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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:30

Beni confiscati, indagata il giudice Silvana Saguto Dettagli Pubblicato: 

10 Settembre 2015


saguto silvana
Sotto inchiesta anche il marito e l'avvocato Seminara 
di Aaron Pettinari

Corruzione, induzione e abuso d'ufficio. Sono queste le accuse nei confronti del giudice di Palermo Silvana Saguto finita al centro della nuova bufera giudiziaria che investe un fronte tanto delicato come quello della gestione dei beni confiscati alla mafia. L'indagine condotta dalla procura di Caltanissetta è davvero senza precedenti. Il procuratore Sergio Lari ipotizza che il giudice, presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, abbia assegnato incarichi milionari all’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio a cui è affidata la gestione di diverse aziende confiscate. Quest'ultimo, per restituire il favore, avrebbe offerto maxi consulenze al marito della Saguto, l’ingegnere Lorenzo Caramma, pure lui indagato. L’indagine sostiene che nel corso degli anni il professionista avrebbe ricevuto quasi 750 mila euro da Cappellano.

Gli avvisi di garanzia sono scattati ieri mattina così come le perquisizioni che la procura di Caltanissetta ha affidato al nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Palermo. Gli investigatori hanno cercato a casa del giudice e dell’avvocato, ma anche nei loro uffici. 
Nel corso dell'operazione sono stati acquisiti diversi documenti riguardanti le nomine ricevute da Cappellano Seminara. Ma nel decreto di perquisizione si fa riferimento anche ad intercettazioni disposte nel maggio scorso dai magistrati che conducono l’inchiesta, il procuratore aggiunto Lia Sava e il sostituto Gabriele Paci, anche loro ieri a Palermo per seguire le perquisizioni.

L'inchiesta scaturisce da denunce pubbliche, neanche recenti, su un giro di affidamenti dei beni a pochi professionisti che ne avrebbero ricavato "parcelle d'oro". Questo aveva denunciato nel gennaio 2014 il prefetto Giuseppe Caruso, a quel tempo direttore dell'Agenzia dei beni confiscati, che gestisce un patrimonio di circa 30 miliardi di euro con beni distribuiti in tutta Italia: solo il 43 per cento di questo immenso patrimonio si trova in Sicilia in gran parte concentrato in provincia di Palermo. Disse Caruso di fronte alla Commissione antimafia: “Non è normale che i tre quarti del patrimoni confiscati alla criminalità organizzata siano nelle mani di poche persone”.

Per questo, aveva spiegato ai parlamentari della commissione, aveva deciso una rotazione di amministratori. Cappellano Seminara aveva replicato ricordando che si occupava di confische da 28 anni con uno studio di 35 professionisti. E quanto ai compensi una cosa, aveva detto, è gestire l'amministrazione dinamica di un'impresa, altra cosa è liquidarla secondo le nuove direttive dell'Agenzia”.
Anche Silvana Saguto era stata ascoltata dalla Commissione davanti alla quale aveva assicurato che la gestione dei beni confiscati a Palermo era improntata alla massima correttezza. E la presidente Rosy Bindi alla fine aveva detto che non c'erano elementi tali da “inficiare condotte delle singole persone”.
Se per la Commissione il capitolo sui beni confiscati era stato chiuso così non è stato per la Procura nissena. Gli inquirenti si erano occupati della gestione dei beni confiscati a Palermo già in precedenza, grazie alle denunce del giornalista di Telejato, Pino Maniaci che lo scorso maggio, intervistato dalle Iene, aveva parlato proprio della spartizione di pochi amministratori giudiziari che si spartiscono la gestione dei beni sequestrati a Cosa nostra. Maniaci ha anche presentato un esposto alla procura di Caltanissetta ed è autore di parecchie interviste in cui attacca frontalmente lo stesso avvocato Cappellano Seminara, che per tutta risposta nei mesi scorsi lo ha denunciato per stalking.
Nei mesi scorsi il fascicolo d'indagine sull'argomento dei beni confiscati era rimasto sempre contro ignoti. Poi, grazie alle intercettazioni ambientali, sarebbe arrivata la svolta.
A dare notizia dell’inchiesta è la stessa procura nissena, con una nota diffusa “allo scopo di evitare il diffondersi di notizie inesatte“. “Su disposizione della procura della Repubblica di Caltanissetta – si legge nella nota – i militari del nucleo di polizia tributaria della guardia di Finanza di Palermo, in alcuni casi con la diretta partecipazione dei magistrati titolari del relativo procedimento penale, hanno eseguito ordini di esibizione nonché decreti di perquisizione e sequestro in data 9 settembre 2015″. “Questi atti istruttori – prosegue la nota – sono stati compiuti per acquisire elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d’ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla Presidente della sezione misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo nell’applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.
Da parte sua il giudice Saguto, a cui nei mesi scorsi era stata potenziata la scorta dopo la nota dei servizi di sicurezza che aveva fatto filtrare un allarme dove si indicava il magistrato come obbiettivo do un piano di morte di Cosa Nostra, raggiunta dal sito livesicilia.it, si difende: “Non ho dubbi sul mio operato e chiederò subito di essere interrogata. Incarichi a mio marito? Ne ha avuto uno solo a Palermo, e oggi chiuso, che risale agli anni in cui non ero alla sezione misure di prevenzione”.

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di Salvo Vitale
Un'occhiata dentro la pentola

Il terremoto che ha scosso una parte dell’Ufficio misure di prevenzione viene da lontano, ma ha avuto un'accelerazione  dopo che, nel maggio scorso, Leonardo Guarnotta ha lasciato, per andare in pensione, la presidenza del tribunale di Palermo e, al suo posto s’è insediato il giudice Salvatore Di Vitale. In precedenza il prefetto Caruso, a capo dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Reggio Calabria, aveva più volte evidenziato le difficoltà con cui si trovava a lavorare nel suo ufficio, sia per mancanza di personale, sia per le anomalie di una legislazione che dava carta bianca ai giudici delle misure di prevenzione, conferendo loro un enorme potere. Al centro delle sue critiche il ruolo degli amministratori giudiziari, una cerchia privilegiata di poche persone incapaci o voraci che avevano condotto al fallimento la quasi totalità delle imprese affidate , con la perdita di posti di lavoro e di credibilità nei confronti di chi avrebbe dovuto rappresentare lo stato.  La Commissione Antimafia, venuta a Palermo nel marzo 2015, ascoltava il prefetto Caruso, ascoltava magistrati e amministratori, ma non riusciva a liberarsi dal pregiudizio che Caruso fosse un uomo di centro destra e che era “di sinistra” la difesa della magistratura e del suo operato nella lotta contro la mafia.  Tutto rimaneva congelato, si prometteva una nuova legge, Caruso pertanto preferiva, o forse era invitato ad andare in pensione e al suo posto veniva nominato il più morbido prefetto Pignatone.

Andava intanto avanti  la solitaria battaglia della piccola emittente televisiva Telejato, da tempo caratterizzata da una spiccata vocazione antimafia e l’inchiesta si dipanava attraverso il comportamento degli amministratori giudiziari, il loro malgoverno, la cupoIa che soprastava a tutto ciò, della quale facevano parte la presidente dell’ufficio misure di prevenzione, esponenti della DIA al suo  servizio, magistrati di varie procure siciliane, cancellieri, figli, parenti, amici e loro figli, una serie di avvocati e dottori in economia e commercio, con studi più o meno rinomati, ma legati dagli stessi interessi e in stretta corrispondenza tra di loro. Unico obiettivo, gestire una fonte di reddito incalcolabile che proveniva dai beni confiscati ai mafiosi, o presunti tali, ma soprattutto usare a proprio vantaggio la benevolenza di chi disponeva  a chi assegnare le nomine o emetteva decreti di sequestro, magari avendo già  individuato da tempo il nome dell’amministratore che avrebbe nominato, o su sollecitazione dello stesso. Entrare “in quota”, cioè nelle grazie di Silvana Saguto, che, dopo una serie di cariche rivestite nel settore penale della Procura di Palermo,  si era trovata a dirigere le misure di prevenzione, significava sistemarsi e introitare ricchezze senza troppa fatica. Il canale d'accesso privilegiato era Cappellano Seminara, con il suo megastudio e con una trentina di avvocati al suo servizio, ma con buoni "ammanicamenti"  presso buona parte degli studi legali palermitani. Fra l’altro, eventuali assoluzioni dei presunti mafiosi nei processi, non comportavano la riconsegna dei beni: l’ufficio misure di prevenzione poteva mantenere il sequestro, reiterarlo con nuove presunte imputazioni, trasformarlo in confisca, ma lasciarlo in mano agli stessi amministratori, ratificare le scelte fatte da costoro, attribuire loro incarichi senza limiti e senza controlli, emettere decreti di confisca anche sulla base di semplici sospetti, deduzioni, transitività di parentele mafiose, storie pregresse di collusioni da parte di antenati o parenti, deposizioni pilotate di pentiti, disposti a dire quello che gli suggerivano di dire, magari  poi smentiti in sede processuale. Con una peculiarità unica in Europa, in aperta violazione dei diritti del cittadino e della tutela dei suoi beni,  la legge prevede che non è il giudice a dimostrare o a raccogliere le prove relative all’imputazione, ma spetta all’indagato l’onere della prova, ovvero la dimostrazione che, quanto è stato da lui realizzato, non è stato fatto con i soldi o con la collusione della mafia. Pratiche di questo tipo erano in vigore durante la Controriforma, dal 1500 al 1700, allorchè vigeva la legge del sospetto:  bastava una semplice denuncia di un privato,  per sbarazzarsi di una  presenza scomoda e impadronirsi dei suoi beni. In questo caso è vero che l’unico proprietario dei beni rimane lo stato, ma prima che lo diventi c’è una lunga trafila fatta di udienze, di rinvii, di nomine, di riconvocazioni, di ritardi, di decreti, di tempi di pubblicazione del decreto, di tempi di produzione del decreto al magistrato, di documenti cui manca una firma o  una parola, di richieste di nuovi documenti ecc., che consentono all’amministratore giudiziario di restare saldamente al suo posto e di continuare a spremere gli emolumenti per sé e per i suoi collaboratori dalle casse dell’azienda affidata. Aggiungiamo che l’amministratore, sino ad adesso, non paga e non ha mai pagato per le sue disfunzioni, per la sua cattiva amministrazione, per la sua incapacità o per i suoi furti nella gestione aziendale, che non è vero, o è vero solo sulla carta, che gli amministratori sono pagati dallo stato: i soldi sono estratti dai proventi dell’azienda, dalla eventuale vendita dei beni di questa, (in molti casi svendita o vendita ad amici e in condizioni di favore), dalle discrasie di una legge che obbliga alla riscossione dei crediti, ma non al pagamento dei debiti.  La legge sulle  misure dei prevenzione ha altri aspetti  e punti deboli che ne mettono in discussione la stessa esistenza. Il sistema palermitano dei “quotini”  rappresenta la degenerazione di questa legge e la creazione di quella che, poco opportunamente, è stata definita “mafia dell’antimafia”, ovvero di un sistema di gestione delle risorse dell’economia siciliana non secondo il criterio moderno della produttività, ma secondo quello, tipicamente mafioso, del parassitismo economico: non investimento e imprenditorialità, ma disamministrazione, clientelismo, spartizione dei proventi tra una cerchia di amici, curatori, collaboratori, di cui non ci sarebbe alcun bisogno, ma che appartengono al cerchio magico,  e utilizzazione della maschera della legalità per arrivare alla drammatica, retorica e scontata conclusione che in Sicilia, quando si tenta di fare rispettare la legge, inevitabilmente si fallisce, perché non c’è la cultura della legalità e perché tutta l’economia siciliana è fondata sul lavoro nero, sulla corruzione, sullo sfruttamento illegale dei lavoratori,  sull’evasione fiscale, sul circuito di distribuzione di merci e lavori tra i rappresentanti del sodalizio mafioso o paramafioso, nel quale è difficile entrare se non se ne condividono le regole.  Nulla di diverso dalla “cupola quotina” che in questo momento sta strangolando Palermo. Sembrerebbe che la mafia generi contromisure repressive che presentano le stesse caratteristiche di quelle mafiose: cambiano i volti ma non i metodi.

