche quelle poste sotto sequestro che, in teoria, potrebbero tornare al legittimo proprietario.
“Per l’appunto”.
Salvo Vitale, qualche giorno fa, ha scritto che molte di queste aziende avrebbero dovuto essere restituite ai legittimi proprietari scagionati dalle indagini. Ai quali hanno restituito aziende malconce.
“Io direi devastate”.
Come fanno a devastare le aziende?
“Con un metodo ben organizzato e ben oliato”.
Proviamo a descriverlo?
“Prima arriva l’amministratore giudiziario nominato dalla sezione per le Misure di prevenzione. E già qui le parcelle volano. Poi spuntano tre coadiutori da 4 mila e 500 euro al mese cadauno. Quindi tocca ai periti che si tengono il cinque per cento del capitale. Il cerchio si chiude con i consulenti”.
Insomma, tante tavole apparecchiate…
“Già”.
Ma che mondo è quello degli amministratori giudiziari made in dottoressa Silvana Saguto?
“E’ un modo chiuso. Solo per pochi eletti”.
Voi di TeleJato come siete arrivati a questo mondo?
“Tutto è iniziato con la denuncia di alcuni operai di un’azienda di calcestruzzo. Un’azienda sana sottoposta a sequestro. Gli operai sono venuti da noi a raccontarci che l’amministratore giudiziario invece di fare lavorare loro faceva lavorare i padroncini di un’altra azienda sottoposta a sequestro. La cosa ci ha allertato. E ci siamo gettati in questa storia. Piano piano, una dopo l’altra, abbiamo iniziato a scoprire tante storie, una più strana dell’altra”.
Man mano che andavate avanti non vi sono arrivati avvertimenti?
“Che dire? Un giorno ho chiesto a un magistrato: ma perché per gestire questi beni vengono nominate quasi sempre le stesse persone? Mi ha risposto: o perché sono bravi, o perché gli piacinu i picciuli (tradotto per i non siciliani: perché gli piacciono i soldi)”.
La seconda tesi ci sembra più veritiera.
“Anche a me”.
Altri avvertimenti?
“Un altro mi ha detto: Pino stai mettendo i piedi su una mina. E un altro ancora ha precisato: sai, se non ti ammazzerà la mafia, questa volta ti ammazzerà l’antimafia”.
Ne ha incontrati, di personaggi particolari, in quest’inchiesta sui beni sequestrati e confiscati.
“Eccome! Ricordo il giudice Tommaso Virga. Archivia un procedimento a carico della dottoressa Saguto. Dopo qualche settimana Walter Virga, suo figlio, incassa una nomina. Se non ricordo male, 700 mila euro”.
Parla del giudice Virga del CSM?
“Sì, ma oggi non fa più parte del Consiglio Superiore della Magistratura”.
In questa storia, oltre ai magistrati, sono coinvolte altre figure istituzionali?
“Sì. Ci sono Carabinieri, militari della Guardia di Finanza. La dottoressa Saguto cercava di accontentare tutti. Di tutto e di più”.
Avete provato, in questi due anni, a coinvolgere altri esponenti del mondo dell’informazione?
“Certo. Mi sono rivolto a Michele Santoro, a Milena Gabanelli e ad altri”.
Cosa le hanno risposto?
“Nulla. Non si sono mai fatti sentire. La verità è che, a parte Le Iene, in questa storia noi di TeleJato siamo rimasti da soli. Tutti gli altri si toccavano il culo con la pezza. Mi hanno preso per matto. Per uno fuori dagli schemi. Oggi mi danno pacche sulle spalle”.
Alla fine che idea si è fatto di questa storia?
“Che è una storia ben più grave di Mafia Capitale. Nella gestione dei beni sequestrati alla mafia sono coinvolti ‘pezzi’ dello Stato. Invito tutti a riflettere sul silenzio della politica. E sul silenzio dell’antimafia ufficiale. A cominciare dalla commissione nazionale antimafia”.
E’ corretto parlare di mafia dello Stato?
“Io parlerei di mafia dell’antimafia”.
C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpito di più in questa storia?
“Sì: la gestione disinvolta dei sequestri di beni. Ci sono beni societari sotto sequestro da diciassette anni! Questo è incredibile. La signora Saguto è stata capace di far modificare la legge sulla scadenza dei termini. Questo avveniva nel 2011. Di fatto, sui sequestri non c’è più scadenza!”.
Ma il Procuratore della Repubblica, il presidente del Tribunale e tutte le altre autorità non sapevano nulla?
“Dovrebbe chiederlo a loro”.
Nella vostra inchiesta avete incrociato politici?
“Ricordo che il senatore Giuseppe Lumia si è battuto per il sequestro di alcune aziende che operano nell’area portuale di Palermo. Aziende che sono ancora sotto sequestro. E sapete chi è l’amministratore giudiziario?”.
Ci dica.
“L’avvocato Gaetano Cappellano Seminara”.
Un nome a caso…
“Sì, un nome molto a caso”.
Che ci dice della clinica Santa Teresa di Bagheria, quella confiscata all’ingegner Michele Aiello?
“Ah, qui ci sarebbe una bella storia”.
Ce la racconta?
“E’ semplice: una lite tra l’ex amministratore giudiziario della clinica Santa Teresa, Andrea Dara, e l’avvocato Cappellano Seminara”.
Ancora lui?
“Sì, ancora lui”.
E che c’entra l’avvocato Cappellano Seminara con la clinica Santa Teresa?
“Ha fatto una bella consulenza. E si è beccato una parcella da circa un milione di Euro”.
Ammazzate!, direbbero a Roma. E poi che sa sul Santa Teresa.
“Poco. Pare che sia sparita una Porsche. E pare che siano stati venduti macchinari per milioni di Euro”.
Venduti? A chi?
“Venduti a dei medici”.
Ma è vero che la clinica Santa Teresa, come si dice in Sicilia, èmuru cu muru cu ‘u spitali? (tradotto: è in difficoltà economiche).
“Credo che sia vicina al fallimento. Insomma, è in grosse difficoltà economiche. Detto questo, l’attuale amministratore, il prefetto Giosuè Marino, è una gran persona per bene”.