A seguito di tutto questo il tribunale di Caltanissetta convocava Pino Maniaci, il responsabile della piccola emittente televisiva Telejato, come persona informata dei fatti: Maniaci si presentava ai P.M. Gabriele Paci e Nico Gozzo, che  vanno e vengono anche dal tribunale di Palermo, con una serie di documenti e di notizie delle quali gli stessi giudici sembravano non essere a conoscenza e, dopo qualche ora di audizione se ne andava, con l’impegno di essere riconvocato, cosa che ancora non è successa. Tuttavia qualcosa sembra essersi smosso, dopo le due trasmissioni delle Iene, che hanno messo in luce l’incapacità amministrativa di Modica de Moach, amministratore e distruttore dell’azienda dei Cavallotti e di Cappellano Seminara ,“il re” degli amministratori, dall’alto dei suoi 94 incarichi e non solo 8 come egli stesso ha sostenuto. Qualcosa si è anche mosso dopo che una serie di procedimenti penali si sono conclusi con l’assoluzione definitiva dei presunti  imprenditori “in odor di mafia” e con sentenze di restituzione dei beni sequestrati e, in alcuni casi, confiscati. I giudici si stanno trovando adesso ad affrontare situazioni sinora impensabili, ovvero quella degli imprenditori che, dopo anni di “allegra finanza”, per non parlare di rapine, da parte dei  nominati dal tribunale, chiedono di essere risarciti proprio da questi. Ove dovesse avviarsi questa scelta di risarcimento, ci troveremmo, per la prima volta in una circostanza molto vicina a quella sulla responsabilità civile dei giudici e sarebbe forse il primo serio segnale di presenza dello stato.

Ultimi sviluppi

- Silvana Saguto è stata “spostata” alla terza sezione penale: coloro che finiscono tra le sue mani si augurano che eviti di continuare a convocare l’udienza alle nove e presentarsi a mezzogiorno per disporre un rinvio di tre mesi o che si diletti a colorare i suoi fogli di appunti con matite di vari colori quando parlano gli avvocati difensori. In un paese normale un magistrato sotto indagine per reati di corruzione e induzione alla corruzione, dovrebbe essere sospeso dall’incarico, in attesa di chiarire la sua posizione, ma non è il caso dell’Italia o della Procura di Palermo. Assieme a lei sono indagati il marito Lorenzo Caramma, un ingegnere che si dice abbia ricevuto 700.000 euro da Cappellano Seminara come compenso per consulenze, il figlio Elio detto Crazy, che lavora come chef presso l’hotel Brunaccini di Cappellano Seminara, anche se lui lo nega e, addirittura, secondo qualche giornale, anche il padre della Saguto. Al posto della Saguto è stato nominato il giudice Mario Fontana, presidente della terza sezione penale;

- Walter Virga, il trentenne amministratore giudiziario della rete di negozi Bagagli e dell’impero finanziario dei Rappa (un miliardo e mezzo di lire, secondo le stime della DIA), si è  dimesso dal suo incarico in quanto figlio di Pietro Virga, già componente del C.S.M.. non rieletto e pertanto tornato presso il tribunale di Palermo. E’ al vaglio degli inquirenti l’accusa di essersi adoperato per chiudere un procedimento penale nei confronti della Saguto;

- Il giudice Chiaramonte, componente del collegio delle misure di prevenzione, ha chiesto di essere trasferito ad altro ufficio ed è indagato per abuso d'ufficio. Al suo posto andrà Luigi Petrucci.

- Il giudice Dario Scaletta, sorta di devoto uomo della Saguto, è sotto indagine perché sembra sia andato a raccontarle che nei suoi confronti era stata aperta un’ inchiesta;

- Cappellano Seminara dopo la denuncia per truffa scattata in Romania, è indagato per gli stessi reati della Saguto, ma sembra che su di lui stiano piovendo una serie di altre indagini e accuse. Lui se n’è uscito con un semplice “Così fan tutti”, più o meno come aveva detto Craxi quando voleva scagionarsi dall’accusa di intascare tangenti;

- Su Fabio Licata, anche lui componente del collegio giudicante delle misure di prevenzione, si dice che ci saranno sviluppi, ovvero che potrebbe essere indagato o essere sentito come teste. Ultimamente, in un pubblico intervento si è sperticato nell'elogio  della legge sulle misure di prevenzione;

- La DIA, nel suo strisciante conflitto con la DDA, continua a voler far credere di agire sparando cifre gonfiate e inesistenti sull’effettivo valore dei beni confiscati. Viene così ad essere falsata anche la valutazione complessiva dei presunti 40 miliardi di euro sequestrati in Sicilia: forse sono della metà. Non sarebbe male, pur non mettendone in discussione i meriti, arrivare alla sua chiusura, come proposto anche da qualche noto magistrato antimafia (Gratteri) e raggruppare le competenze in un solo organismo.

- Carmelo Provenzano, che qualche giorno prima su La Repubblica, pagina di Palermo, si era sperticato in un elogio degli amministratori giudiziari, definendoli malpagati,  ingiustamente odiati e con infinite difficoltà nell'espletare il loro compito, è finito anche lui sotto indagine.

- Alcuni quotidiani on line dicono che presto saranno rimossi dai loro incarichi alcuni amministratori giudiziari. E’ quello che ci si augura e, mi permetto di dire all’eventuale magistrato che se ne occuperà, che posso fargli i nomi dei più corrotti e dei più incapaci.

Conclusione

Da un paio di anni mi occupo di queste storie. Ne ho sentito di tutti i colori. Negli studi di Telejato sono venute e continuano a venire persone  alle quali è stata distrutta la vita, oltre che impedita ogni possibilità di lavoro, persone a cui è stato confiscato anche il motorino della figlia, che avevano una casa di proprietà dei loro antenati  che sono stati costretti a lasciare, persone con gravi patologie e bisognose di cure, costrette a cercarsi un alloggio diverso dalla propria casa o a pagarne l’affitto all’amministratore giudiziario, vecchietti sfrattati, gente che continua a vedersi arrivare intimazioni di pagamento e bollette varie che sarebbe toccato pagare all’amministratore giudiziario, il quale non l’ha mai fatto:  risposta del tribunale cui si sono rivolti: paga per adesso e poi il tribunale provvederà a farti rimborsare. Ho ascoltato persone riferirmi di avere chiesto  al tribunale la possibilità di accedere a un prestito o di avere una proroga per curarsi o per curare i propri parenti, ma di avere ottenuto solo rifiuti e sarcastici commenti. Ho ascoltato persone cui non sono stati pagati anni di lavoro, altre rovinate dal mancato pagamento di commesse, altre buttate sulla strada dopo venti o trent’anni  di lavoro qualificato e sostituiti da gente inesperta, ma “amica” dei nuovi padroni. Qualche volta mi sono messo a piangere anche io con loro, nel sentire queste storie e  nell’ascoltare  la loro considerazione tristissima: “E’ possibile che   non debba esistere  giustizia?” Altre volte ho avvertito l’impotenza del non poter dare alcun consiglio, alcun suggerimento, alcuna speranza. Ma in ognuno di loro ho avvertito un bisogno  di raccontare la loro storia e di renderla nota: “la gente deve sapere, per rendersi conto di quello che abbiamo sopportato, con l’etichetta di mafiosi attaccata sulla fronte.Vogliamo parlare, perché non abbiamo più nulla da perdere. Vogliamo raccontare  anche dei nostri avvocati, schiavi o complici dell’operato dei tribunali”, del modo in cui simo stati trattati, delle umiliazioni, della ricerca di qualche soldo per sopravvivere”.  Altre volte sono arrivato alla conclusione che questa Sicilia è così perché noi siciliani, “giudici eletti, uomini di legge”, forze del presunto ordine, imprenditori, preti, politici, dirigenti, dipendenti, vogliamo che sia così  e che resti così. Perché non c’è più indignazione, ribellione, voglia di lotta, capacità di organizzazione. Solo rassegnazione. Perché  siamo abituati ad aggregarci come pecore a un pastore e spesso siamo disposti a perdonarlo, anche quando viene meno al suo ruolo. Perché le persone in cui abbiamo creduto e a cui abbiamo dato il voto si sono dimostrate incapaci  e hanno agito come quelle che le hanno precedute. Atutti recito, con amarezza, la parte finale di una poesia di Lorenzo Stecchetti, un poeta napoletano di fine ottocento:

“Guai a chi attende per le vie legali
vedere il trionfo della sua ragione.
Fidente aspetterà, tranquillo e muto
e resterà….fottuto.”

“Allora non c’è proprio nulla da fare?”, mi dicono. La mia risposta, scontata e poco convinta è: “sperare e lottare”. Intanto ho suggerito una proposta di una class action nei confronti degli amministratori, per il rimborso dei danni da loro causati.

Foto © Paolo Bassani

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AMBIENTE E TRASPORTI  Servono 12 nuovi inceneritori. Ecco dove il ministero dell'Ambiente li vuole realizzare 


PDFLa bozza di Dpcm che individua i territori regionali dove realizzare i nuovi inceneritori





La lista che ha scatenato le reazioni delle Regioni. E che i governatori vogliono rimettere in discussione

Il cerchio si stringe intorno a Liguria, Veneto, Piemonte, Toscana, Umbria, Marche, Campania, Abruzzo, Puglia e Sicilia. È in questi territori che, secondo l'indirizzo del governo, occorre intervenire per «soddisfare il fabbisogno residuo nazionale», realizzando nuovi impianti di incenerimento. In queste 10 regioni il fabbisogno aggiuntivo di trattamento è pari a 2,5 milioni di tonnellate all'anno per 12 inceneritori nuovi di zecca. C'è poi l'undicesima Regione - la Sardegna - dove il supplemento di potenziale è limitato a 70mila tonnellate all'anno, ottenibile intervenendo su linee esistenti. 
La localizzazione - per ora a livello regionale - è contenuta nell'ultima versione del Dpcm che il governo ha trasmesso alle Regioni. La versione che ha scatenato le proteste. Già, perché la tabella in cui si individuavano le aree territoriali è una novità dell'ultim'ora. 
Insieme all'indicazione geografica, che appare per la prima volta nel provvedimento del governo, viene rimodulata anche la lista degli impianti di incenerimento che risultano autorizzati dalle regioni ma che non sono ancora in esercizio. Si tratta degli impianti in prima linea per il soddisfacimento del fabbisogno aggiuntivo richiesto. La lista si è andata riducendo nel tempo perché le Regioni hanno aggiornato le informazioni trasmesse al ministero dell'Ambiente. E così - per esempio - è uscito di scena l'impianto piemontese di Vercelli che - fanno sapere alla regione - è un vecchio impianto esistente che sarebbe assolutamente improduttivo e inquinante da riattivare, a meno di un costosissimo revamping. Tuttavia un impianto in Piemonte - secondo il governo - dovrà essere realizzato per soddisfare un potenziale di trattamento quantificato in 140mila tonnellate all'anno.

Stessa cosa anche in Veneto, dove l'impianto veronese di Ca' del Bue è sparito dall'ultimo aggiornamento degli impianti in stand by ma è come se rientrasse dalla finestra, per così dire, visto che la nuova versione del decreto ne prevede uno in territorio veneto press'a poco della stessa capacità (150mila tonnellate all'anno). 


La regione Toscana è coinvolta pesantemente nel programma. La lista degli impianti autorizzati ma non in esercizio si riduce da tre siti a uno (l'impianto di Rufina, escono di scena quelli di Falascaia e Castelnuovo di Garfagnana) ma il governo insiste con la necessità di intervenire pesantemente con almeno due impianti dalla capacità di 150mila tonnellate annuo per una.


Alla Campania e alla Puglia viene chiesto un contributo notevole, con due impianti di capacità pari - rispettivamente a 300mila e 250mila tonnellate all'anno. In Puglia risulta ancora non operativo l'impianto di Massafra che però con le sue 100mila tonnellate all'anno è largamente insufficiente rispetto al fabbisogno. 


In Campania, Liguria, Marche, Umbria, Abruzzo si parte da zero: nessun impianto risulta finora autorizzato, ma a questi territori viene chiesto di garantire una potenzialità di 890mila tonnellate all'anno in tutto.




Sblocca Italia: il testo coordinato del decreto-legge in Gazzetta Decreto Legge, testo coordinato 12/09/2014 n° 133, G.U. 11/11/2014





TESTO COORDINATO DEL DECRETO-LEGGE 12 settembre 2014, n. 133
Sblocca Italia: il testo coordinato del decreto-legge in Gazzetta
Testo del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 212 del 12 settembre 2014), coordinato con la legge di conversione 11 novembre 2014, n. 164 (in questo stesso supplemento ordinario alla pag. 1), recante: «Misure urgenti per l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l'emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attivita' produttive.». (14A08767)
Avvertenza:


Il testo coordinato qui pubblicato e' stato redatto dal Ministero della giustizia ai sensi dell'art. 11, comma 1, del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle leggi, sull'emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con D.P.R. 28 dicembre 1985, n. 1092, nonche' dell'art. 10, comma 3, del medesimo testo unico, al solo fine di facilitare la lettura sia delle disposizioni del decreto-legge, integrate con le modifiche apportate dalla legge di conversione, che di quelle richiamate nel decreto, trascritte nelle note. Restano invariati il valore e l'efficacia degli atti legislativi qui riportati.


Le modifiche apportate dalla legge di conversione sono stampate con caratteri corsivi.
A norma dell'art. 15, comma 5, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (Disciplina dell'attivita' di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri), le modifiche apportate dalla legge di conversione hanno efficacia dal giorno successivo a quello della sua pubblicazione.
Capo I
Misure per la riapertura dei cantieri
Art. 1





Disposizioni urgenti per sbloccare gli interventi sugli assi ferroviari Napoli-Bari e Palermo-Catania-Messina ed altre misure urgenti per sbloccare interventi sugli aeroporti di interesse nazionale


1. L'Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato S.p.A e' nominato, per la durata di due anni dall'entrata in vigore del presente decreto, Commissario per la realizzazione delle opere relative alla tratta ferroviaria Napoli - Bari, di cui al Programma Infrastrutture Strategiche previsto dalla legge 21 dicembre 2001, n. 443, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. L'incarico e' rinnovabile con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, tenuto conto anche dei risultati conseguiti e verificati in esito alla rendicontazione di cui al comma 8. Al Commissario di cui al primo periodo non sono corrisposti gettoni, compensi, rimborsi di spese o altri emolumenti, comunque denominati.
2. Per le finalita' di cui al comma 1, ed allo scopo di poter celermente stabilire le condizioni per l'effettiva realizzazione delle opere relative alla tratta ferroviaria Napoli - Bari, in modo da poter avviare i lavori relativi a parte dell'intero tracciato entro e non oltre il 31 ottobre 2015, il Commissario provvede all'approvazione dei relativi progetti. Al fine di ridurre i costi e i tempi di realizzazione dell'opera, con particolare riferimento alla tratta appenninica Apice-Orsara, fatta salva la previsione progettuale, lungo la suddetta tratta, della stazione ferroviaria in superficie, il Commissario rielabora i progetti anche gia' approvati ma non ancora appaltati. Anche sulla base dei soli progetti preliminari, il Commissario puo' bandire la gara e tassativamente entro centoventi giorni dall'approvazione dei progetti decorrenti dalla chiusura della conferenza di servizi provvede alla consegna dei lavori, anche adottando provvedimenti d'urgenza. Negli avvisi, nei bandi di gara o nelle lettere di invito il Commissario prevede che la mancata accettazione, da parte delle imprese, delle clausole contenute nei protocolli di legalita' stipulati con le competenti prefetture-uffici territoriali del Governo, riferite alle misure di prevenzione, controllo e contrasto dei tentativi di infiltrazione mafiosa, nonche' per la verifica della sicurezza e della regolarita' dei luoghi di lavoro, costituisce causa di esclusione dalla gara e che il mancato adempimento degli obblighi previsti dalle clausole medesime, nel corso dell'esecuzione del contratto, comporta la risoluzione del contratto stesso. Il mancato inserimento delle suddette previsioni comporta la revoca del mandato di Commissario. Il Commissario provvede inoltre all'espletamento di ogni attivita' amministrativa, tecnica ed operativa, comunque finalizzata alla realizzazione della citata tratta ferroviaria, utilizzando all'uopo le strutture tecniche di Rete Ferroviaria Italiana S.p.A, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica in relazione all'avvalimento delle strutture tecniche citate. In sede di aggiornamento del Contratto di programma il Commissario trasmette al CIPE i progetti approvati, il cronoprogramma dei lavori e il relativo stato di avanzamento, segnalando eventuali anomalie e significativi scostamenti rispetto ai termini fissati nel cronoprogramma di realizzazione delle opere, anche ai fini della valutazione di definanziamento degli interventi. Il contratto istituzionale di sviluppo sottoscritto in relazione all'asse ferroviario Napoli - Bari puo' essere derogato in base alle decisioni assunte dal Commissario di cui al comma 1.
2-bis. Si applicano gli obblighi di pubblicazione di cui agli articoli 37, 38 e 39 del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33.
Resta altresi' ferma l'applicazione dell'articolo 1, comma 17, della legge 6 novembre 2012, n. 190.


3. Gli interventi da praticarsi sull'area di sedime della tratta ferroviaria Napoli-Bari, nonche' quelli strettamente connessi alla realizzazione dell'opera, sono dichiarati indifferibili, urgenti e di pubblica utilita'.
4. La conferenza di servizi per la realizzazione degli interventi sopra citati e' convocata entro quindici giorni dall'approvazione dei progetti. Qualora alla conferenza di servizi il rappresentante di un'amministrazione invitata sia risultato assente, o, comunque, non dotato di adeguato potere di rappresentanza, la conferenza delibera prescindendo dalla sua presenza e dalla adeguatezza dei poteri di rappresentanza dei soggetti intervenuti. Il dissenso manifestato in sede di conferenza dei servizi deve essere motivato e recare, a pena di non ammissibilita', le specifiche indicazioni progettuali necessarie ai fini dell'assenso. Con riferimento agli interventi di cui al presente comma, in caso di motivato dissenso espresso da un'amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale o del patrimonio storico-artistico ovvero alla tutela della salute e della pubblica incolumita', si applica l'articolo 14-quater, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni; in tal caso, tutti i termini previsti dal citato comma 3 sono ridotti alla meta'.
5. I pareri, i visti ed i nulla-osta relativi agli interventi, necessari anche successivamente alla conferenza di servizi di cui al comma 4, sono resi dalle Amministrazioni competenti entro trenta giorni dalla richiesta e, decorso inutilmente tale termine, si intendono acquisiti con esito positivo.
6. Sulla base di apposita convenzione fra il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e l'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa Spa, il Commissario, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, si avvale della predetta Agenzia per favorire l'informazione, il coinvolgimento e i rapporti con i territori interessati, ai fini della migliore realizzazione dell'opera.
7. La realizzazione delle opere relative alla tratta ferroviaria Napoli -- Bari e' eseguita a valere sulle risorse previste nell'ambito del Contratto di programma stipulato tra RFI e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
8. Il Commissario, entro il 31 gennaio dell'esercizio finanziario successivo a quello di riferimento, provvede alla rendicontazione annuale delle spese di realizzazione della tratta ferroviaria Napoli
- Bari sulla scorta dei singoli stati di avanzamento dei lavori, segnalando eventuali anomalie e significativi scostamenti rispetto ai termini fissati nel cronoprogramma di realizzazione delle opere, anche ai fini della valutazione di definanziamento degli interventi.
Il rendiconto semestrale e' pubblicato nei siti web del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e delle regioni il cui territorio e' attraversato dalla tratta ferroviaria Napoli - Bari.


8-bis. Al fine di non incorrere nelle limitazioni del patto di stabilita' interno, il Commissario e' autorizzato a richiedere i trasferimenti di cassa, in via prioritaria, a valere sulle risorse di competenza nazionale e, in via successiva, sulle risorse di competenza regionale, che insieme concorrono a determinare la copertura finanziaria dell'opera.



9. Le disposizioni di cui ai commi da 1 a 8 del presente articolo si applicano anche alla realizzazione dell'asse ferroviario AV/AC Palermo-Catania-Messina.