La presidente dell’Antimafia nazionale, Rosy Bindi, si è fatta sentire?
“Per favore!”.
Cioè?
“Che vi debbo dire? Ricordo che un giorno è arrivata in Sicilia per portare la solidarietà al giudice Nino Di Matteo. E invece poi ha espresso solidarietà alla dottoressa Saguto. Insomma, per l’onorevole Bindi nella gestione dei beni sequestrati alla mafia andava tutto bene”.
E Claudio Fava?
“Anche per lui andava tutto bene”.
Ma voi vi siete rivolti alla dottoressa Saguto?
“Certo! Le abbiamo chiesto un’intervista. Ci ha risposto dicendoci: inviate le domande. E noi gliele abbiamo inviate”.
Ha risposto?
“Sì: in tre righe. Vi leggo la risposta: ‘In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poiché, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa. Saluti Silvana Saguto’ Capito?”.
Ci può fornire le domande che avete posto alla dottoressa Saguto? Così i nostri lettori si fanno un’idea degli argomenti sui quali l’ex presidente della sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha glissato.
“Certamente. Eccole”.
Queste le domande che la redazione di TeleJato ha posto alla dottoressa Saguto.
Egregia dottoressa Saguto, con la presente le inviamo le domande, come da lei richiestoci, che vorremmo porle nel corso di un’intervista al fine di spiegare ai nostri telespettatori i problemi e le dinamiche riguardanti la gestione dei beni sequestrati alla criminalità, soprattutto quella organizzata.
-          In mancanza dell’albo degli amministratori giudiziari, che pure dovrebbe esistere, come previsto dalla legge del 2010 (DECRETO LEGISLATIVO 4 febbraio 2010, n. 14 e successive modifiche) come si nominano gli amministratori giudiziari?
-          Secondo la prassi gli amministratori giudiziari hanno un rapporto fiduciario con il giudice che li nomina e con i sostituti che si occupano di più specifici ambiti territoriali: questo rapporto è totalmente discrezionale o vi è un garante esterno che può intervenire e sindacare le scelte del tribunale?
-          I periti che devono occuparsi di accertare la provenienza lecita o meno del bene hanno un particolare criterio di scelta od anche quello è discrezionale nella persona del presidente dell’ufficio delle misure di prevenzione e dei suoi sostituti?
-          In che misura e secondo quali crismi vengono calcolate le parcelle degli amministratori e dei periti? Possiamo anche parlare di Milioni di euro?
-          Grave problema, riscontrabile sul territorio, è il deperimento naturale che in particolare le aziende e le imprese, ma solitamente tutti i beni , hanno durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Ora, al di là dei rimpalli di competenza con le associazioni subentranti come assegnatari, è evidente che il cittadino medio, che vede decadere le aziende floride, seppur mafiose, sia quasi autorizzato a pensare che lo stato non sia in grado di subentrare alla Mafia, e che economicamente e lavorativamente i mafiosi siano più convenienti. Di quanto detto siamo in grado di fornire diversi esempi, tra i quali i cassaintegrati della <> ed il tracollo della ditta di latticini <>. Quali sono, viene da chiedersi, le competenze esigibili dagli amministratori giudiziari? Come si risolvono eventuali inefficienze ed inadeguatezze?
-          E’ chiaro che non essendoci un albo da cui attingere nominativi è logico ricorrere al sistema del rapporto fiduciario con enti e soggetti del territorio. In tutto ciò si possono verificare evidenti problemi di conflitti d’interesse, che al di là di perniciosi discorsi legislativi, oltrepassano il confine della buona fede e del buon esempio che l’apparato giudiziario deve sempre esprimere. Come si interviene in questi casi? C’è un ente terzo che dovrebbe pronunciarsi? Se così non fosse ci sarebbe la strana regola per cui a pronunciarsi sui conflitti d’interesse sarebbe lo stesso soggetto, ovvero il giudice, coinvolto nel conflitto.
-          In ambito territoriale si riscontra un dato sociologico allarmante, ovvero la scarsa propensione della gente ad accettare l’amministrazione giudiziaria, per i motivi precedentemente esposti. Noi, che partiamo proprio dal territorio per fare un’analisi oggettiva dei fatti le chiediamo: è opportuno che un amministratore giudiziario come il Signor Benanti, dopo essere stato sospeso dall’amministrazione di un bene per avere commesso gravi condotte sia ancora oggi amministrare di altri beni? Cosa vieta di pensare che la condotta si reiteri? Come mai non si è proceduto in suddetto caso, come più logicamente ipotizzabile, alla sospensione totale del rapporto che lega il Sig. Benanti con il Tribunale?
-          Continuando proprio nella scia della richiesta di doverosa trasparenza da parte di tutte le componenti del tribunale le chiediamo: come mai si è deciso di procedere anche con un'altra nomina ad amministratore giudiziario, ovvero quella con lo studio dell’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, nonostante lo stesso sia in questo momento inquisito per fatti, ancora da verificare alla luce del diritto, ma che si presentano foschi dal punto di vista umano e morale?
Cordiali Saluti, la redazione di Telejato

La risposta
In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poichè, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa.
Saluti
Silvana Saguto


Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    

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