10. Per accelerare la conclusione del contratto il cui periodo di vigenza e' scaduto e consentire la prosecuzione degli interventi sulla rete ferroviaria nazionale, il contratto di programma 2012-2016
- parte investimenti, sottoscritto in data 8 agosto 2014 tra la societa' Rete ferroviaria italiana (RFI) Spa e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, e' approvato con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Lo schema di decreto di cui al primo periodo e' trasmesso alle Camere entro trenta giorni dalla predetta data, per l'espressione del parere delle Commissioni parlamentari competenti per materia. I pareri sono espressi entro trenta giorni dalla data di assegnazione. Decorso tale termine, il decreto puo' comunque essere emanato. Una quota pari a 220 milioni di euro delle risorse stanziate dalla legge 27 dicembre 2013, n. 147, quale contributo in conto impianti a favore di RFI e' finalizzata agli interventi di manutenzione straordinaria previsti nel Contratto di Programma parte Servizi 2012-2014, con conseguente automatico aggiornamento delle relative tabelle contrattuali. Agli enti locali che hanno sottoscritto, entro il 31 dicembre 2013, apposite convenzioni con la societa' RFI Spa per l'esecuzione di opere volte all'eliminazione di passaggi a livello, anche di interesse regionale, pericolosi per la pubblica incolumita', e' concesso di escludere, nel limite di tre milioni di euro per ciascuno degli anni 2014 e 2015, dal computo del patto di stabilita' interno per gli anni 2014 e 2015 le spese da essi sostenute per la realizzazione di tali interventi, a condizione che la societa' RFI Spa disponga dei relativi progetti esecutivi, di immediata cantierabilita', alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Ai relativi oneri si provvede per l'anno 2014 a valere sulle risorse di cui all'articolo 4, comma 3, e per l'anno 2015 a valere sulle risorse di cui al comma 5 del medesimo articolo. Alla ripartizione degli spazi finanziari tra gli enti locali si provvede con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.


10-bis. Al fine di rendere cantierabili nel breve termine opere di interesse pubblico nazionale o europeo nel settore ferroviario, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti redige il Piano di ammodernamento dell'infrastruttura ferroviaria, con il quale individua, secondo criteri di convenienza economica per il sistema-Paese, le linee ferroviarie da ammodernare, anche tramite l'impiego dei fondi della Connecting Europe Facility, sia per il settore delle merci sia per il trasporto dei passeggeri.
Il Piano e' redatto in collaborazione con le associazioni di categoria del settore ed e' tempestivamente reso pubblico nel rispetto delle disposizioni del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82.


11. Per consentire l'avvio degli investimenti previsti nei contratti di programma degli aeroporti di interesse nazionale di cui all'articolo 698 del codice della navigazione sono approvati, con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti da adottarsi entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, che deve esprimersi improrogabilmente entro trenta giorni, i contratti di programma sottoscritti dall'ENAC con i gestori degli scali aeroportuali di interesse nazionale. Per gli stessi aeroporti il parere favorevole espresso dalle Regioni e dagli enti locali interessati sui piani regolatori aeroportuali in base alle disposizioni del regolamento recante disciplina dei procedimenti di localizzazione delle opere di interesse statale di cui al decreto del Presidente della Repubblica 18 aprile 1994, n. 383, e successive modificazioni, comprende ed assorbe, a tutti gli effetti, la verifica di conformita' urbanistica delle singole opere inserite negli stessi piani regolatori.
11-bis. Al fine di garantire la tempestivita' degli investimenti negli aeroporti, il modello tariffario e il livello dei diritti aeroportuali sono elaborati entro ottanta giorni dall'apertura della procedura di consultazione e trasmessi all'Autorita' di regolazione dei trasporti per la successiva approvazione entro i successivi quaranta giorni. Decorsi tali termini la tariffa aeroportuale entra in vigore, fatti salvi i poteri dell'Autorita' di sospendere il regime tariffario ai sensi dell'articolo 80, comma 2, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27. Per i contratti di programma vigenti e per la loro esecuzione resta ferma la disciplina in essi prevista in relazione sia al sistema di tariffazione, sia alla consultazione, salvo il rispetto del termine di centoventi giorni dall'apertura della procedura di consultazione per gli adeguamenti tariffari.
11-ter. In attuazione degli articoli 1, paragrafo 5, e 11, paragrafo 6, della direttiva 2009/12/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell'11 marzo 2009, la procedura per la risoluzione di controversie tra il gestore aeroportuale e gli utenti dell'aeroporto non puo' essere promossa quando riguarda il piano di investimento approvato dall'Ente nazionale per l'aviazione civile e le relative conseguenze tariffarie ne' quando il piano di investimento risulta gia' approvato dalle competenti amministrazioni.
11-quater. Per consentire la prosecuzione degli interventi previsti nel piano di investimento degli aeroporti i cui contratti di programma risultano scaduti alla data del 31 dicembre 2014, i corrispettivi tariffari per l'anno 2015 sono determinati applicando il tasso di inflazione programmato ai livelli tariffari in vigore per l'anno 2014. Tali corrispettivi si applicano, previa informativa alla International Air Transportation Association ai fini dell'aggiornamento dei sistemi di biglietteria presso le agenzie di vendita dei titoli di viaggio, dal 1° gennaio 2015 fino alla data di entrata in vigore dei livelli tariffari determinati in applicazione dei modelli di tariffazione di cui al capo II del titolo III del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, e successive modificazioni.
Art. 2





Semplificazioni procedurali per le infrastrutture strategiche affidate in concessione


1. All'articolo 174 del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e' aggiunto, in fine, il seguente comma:
«4-ter. Il bando di gara puo' altresi' prevedere, nell'ipotesi di sviluppo del progetto per stralci funzionali o nei casi piu' complessi di successive articolazioni per fasi, l'integrale caducazione della relativa concessione, con la conseguente possibilita' in capo al concedente di rimettere a gara la concessione per la realizzazione dell'intera opera, qualora, entro un termine non superiore a tre anni, da indicare nel bando di gara stesso, dalla data di approvazione da parte del CIPE del progetto definitivo dello stralcio funzionale immediatamente finanziabile, la sostenibilita' economico finanziaria degli stralci successivi non sia attestata da primari istituti finanziari.».
2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica alle concessioni ed alle procedure in finanza di progetto con bando gia' pubblicato alla data di entrata in vigore del presente decreto.
3. All'articolo 175, comma 5-bis, del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, sono aggiunte, infine, le seguenti parole: «Si applicano altresi' le disposizioni di cui all'articolo 174».
4. Al comma 2 dell'articolo 19 del decreto-legge 21 giugno 2013 n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, le parole : «ne' agli interventi da realizzare mediante finanza di progetto le cui proposte sono state gia' dichiarate di pubblico interesse alla data di entrata in vigore del presente decreto» sono soppresse.
Art. 3





Ulteriori disposizioni urgenti per lo sblocco di opere indifferibili, urgenti e cantierabili per il rilancio dell'economia


1. Per consentire nell'anno 2014 la continuita' dei cantieri in corso ovvero il perfezionamento degli atti contrattuali finalizzati all'avvio dei lavori, il Fondo istituito nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ai sensi dell'articolo 18, comma 1, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, e' incrementato di complessivi 3.851 milioni di euro, di cui 26 milioni per l'anno 2014, 231 milioni per l'anno 2015, 159 milioni per l'anno 2016, 1.073 milioni per l'anno 2017, 2.066 milioni per l'anno 2018 e 148 milioni per ciascuno degli anni 2019 e 2020.
1-bis. Il fondo di cui al comma 1 e' altresi' incrementato, per un importo pari a 39 milioni di euro, mediante utilizzo delle disponibilita', iscritte in conto residui, derivanti dalle revoche disposte dall'articolo 13, comma 1, del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9, e confluite nel fondo di cui all'articolo 32, comma 6, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.
2. Con uno o piu' decreti del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, da adottare, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, quanto alle opere di cui alle lettere a) e b), nonche' entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, quanto alle opere di cui alla lettera c), sono finanziati, a valere sulle risorse di cui ai commi 1 e 1-bis:
a) i seguenti interventi ai sensi degli articoli 18 e 25 del decreto-legge n. 69 del 2013 cantierabili entro il 31 dicembre 2014:
Completamento della copertura del Passante ferroviario di Torino;
Completamento sistema idrico Basento -- Bradano, Settore G; Asse autostradale Trieste -- Venezia; Interventi di soppressione e automazione di passaggi a livello sulla rete ferroviaria, individuati, con priorita' per la tratta terminale pugliese del corridoio ferroviario adriatico da Bologna a Lecce; Tratta Colosseo
-- Piazza Venezia della Linea C di Roma;


b) i seguenti interventi appaltabili entro il 31 dicembre 2014 e cantierabili entro il 30 giugno 2015: ulteriore lotto costruttivo Asse AV/AC Verona Padova; Completamento asse viario Lecco -- Bergamo;
Messa in sicurezza dell'asse ferroviario Cuneo -- Ventimiglia;
Completamento e ottimizzazione della Torino -- Milano con la viabilita' locale mediante l'interconnessione tra la SS 32 e la SP 299-Tangenziale di Novara-lotto 0 e lotto 1; Terzo Valico dei Giovi
-- AV Milano Genova; Quadrilatero Umbria -- Marche; Completamento Linea 1 metropolitana di Napoli; rifinanziamento dell'articolo 1, comma 70, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, relativo al superamento delle criticita' sulle infrastrutture viarie concernenti ponti e gallerie; Messa in sicurezza dei principali svincoli della Strada Statale 131 in Sardegna;


c) i seguenti interventi appaltabili entro il 30 aprile 2015 e cantierabili entro il 31 agosto 2015: metropolitana di Torino;
tramvia di Firenze; Lavori di ammodernamento ed adeguamento dell'autostrada Salerno - Reggio Calabria, dallo svincolo di Rogliano allo svincolo di Atilia; Autostrada Salerno - Reggio Calabria svincolo Laureana di Borrello; Adeguamento della strada statale n. 372 «Telesina» tra lo svincolo di Caianello della Strada statale n. 372 e lo svincolo di Benevento sulla strada statale n. 88;
Completamento della S.S. 291 in Sardegna; Variante della «Tremezzina»
sulla strada statale internazionale 340 «Regina»; Collegamento stradale Masserano-Ghemme; Ponte stradale di collegamento tra l'autostrada per Fiumicino e l'EUR; Asse viario Gamberale-Civitaluparella in Abruzzo; Primo lotto Asse viario S.S.
212 Fortorina; Continuita' interventi nuovo tunnel del Brennero;
Quadruplicamento della linea ferroviaria Lucca Pistoia; aeroporti di Firenze e Salerno; Completamento sistema idrico integrato della Regione Abruzzo; opere segnalate dai Comuni alla Presidenza del Consiglio dei ministri dal 2 al 15 giugno 2014 o richieste inviate ai sensi dell'articolo 18, comma 9, del decreto-legge n. 69 del 2013.


3. Le richieste di finanziamento inoltrate dagli enti locali relative agli interventi di cui al comma 2, lettera c), sono istruite dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, e finalizzate, nel limite massimo di 100 milioni di euro a valere sulle risorse di cui al comma 1, a nuovi progetti di interventi, secondo le modalita' indicate con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, assegnando priorita': a) alla qualificazione e manutenzione del territorio, mediante recupero e riqualificazione di volumetrie esistenti e di aree dismesse, nonche' alla riduzione del rischio idrogeologico; b) alla riqualificazione e all'incremento dell'efficienza energetica del patrimonio edilizio pubblico, nonche' alla realizzazione di impianti di produzione e distribuzione di energia da fonti rinnovabili; c) alla messa in sicurezza degli edifici pubblici, con particolare riferimento a quelli scolastici, alle strutture socio-assistenziali di proprieta' comunale e alle strutture di maggiore fruizione pubblica. Restano in ogni caso esclusi dall'attribuzione di tali risorse i comuni che non abbiano rispettato i vincoli di finanza pubblica ad essi attribuiti. Una quota pari a 100 milioni di euro a valere sulle risorse di cui ai commi 1 e 1-bis e' destinata ai Provveditorati interregionali alle opere pubbliche del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per interventi di completamento di beni immobiliari demaniali di loro competenza.
4. Agli oneri derivanti dal comma 1 del presente articolo si provvede:
a) (Soppressa);
b) quanto a 11 milioni di euro per l'anno 2014, mediante parziale utilizzo delle disponibilita' derivanti dalle revoche disposte dall'articolo 13, comma 1, del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145, convertito con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9, e confluite nel fondo di cui all'articolo 32, comma 6, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni dalla legge 15 luglio 2011, n. 111;
c) quanto a 15 milioni di euro per l'anno 2014, quanto a 5,200 milioni per l'anno 2015, quanto a 3,200 milioni per l'anno 2016 e quanto a 148 milioni per ciascuno degli anni dal 2017 al 2020, mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 5, comma 1, della legge 6 febbraio 2009, n. 7;
d) quanto a 94,8 milioni di euro per l'anno 2015, mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 186, della legge 24 dicembre 2012, n. 228;
e) quanto a 79,8 milioni di euro per l'anno 2015, mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 212, della legge 24 dicembre 2012, n. 228;
f) quanto a 51,2 milioni di euro per l'anno 2015, a 155,8 milioni per l'anno 2016, a 925 milioni per l'anno 2017 e a 1.918 milioni per l'anno 2018, mediante corrispondente riduzione della quota nazionale del Fondo per lo sviluppo e la coesione - programmazione 2014-2020 -
di cui all'articolo 1, comma 6, della legge 27 dicembre 2013, n. 147.


5. Il mancato rispetto dei termini fissati al comma 2, lettere a), b) e c), per l'appaltabilita' e la cantierabilita' delle opere determina la revoca del finanziamento assegnato ai sensi del presente decreto.
6. Le risorse revocate ai sensi del comma 5 confluiscono nel Fondo di cui all'articolo 32, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, e sono attribuite prioritariamente:
a) al primo lotto funzionale asse autostradale Termoli -- San Vittore;
b) al completamento della rete della Circumetnea;
c) alla metropolitana di Palermo: tratto Oreto -- Notarbartolo;
d) alla metropolitana di Cagliari: adeguamento rete attuale e interazione con l'hinterland.
d-bis) all'elettrificazione della tratta ferroviaria Martina Franca-Lecce-Otranto-Gagliano del Capo, di competenza della societa' Ferrovie del Sud Est e servizi automobilistici;
d-ter) al potenziamento del Sistema ferroviario metropolitano regionale veneto (SFMR), attraverso la chiusura del quadrilatero Mestre-Treviso-Castelfranco-Padova;
d-quater) all'ammodernamento della tratta ferroviaria Salerno-Potenza-Taranto;
d-quinquies) al prolungamento della metropolitana di Genova da Brignole a piazza Martinez;
d-sexies) alla strada statale n. 172 «dei Trulli», tronco Casamassima-Putignano.



7. Con i provvedimenti di assegnazione delle risorse di cui al comma 1 sono stabilite, in ordine a ciascun intervento, le modalita' di utilizzo delle risorse assegnate, di monitoraggio dell'avanzamento dei lavori e di applicazione di misure di revoca.



8. Per consentire la continuita' dei cantieri in corso, sono confermati i finanziamenti pubblici assegnati al collegamento Milano
- Venezia secondo lotto Rho - Monza, di cui alla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) 8 agosto 2013, n. 60/2013, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 60 del 13 marzo 2014; nonche' sono definitivamente assegnate all'Anas S.P.A. per il completamento dell'intervento «Itinerario Agrigento-Caltanissetta-A19 - Adeguamento a quattro corsie della SS 640 tra i km 9 800 e 44 400», le somme di cui alla tabella
«Integrazioni e completamenti di lavori in corso» del Contratto di programma tra Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e ANAS S.p.A. relativo all'anno 2013, pari a 3 milioni di euro a valere sulle risorse destinate al Contratto di programma 2013 e a 42,5 milioni di euro a valere sulle risorse destinate al Contratto di programma 2012. Le risorse relative alla realizzazione degli interventi concernenti il completamento dell'asse strategico nazionale autostradale Salerno-Reggio Calabria di cui alla delibera del CIPE 3 agosto 2011, n. 62/2011, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 304 del 31 dicembre 2011, sono erogate direttamente alla societa' ANAS Spa, a fronte dei lavori gia' eseguiti.


9. Le opere elencate nell'XI allegato infrastrutture approvato ai sensi dell'articolo 1 della legge 21 dicembre 2001, n. 443, dal CIPE nella seduta del 1o agosto 2014, che, alla data di entrata in vigore del presente decreto non sono state ancora avviate e per le quali era prevista una copertura parziale o totale a carico del Fondo Sviluppo e Coesione 2007-2013 confluiscono automaticamente nel nuovo periodo di programmazione 2014-2020. Entro il 31 ottobre 2014, gli Enti che a diverso titolo partecipano al finanziamento e o alla realizzazione delle opere di cui al primo periodo confermano o rimodulano le assegnazioni finanziarie inizialmente previste.
9-bis. Le opere elencate nell'XI allegato infrastrutture approvato ai sensi dell'articolo 1 della legge 21 dicembre 2001, n. 443, e successive modificazioni, dal CIPE nella seduta del 1°agosto 2014, che siano gia' state precedentemente qualificate come opere strategiche da avviare nel rispetto dell'articolo 41 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, e per le quali alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto sia stata indetta la conferenza di servizi di cui all'articolo 165 del codice di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni, sono trasmesse in via prioritaria al CIPE, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ai fini dell'assegnazione delle risorse finanziarie necessarie per la loro realizzazione, previa verifica dell'effettiva sussistenza delle risorse stesse.
10. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e' confermato Autorita' Nazionale capofila e Capo Delegazione dei Comitati di Sorveglianza con riferimento al nuovo periodo di programmazione 2014-2020 dei programmi di cooperazione interregionale ESPON e URBACT, in considerazione di quanto gia' previsto dalla delibera del CIPE 21 dicembre 2007, n. 158/2007, pubblicata nel supplemento ordinario n. 148 alla Gazzetta Ufficiale n. 136 del 12 giugno 2008, ed in relazione alla missione istituzionale di programmazione e sviluppo del territorio propria del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
11. E' abrogato il comma 11-ter dell'articolo 25 del decreto-legge n. 69 del 2013, come convertito, con modificazioni, dalla legge n. 98 del 2013.
12. Dopo l'articolo 6-bis, comma 2, del decreto-legge 26 giugno 2014, n. 92, convertito con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 117, e' aggiunto il seguente comma:
«2-bis. Le risorse disponibili sulla contabilita' speciale intestata al Commissario straordinario del Governo per le infrastrutture carcerarie di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 dicembre 2012, allegato al decreto-legge 1 luglio 2013, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 94, sono versate nell'anno 2014 all'entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze a uno o piu' capitoli di bilancio dello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e del Ministero della giustizia secondo le ordinarie competenze definite nell'ambito del decreto di cui al comma 2.».
12-bis. Per il completamento degli interventi infrastrutturali di viabilita' stradale di cui all'articolo 1, comma 452, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, e successive modificazioni, e' autorizzata la spesa di 487.000 euro per l'anno 2014.
12-ter. All'onere derivante dal comma 12-bis si provvede, per l'anno 2014, mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa prevista dall'articolo 2, comma 3, della legge 18 giugno 1998, n. 194.
Art. 4





Misure di semplificazione per le opere incompiute segnalate dagli Enti locali e misure finanziarie a favore degli Enti territoriali


1. Al fine di favorire la realizzazione delle opere segnalate dai Comuni alla Presidenza del Consiglio dei ministri dal 2 al 15 giugno 2014 e di quelle inserite nell'elenco-anagrafe di cui all'articolo 44-bis del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, per le quali la problematica emersa attenga al mancato concerto tra Amministrazioni interessate al procedimento amministrativo, e' data facolta' di riconvocare la Conferenza di Servizi, ancorche' gia' definita in precedenza, funzionale al riesame dei pareri ostativi alla realizzazione dell'opera. Ove l'Ente proceda ad una riconvocazione, i termini di cui all'articolo 14-ter, della legge 7 agosto 1990, n. 241, sono ridotti alla meta'. Resta ferma la facolta', da parte del Comune o dell'unione dei Comuni procedenti, di rimettere il procedimento alla deliberazione del Consiglio dei ministri, ai sensi dell'articolo 14-quater, comma 3, della legge 241 del 1990, i cui termini sono ridotti alla meta'.
2. In caso di mancato perfezionamento del procedimento comunque riconducibile ad ulteriori difficolta' amministrative, e' data facolta' di avvalimento a scopo consulenziale -- acceleratorio dell'apposita cabina di regia istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.
3. I pagamenti connessi agli investimenti in opere oggetto di segnalazione entro il 15 giugno 2014 alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nel limite di 250 milioni di Euro per l'anno 2014, sono esclusi dal patto di stabilita' interno alle seguenti condizioni, accertate a seguito di apposita istruttoria a cura degli Uffici della medesima Presidenza del Consiglio dei ministri, da concludere entro 30 giorni dall'entrata in vigore del presente decreto:
a) le opere alle quali si riferiscono i pagamenti devono essere state preventivamente previste nel Programma Triennale delle opere pubbliche;
b) i pagamenti devono riguardare opere realizzate, in corso di realizzazione o per le quali sia possibile l'immediato avvio dei lavori da parte dell'ente locale richiedente;
c) i pagamenti per i quali viene richiesta l'esclusione del patto di stabilita' devono essere effettuati entro il 31 dicembre 2014;
c-bis) i pagamenti per i quali viene richiesta l'esclusione dal patto di stabilita' devono riguardare prioritariamente l'edilizia scolastica, gli impianti sportivi, il contrasto del dissesto idrogeologico, la sicurezza stradale.
4. Entro 15 giorni dalla conclusione dell'istruttoria di cui al comma 3, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sono individuati i Comuni che beneficiano della esclusione dal patto di stabilita' interno e l'importo dei pagamenti da escludere.
4-bis. Al comma 88 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147, dopo le parole: «26 febbraio 1992, n. 211,» sono inserite le seguenti: «e del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133,».
5. Sono esclusi dai vincoli del patto di stabilita' interno, per un importo complessivo di 300 milioni di euro, i pagamenti, sostenuti successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto, relativi a debiti in conto capitale degli enti territorial
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:29
Il cancro d'Italia che la sta uccidendo: le collusioni tra mafia, politica e imprenditoria 

Vincenzo Musacchio *

Le nuove mafie non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune. Si deve subito impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire appalti e lavoro. L'attuale legislazione è insufficiente, serve una nuova rivoluzione culturale
In Italia solo nel 2014 sono scattate indagini di natura penale e ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici in quasi tutte le regioni. Sono stati sciolti oltre duecentocinquanta consigli comunali per presunte infiltrazioni mafiose e più di ottanta parlamentari dell’attuale legislatura sono indagati, imputati e condannati per reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e per altri reati contro la pubblica amministrazione. Le collusioni tra politica, criminalità organizzata e imprenditoria sono attualmente gli aspetti più preoccupanti per il nostro Paese poiché mettono a rischio la stabilità delle istituzioni democratiche. 
Le nuove mafie, oggi, non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per alterare i normali processi della politica, minare la credibilità delle istituzioni, inquinare gravemente l'ambiente e snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune, sgretolando il senso civico e la cultura solidaristica del nostro Paese. La simbiosi tra mafie, politica ed economia attualmente è presente in molti settori produttivi nazionali con grande prevalenza nel settore degli appalti pubblici e delle pubbliche sovvenzioni statali ed europee. I predetti legami servono alle mafie soprattutto per condizionare le scelte degli amministratori che sovrintendono le procedure pubbliche, instaurando in tal modo un circuito per lo scambio di favori illeciti. La politica, da un lato, garantisce affari e profitti alla criminalità organizzata, dall’altro, quest’ultima assicura la disponibilità di voti necessari per essere eletti ai politici collusi. Mafia e politica, sotto questo profilo, si sostengono e si garantiscono a vicenda. Il terreno d’incontro è la corruzione e il profitto economico. Per i mafiosi, le enormi quantità di denaro a disposizione costituiscono anche il mezzo per accedere nella cabina di regia degli enti dello Stato sia a livello centrale che periferico allo scopo di eliminare la possibile concorrenza alle loro imprese e agire in regime di monopolio. 
In questo contesto, molto preoccupante, occorre domandarsi cosa si può fare per arginare queste situazioni criminose? Una delle azioni da concretizzare, senza tentennamenti, è senza dubbio quella di impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire assunzioni, appalti e altri vantaggi che consentono loro di offrire ai cittadini possibilità di lavoro. E’ indispensabile fare in modo che per ottenere i propri diritti non si debba più ricorrere al mafioso, al politico o imprenditore colluso. Bisogna assolutamente sradicare la convinzione che la mafia garantisca lavoro. Una cosa difficile da realizzare, soprattutto nel Sud d’Italia, dove lo Stato latita da molto tempo. Dalla rottura dei legami mafie-politica-imprenditoria, a mio avviso, comincerà il vero cambiamento, ma, ciò è possibile solo a condizione che nel nostro Paese si comincino a lottare concretamente la criminalità organizzata, la corruzione, l’evasione fiscale e la mala politica. 
Da esperto della materia posso affermare che l’attuale legislazione è assolutamente insufficiente. La dimostrazione della nostra tesi, ad esempio, risiede nel fatto che l’Italia sia la Nazione più corrotta d’Europa e al tempo stesso quella in cui vi sono meno condanne per corruzione, concussione e abuso d’ufficio. Di certo il virus che sta uccidendo lentamente il nostro Stato in buona parte risiede nell’indebolimento delle norme di controllo, nel depotenziamento del sistema giudiziario e in una burocrazia ferma al secolo scorso priva di trasparenza e di economicità. E’ il mix tra corruzione politica, criminalità organizzata ed economia adulterata il vero cancro della nostra società e non si può continuare a parlare di onestà, di trasparenza e di efficienza in uno Stato che, di fatto, non vuole lottare questi fenomeni così aberranti. 
Il cittadino dovrebbe comprendere che mafiosi, politici e imprenditori perseguono il profitto fine a se stesso servendosi soprattutto di  denaro pubblico, di cui non si riesce nemmeno a tracciare il percorso perché le norme sul riciclaggio sono inefficaci e quelle sull’autoriciclaggio inesistenti. Le confische patrimoniali, molto temute dai mafiosi, languono e anche questo è un aspetto a dir poco allarmante. In questo scenario catastrofico occorrerebbe una rivoluzione culturale che parta dai giovani sulla scorta di quanto accaduto in passato per combattere la mafia - penso alla “Primavera di Palermo” negli anni novanta - quando una moltitudine di cittadini ebbe il coraggio di scendere in piazza dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio per dire no alla mafia. Ecco occorre una nuova “Primavera di Palermo” ma questa volta senza i tanti morti ed estesa a tutta la Nazione per dire no alle mafie e alla corruzione. L’Italia si gioca una partita importantissima: o affronta i veri problemi che la attanagliano, e che ho descritto in precedenza, o sarà destinata al collasso totale. 
Musacchio
 *Vincenzo Musacchio -  Giurista, docente di diritto penale  e direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise





Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    
Crocetta e Baccei: scippare ai siciliani un miliardo e 750 milioni di Euro. A rischio occupazione e ambiente 


Giulio Ambrosetti


Poche ore dopo la bomba d’acqua che ha allagato (e distrutto) mezza Sicilia, Crocetta e Baccei sono già ‘impegnati’ a scippare soldi alle famiglie e alle imprese siciliane che resistono nonostante la Regione. A rischio, però, non è solo l’economia, ma la vita degli stessi cittadini dell’Isola, se è vero che Comuni (senza soldi) e strutture regionali hanno abbandonato i corsi d’acqua che attraversano città e campagne. Di conseguenza, le eventuali bombe d'acqua potrebbero distruggere i centri abitati e le coltivazioni
Semplicemente incredibile: nel giro di poche ore, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, hanno archiviato l’alluvione che ha funestato mezza Sicilia. Città e paesi - Catania e Giardini Naxos in testa, ma l’elenco è lungo - allagati, con le automobili sommerse dall’acqua, strade trasformate in fiumi in piena, corsi d’acqua fino a qualche settimana fa ridotti a rigagnoli dall’arsura estiva che si trasformano, in poche ore, in torrenti impetuosi che distruggono tutto quello che incontrano: strade, abitazioni, caseggiati rurali, coltivazioni. Nella parte orientale della nostra Isola il primo nubifragio di una stagione invernale che si approssima e che si annuncia piena di incognite ha già distrutto importanti segmenti dell’agricoltura. Danni per decine e decine di milioni di Euro. Agricoltori in ginocchio, disperazione. E cosa fanno Crocetta e Baccei davanti a questo inferno che potrebbe riproporsi non tra vent’anni, ma tra qualche settimana? Annunciano tagli a un Bilancio regionale già disastrato per un miliardo e 750 milioni di Euro!
Lo Stato, nell’ultimo anno e mezzo, ha scippato alla Regione siciliana circa 10 miliardi di Euro. Centinaia di
alluvione a giardini
Alluvione a Giardini Naxos: foto di meteoweb
Comuni siciliani sono al dissesto finanziario non dichiarato. La riforma delle Province, con le tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina e i fantomatici Consorzi di Comuni rischia di fallire ancor prima di essere applicata. Interi settori dell’amministrazione pubblica isolana sono senza risorse finanziarie. La spesa sociale è stata praticamente azzerata, se è vero che non ci sono soldi per gli anziani, per l’infanzia e per i portatori di handicap. E si annunciano ‘risparmi’ anche sulla pelle degli studenti.
Di fatto, oggi, in Sicilia, esiste e resiste solo l’economia che non ha nulla a che spartire con la Regione siciliana. E in parte è proprio a questi soggetti - cioè agli imprenditori siciliani che vivono del proprio lavoro - che il governo Crocetta vorrebbe adesso scippare le risorse finanziarie. Nella testa di Baccei spunta il recupero dell’evasione fiscale: ovvero la ‘caccia’ a chi non ha pagato il bollo di circolazione delle automobili (dimenticando che in Sicilia, per la diffusa povertà, un numero impressionante di automobilisti non paga più l’assicurazione delle auto: altro che bollo di circolazione!); la ‘caccia’ agli evasori delle accise sull’energia; l’aumento dei canoni di concessione e, in generale, l’aumento delle imposte locali. E, ciliegina sulla torta, il licenziamento di migliaia di operai della Forestale e il non pagamento delle retribuzioni a migliaia di precari della Regione, dei Comuni e delle ex Province.
Di fatto, davanti a un governo nazionale che deruba le finanze regionali, il toscano Baccei non trova di meglio che tornare a ‘spremere’ i siciliani, colpendo gli imprenditori dell’Isola che hanno la sola ‘colpa’ di essere rimasti in Sicilia a fare impresa, a prescindere da una Regione che ormai è solo un peso per la Sicilia e per i siciliani. Attenzione: noi non stiamo mettendo in discussione le istituzioni autonomistiche della nostra Regione: mettiamo in discussione un governo regionale di ‘ascari’ e venduti a Roma che sta utilizzando le nostre istituzioni per derubare quelle poche risorse finanziarie che le famiglie e le imprese siciliane ancora in piedi riescono a mantenere.
corruzione
Di questi ‘ascari’ che stanno massacrando la Sicilia vi diciamo i nomi e i cognomi politici. In testa c’è il PD siciliano, partito che oggi rappresenta la vera e propria cancrena della nostra Regione. A questo partito si aggiungono l’UDC, Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Sicilia Democratica e, in generale, tutti i deputati del Parlamento siciliano che in questi tre anni sono passati con Crocetta (a quanto pare, in cambio di benefici e prebende, come ha denunciato un deputato, Pippo Sorbello: questione ripresa dai grillini: vicenda che, a nostro avviso, dovrebbe essere oggetto di un’inchiesta da parte della magistratura penale, perché parliamo di corruzione di deputati).
Questo governo, questi partiti e questi deputati adesso vogliono ‘saccheggiare’ le famiglie siciliane, perché Baccei - che, ricordiamolo è stato imposto dal governo Renzi - le vuole colpire con un aumento delle tasse locali e con il recupero dell’evasione fiscale. Governo, partiti di governo e deputati regionali vogliono penalizzare anche le imprese che ancora non hanno avuto il ‘piacere’ di conoscere la Regione, aumentando tasse e imposte.
Di fatto, Baccei sta proponendo una manovra economica e finanziaria che trasformerà la recessione che oggi travaglia la Sicilia in vera propria depressione economica. Se, sotto il profilo morale, recuperare l’evasione fiscale è corretto (anche se in questo caso non si tratta di grandi evasori e di grandi cifre, ma di tantissimi evasori per piccole cifre - come il bollo delle automobili - evasori che, spesso, non riescono a mettere d’accordo il pranzo con la cena), sotto il profilo economico, soprattutto se accompagnata da un aumento di imposte e tasse locali, quest’ennesima stretta su famiglie e imprese proposta dall’accoppiata Crocetta-Baccei provocherà un’ulteriore riduzione della domanda al consumo e, di conseguenza, un aumento della disoccupazione. In una parola, Crocetta, Baccei, i partiti che appoggiano il governo e i deputati che sono passati con la maggioranza in cambio di ‘qualcosa’ (che alti valori morali, no? e meno male che era solo Berlusconi il grande corruttore che, nel 2006, ‘acquistava’ parlamentari), in queste ore, stanno lavorando per rendere sempre più povera la Sicilia. E per parare il culo al governo Renzi che vuole continuare a derubare la nostra Regione.
In queste ore - tanto per citare un esempio - i deputati ‘ascari’ di una maggioranza ‘ascara’ stanno
forestali siciliani
chiedendo la convocazione la commissione Bilancio e Finanze del Parlamento siciliano per approvare un disegno di legge sugli operai della Forestale che ancora non c’è! Invitiamo gli operai della Forestale a non cadere in questo tranello e a scegliere altre vie per reclamare il rispetto dei loro diritti. Detto in soldoni: vi stanno prendendo per il culo.
Lo stesso discorso vale per i precari dei Comuni, per i dipendenti e per i precari delle ex Province e per i circa 60 mila precari sparsi tra gli uffici e gli enti della Regione. Egregi signori, svegliatevi, datevi un mossa, perché questo governo vi sta prendendo per il culo.  
Che fare davanti a un prospettiva simile? Qui in gioco non c’è soltanto il futuro economico della Sicilia e la retribuzione di migliaia e migliaia di siciliani, ma la stessa vita dei cittadini siciliani. Il discorso ritorna all’ambiente, alle alluvioni degli ultimi giorni. E’ bene che i cittadini siciliani sappiamo che i Comuni non hanno i soldi per rendere le strade e i corsi d’acqua sicuri. I corsi d’acqua esondano - com’è successo a Giardini Naxos - perché i tecnici dei Comuni non intervengono per liberare l’alveo dalla presenza di rami secchi e spesso di rifiuti che ostacolano lo stesso corso d’acqua. Idem per i tanti punti intasati che possono ostacolare un piccolo torrente che attraversa un centro abitato: un corso d’acqua intasato che, con una bomba d’acqua, si può trasformare, nel giro di qualche ora, in uno strumento di morte.  
Le città si allagano non soltanto perché esondano i corsi d’acqua, ma perché le caditoie e, in generale, i punti drenanti risultano intasati da residui vegetali e da rifiuti (che, ricordiamolo, ormai da qualche anno, in molte città della Sicilia, rimangono ammassati nelle via cittadine andando ad intasare le caditorie: fenomeno che a Palermo è diffusissimo). Vorremmo ricordare che, qualche giorno fa, Palermo e altre città siciliane non si sono allagate non perché è stata fatta correttamente la manutenzione (che non è stata fatta!), ma perché non sono arrivate le bombe d’acqua.
Lo stesso discorso riguarda le campagne della Sicilia. Un tempo del controllo dei fiumi e dei corsi d’acqua si occupava l’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana. In alcuni casi, come nel Messinese, le sistemazioni sono state peraltro sbagliate, con la ‘cementificazione’ del letto delle fiumare. Ma in molti altri casi, con le sistemazioni ‘naturali’, i tecnici dell’Azienda Foreste hanno svolto opera meritoria. Oggi tale Azienda è stata smembrata e snaturata, prima dal governo di Raffaele Lombardo e, adesso, dal governo Crocetta. Fiumi e corsi d’acqua sono abbandonati. Questo spiega gli incredibili danni che in queste ore si contano nelle campagne della Sicilia orientale.
Cosa vogliamo dire con queste sottolineature? Che ormai Il governo Crocetta-Baccei non è soltanto un problema enorme per la poca economia siciliana che ancora resiste. Ormai l’azione malsana e ‘ascara’ di questo governo rischia di provocare danni ingenti all’ambiente e anche alle persone. Non dimentichiamo o morti registrati qualche anno fa nel Messinese (per i quali nessuno ha pagato). Basta andare sulla rete e fare una breve ricerca per capire che il clima sta cambiando. Ormai le precipitazioni tumultuose - le cosiddette bombe d’acqua - stanno diventando la norma. Per proteggere le vite umane, oltre che l’agricoltura e le abitazioni, servono le manutenzioni. Ma quest’esigenza ineludibile si scontra con un governo regionale e con una maggioranza politica che lo sostiene impegnati, di fatto, a scippare soldi alle famiglie e alle imprese siciliane per portarli a Roma. 
http://www.lavocedinewyork.com/Crocetta-e-Baccei-scippare-ai-siciliani-un-miliardo-e-750-milioni-di-Euro-A-rischio-occupazione-e-ambiente/d/14327/


Fedelissimi di Crocetta piazzati ovunque  Il dorato mondo del sottogoverno 

Domenica 06 Settembre 2015 - 06:00 di Accursio Sabella

Dalle società partecipate agli enti regionali, dalle Province agli assessorati, sono decine gli incarichi dati a uomini e donne vicini al presidente. In qualche caso buoni per qualsiasi ruolo, purché ben retribuito.





PALERMO - Doveva essere tagliata, ridotta, cancellata, abbattuta dalla rivoluzione. E invece, la foresta del sottogoverno è tutta lì. Con le sue società partecipate mangiasoldi, con i suoi carrozzoni regionali, con i suoi enti da commissariare. La selva dei “sottoposti” è tutta lì. L'era Crocetta si è limitata a sradicare qualche albero e a piantarne di nuovi. In qualche caso, invece, ha tenuto salda la vegetazione che c'era. In qualche altro caso, invece, ha “testato” il fedelissimo in vista di un eventuale trasferimento nel giardino della giunta.

Così, scopri che oltre al ristretto “cerchio magico” del governatore ne esiste uno appena un po' più largo. Che non si limita a cingere le poltrone più vicine a quelle del presidente, ma comprende anche quell'universo lì, quei satelliti di potere che ruotano attorno al pianeta Crocetta.

Gli uomini (e le donne) buoni per ogni incarico

Per il governatore, ad esempio, esistono uomini che, per le loro capacità, tornano buoni per ricoprire qualsiasi incarico. Anche i più differenti. È il caso, ad esempio, dell'attuale capo di gabinetto di Crocetta, cioè Giulio Guagliano. Già collaboratore dell'ex assessore all'Economia Luca Bianchi, in questi anni Guagliano è stato nominato (probabilmente dimenticheremo qualcosa) anche amministratore della società Resais, componente di uno degli organismi che gestiscono la società Seus-118, commisssario della provincia di Caltanissetta, componente del collegio sindacale dell'Irfis, componente del collegio dei revisori della Camera di commercio di Caltanissetta e di quello del consorzio universitario di Palermo. Incarichi che hanno fruttato oltre 100 mila euro in un anno. Somma che si aggiunge agli altri 100 mila guadagnati in qualità di dirigente regionale. Uomini dalle competenze così ampie, insomma, da poter coprire senza difficoltà ruoli assai diversi. È il caso, ovviamente, di Antonio Ingroia. Prima, per Crocetta, l'ex pm era “perfetto” per il ruolo di presidente della società Riscossione Sicilia. Ma il Csm in quel caso alzò paletta rossa. Poco male. Ingroia era comunque perfetto per guidare una società che si occupa di tutt'altro, come Sicilia e-Servizi. Già che c'era, Crocetta lo ha anche nominato commissario della Provincia di Trapani. Prima di farsi “bacchettare”, stavolta, dal garante anticorruzione. E dire che lo aveva mandato lì per contribuire alle ricerche su Matteo Messina Denaro...

La “cifra” legalitaria è rinvenibile un po' anche nelle storie degli altri fedelissimi del sottogoverno. È il caso ad esempio di Antonio Fiumefreddo. Prima Crocetta lo scelse come assessore ai Beni culturali, attirandosi le ire e il “veto” del Pd. Poi gli propose un incarico di vertice alla Società patrimonio immobiliare, quindi la guida di Riscossione Sicilia. Adesso, per Crocetta, Fiumefreddo, che in passato fu Soprintendente del Teatro Bellini, nominato da Raffaele Lombardo, è persino “l'uomo-chiave” per il rilancio delle imprese siciliane anche per la sua costante “lotta al malaffare”. E per questo il governatore spinge per averlo in giunta, alle Attività produttive. Nonostante il gravoso ruolo di Segretario generale, invece, Patrizia Monterosso è stata anche nominata nel cda di Irfis (vicepresidente) e in quello dela “Kore” di Enna. Superdirigenti, in grado di fare tante cose contemporaneamente. Come Anna Rosa Corsello, che fino a un anno fa ricopriva insieme il ruolo di dirigente generale alla Formazione, dirigente generale al Lavoro e commissario liquidatore sia della società Biosphera sia della Multiservizi. E con il commissariamento infinito delle Province, ecco i doppi incarichi per altri direttori come Dario Cartabellotta, Ignazio Tozzo, Luciana Giammanco e Rosa Barresi, prima del suo approdo in giunta.

Dalla giunta alla sottogiunta

E del resto, il tragitto che lega il governo ai posti di sottogoverno è sempre molto trafficato. È il caso ad esempio di Mariella Lo Bello e Nelli Scilabra, che hanno condiviso – fino a un certo punto – il destino che li ha portati dai posti all'interno dell'esecutivo a quelli degli uffici di gabinetto, col ruolo di segretarie particolari del governatore. Ma anche altri ex assessori sono stati in qualche modo ripescati dalle reti degli incarichi. Quelli di consulenza, in particolare, come nel caso dell'ex assessore all'Ambiente Salvatore Calleri (lo stesso che chiese: “Giuseppe Alessi, chi è costui?”), adesso consulente personale del governatore in carica, o come nel caso dell'ex responsabile in giunta dell'Economia, Roberto Agnello, chiamato come consulente da Lucia Borsellino e confermato da Baldo Gucciardi. E tra i consulenti, ecco spiccare i fedelissimi del presidente. Stefano Polizzotto, a dire il vero, con Crocetta sembra aver “rotto” da un po': ex capo dela segreteria tecnica, per un periodo fu consulente del presidente che adesso si avvale, tra gli altri, di altri due uomini di fiducia. Antonello Pezzini sta ancora lavorando a quel Patto dei sindaci che avrebbe dovuto portare in Sicilia circa 5 miliardi di finanziamenti dall'Europa. Inutile dire che stiamo ancora aspettando. Per Sami Ben Abdelaali un incarico finalizzato ai rapporti con i paesi del mediterraneo e un ruolo centrale anche nella gestione dell'Expo. Poche settimane fa fece discutere l'assunzione del consulente nella società di Tomaso Dragotto, l'imprenditore scelto da Crocetta per far parte del cda di Gesap, l'azienda che gestisce l'aeroporto di Palermo. Un'assunzione sullla quale in tanti hanno sollevato qualche “dubbio”. Si sarebbe trattato di uno dei primi casi di incarico di “sotto-sotto governo”.

C'è poi anche la possibilità di usare il “sottogoverno” per altri incarichi dello stesso tipo. Detto del capo di gabinetto di Crocetta, Giulio Guagliano (che è pur sempre un dirigente della Regione), ecco un altro storico componente degli uffici di gabinetto del presidente, Gaetano Moltalbano, piazzato alla guida della Seus o l'ex capo di gabinetto del governatore, Gianni Silvia, tornato buono anche per la guida della Fondazione orchestra sinfonica siciliana.

Gli straordinari commissari

Francesco Calanna, invece, ha anche militato nel Megafono. Un passato che evidentemente ne fa un uomo di fiducia del presidente. Una fiducia, del resto, manifestata con i “numeri”. Nominato commissario straordinario dell'Ente sviluppo agricolo (il commissario straordinario dovrebbe occuparsi di fatti circoscritti, anche nel tempo), il dirigente si è visto rinnovare il contratto la bellezza di otto volte in due anni. Una scelta in controtendenza, visto che altrove i cambi e i turn over sono stati frenetici. Alla Crias, ad esempio, in pochi mesi si sono alternati Maria Amoroso, Filippo Nasca e, ultimo in ordine di tempo, Claudio Basso. All'ombra dei templi di Agrigento, Gaetano Pennino ha lasciato – una volta nominato dirigente generale – la guida del parco archeologico ad Alberto Pulizzi. All'Istituto regionale del Vino e dell'Olio, Crocetta ha chiamato dapprima come commissario un volto più o meno noto della tv, come il nutrizionista Giorgio Calabrese, per poi sostituirlo con Antonino Di Giacomo Pepe. E ancora, ecco commissari disseminati ovunque, nel corso di questi anni. È il caso di Dario Lo Bosco, già presidente di Ast (sì, proprio l'azienda di trasporto pubblico che Crocetta avrebbe voluto trasformare in una compagnia aerea) nominato anche commissario della Camera di commercio di Catania. Alfonso Cicero, invece, fu per mesi commissario straordinario dell'Irsap prima della nomina a presidente, tra furenti polemiche all'Ars. Ci fermiamo qui. Solo per non annoiare. Ovviamente, questi incarichi sono tutti ben retribuiti, e vengono tranquillamente cumulati tra loro, nei casi dei fortunati fedelissimi "multiruolo". Ma il sottogoverno è si distende ben oltre questi racconti. Persino in una realtà virtuale. Quella che ha visto – con tanto di comunicato stampa del presidente della Regione – Tano Grasso, simbolo della lotta al racket, sedersi sulla poltrona di “superdirigente” agli appalti. Sono passati quasi due anni. Tano Grasso non si è mai insediato.


Inchiesta sui beni confiscati alla mafia: tremano i ‘Palazzi’ del potere di Palermo 

La VOCE Sicilia NY



L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, avrebbe subìto un’accelerazione perché Report - la nota trasmissione televisiva d’inchiesta di Milena Gabanelli - starebbe realizzando una puntata su tale argomento. Con testimonianze e interviste ‘pesanti’. Sotto inchiesta Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara


Una bufera starebbe per abbattersi sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. E al centro di questa vicenda ci sarebbe Palermo, da sempre ‘Capitale mondiale di Cosa nostra’, dove si concentrerebbe oltre il 40 per cento dei beni confiscati agli uomini dell’Onorata società. A tremare sarebbero i protagonisti dei ‘Palazzi’ del potere. Ma questa volta ad essere coinvolti non sono i 'Palazzi' della politica siciliana, ma qualche alto rappresentante della Giustizia. Insomma, magistrati che indagano su altri magistrati. Nello specifico, la Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sulla gestione di un segmento della Giustizia che opera presso il Tribunale di Palermo.  
Insomma, com’era prevedibile, la gestione dei beni confiscati alla mafia è diventato un caso giudiziario. Con il coinvolgimento del presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il giudice Silvana Saguto, finita sotto inchiesta per corruzione, induzione e abuso d'ufficio. Indagati anche l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio, con sede a Palermo, che da anni gestisce tante aziende confiscate ai mafiosi. Sotto inchiesta pure l'ingegnere Lorenzo Caramma, che in passato avrebbe avuto rapporti di consulenza con l’avvocato Seminara, quando la moglie non era ancora presidente della sezione del Tribunale che decreta le confische.
L'inchiesta viene fuori da alcune da denunce pubbliche. In particolare, c’è una denuncia di Massimo Ciancimino, che risale a cinque anni fa. E c’è una battaglia condotta con coraggio e determinazione dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci. Sullo sfondo, beni confiscati che sarebbero stati assegnati quasi sempre a una ristretta cerchia di professionisti, che ne avrebbero ricavato parcelle molto ricche. L’inchiesta ruota sui beni immobili e beni aziendali confiscati in Sicilia.
Stando a indiscrezioni, l’inchiesta di Caltanissetta avrebbe subìto un’accelerazione perché su questa storia
mafia
avrebbero lavorato, e molto, i giornalisti di Report, la trasmissione d’inchiesta di Milena Gabanelli, giornalista di altri tempi abituata a non guardare in faccia nessuno. A quanto pare, sull’argomento potrebbero tornare anche Le Iene, altra trasmissione televisiva che si è ampiamente occupata di questa storia.
I finanzieri della  Polizia tributaria di Palermo avrebbero già fatto visita nello studio dell’avvocato Cappellano Seminara e nell’ufficio del giudice Saguto. Mentre i giornalisti di Report - stando sempre a quanto si sussurra - sarebbero riusciti a raccoglie testimonianze importanti, da parte di personaggi direttamente coinvolti in questa storia.
Le cronache registrano anche una dichiarazione ufficiale della Procura di Caltanissetta: “Questi atti istruttori sono stati compiuti per acquisire elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d'ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla presidente della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Palermo nell'applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.
Nel 2014 è stato il Prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell'Agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia, a denunciare la “gestione ad uso privato” dei beni confiscati. Il riferimento è ad alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali, con in testa il già citato avvocato Cappellano Seminara.
Le cronache di quei giorni roventi registrano una visita della Commissione nazionale Antimafia presieduta
nello musumeci
Nello Musumeci
da Rosi Bindi, piombata in Sicilia per difendere, forse in modo un po’ troppo ‘oleografico’, la magistratura. Della serie, non delegittimate il “sistema”, cioè la Giustizia. Un po’ più centrato, nel febbraio di quest’anno, l’intervento della Commissione Antimafia regionale, presieduta da Nello Musumeci, che, differenza delle ‘oleografie’ romane, ha toccato un punto nevralgico: “In alcuni casi - ha affermato Musumeci - abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.
Poi è stata la volta del presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, nominato dal governo all'Agenzia nazionale oggi guidata dal Prefetto Umberto Postiglione. L’azione di Montante è durata poco, perché a suo carico è stata data notizia di un’indagine che lo vedrebbe coinvolto per fatti di mafia.
Sul sito Zone d’ombra tv si leggono alcune notizie che fanno chiarezza su un argomento complesso (che potete leggere qui). Si ricorda la raccolta di firme lanciate dall’associazione Libera per introdurre il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati. E l’approvazione, da parte del Parlamento nazionale, della legge n. 109 del 1996. Legge che distingue tre categorie di beni confiscati alla mafia. Vediamoli.  
a) I beni mobili, ovvero denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili che non fanno parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati. Anche se su questo non sono mancati i dubbi e le polemiche. Tant’è vero che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, alcuni parlamentari meridionali hanno provato, senza successo, a far riportare i beni mobili confiscati nella disponibilità delle aree del Paese dove avvengono le confische. Battaglia parlamentare perduta, perché questi soldi rimangono a Roma.   


b) I beni immobili, ovvero appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un grande valore simbolico, perché rappresentano in modo concreto il potere che il boss può esercitare sul territorio che lo circonda. Possono essere utilizzati per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, come prevede la legge, o possono essere trasferiti al Comune di appartenenza. I Comuni, a propria volta, possono amministrarli direttamente o assegnarli, a titolo gratuito, ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato. 
c) I beni aziendali: si tratta, in questo caso, di aziende frutto di riciclaggio di denaro ‘sporco’. In questa categoria ritroviamo aziende di vario tipo: agroalimentari (per esempio, supermercati), aziende che operano nell’edilizia, ristoranti, pizzerie e via continuando.
pino maniaci
Pino Maniaci
Nel sito si leggono alcune dichiarazioni di Pino Maniaci: "Insieme ad altri tre, quattro giudici - dice il direttore di TeleJato - la Saguto gestisce il 43 per cento dell'intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”, che ammonterebbe a circa 50 miliardi di Euro. Beni, aggiunge Maniaci, che sarebbero gestiti sempre le stesse persone, cioè dagli stessi amministratori giudiziari. 
I professionisti in grado di ricoprire il ruolo di amministratore giudiziario sono circa 4mila, tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, che è stato costituito, per legge, nel gennaio 2014. “Alla lista - leggiamo sempre nell'articolo pubblicato dal sito - bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è arbitraria, effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano molto i soliti trenta nomi.  Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il 'Re'. Il 90% delle aziende sequestrata e lui affidate, gran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento”. Qui si tocca un tema caldo: la mancanza di cultura imprenditoriale da parte dei soggetti chiamati a gestire queste aziende, che spesso vanno in malora.
“Seminara - leggiamo sempre nell'articolo - oggi è uno degli avvocati più riccchi d'Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7 milioni di euro l'anno”. 
Nel sito di parla anche del conflitto di interessi dell’avvocato Seminara. “La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l'amministratore della società è la nonna 82enne dell'avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl”. Insomma, un gioco di scatole cinesi.  
“Appare strano - leggiamo sempre nell’articolo - che nessuno si sia accorto di un evidente conflitto d'interesse quando Seminara si è occupato, come amministratore giudiziario, di un altro gruppo alberghiero: la Ghs Hotels F. Ponte Spa”. 
"Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare al responsabile della sezione misure patrimoniali" chiarisce Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di TeleJato. Nell’articolo si racconta anche del ruolo dell’avvocato Seminara nella discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa. "Quando uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – si legge sempre nel sito che cita un articolo de I Siciliani -  Cappellano pagò un lavavetri per acquistare, come prestanome, una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”.
Il caso è stato smascherato, manco a dirlo, dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, già magistrato inquirente di punta al Tribunale di Palermo.  
“A non essere rispettata è la Legislazione Antimafia - Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia - si legge sempre nell’articolo -. La fase del sequestro, secondo la legge, non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario. Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media, il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni”. 
“Una legge limitata - se legge ancora nell’articolo - da aggiornare, che non permette gli adeguati controlli e conduce troppo spesso al fallimento dei beni per le - forse volute - incapacità del sistema”.
Su Live Sicilia leggiamo la replica di qualche tempo fa dell'avvocato Cappellano Seminare: “Ho presentato una parcella lorda di 7 milioni di euro per 15 anni di lavoro durante il quale ho amministrato, insieme ad un team di 30 collaboratori, 32 società e ho accresciuto il valore commerciale degli asset a me conferiti a 1,5 miliardi di euro. Nel periodo di gestione giudiziaria i soli beni aziendali giunti a confisca hanno prodotto ricavi per oltre 280 milioni di euro, attestando così il costo della gestione giudiziaria a circa il 2,50% dei ricavi. Giova inoltre ricordare che dalla liquidazione disposta dal Tribunale, interamente corrisposta con fondi del patrimonio confiscato, ne è derivata a mio carico, in favore dell'Erario una imposizione fiscale di complessivi euro 4.248.281 pari al 60% del lordo percepito”. 
BARRESI, BIANCHI, CALLERI, CARTABELLOTTA, LO CICERO, CORSELLO, CUFFARO, FIUMEFREDDO, IRSAP,GIAMMANCO, GUAGLIANO, INGROIA, IRFIS, LO BELLO, LOMBARDO, LUMIA, MARINO, MONTANTE, RESAIS, SCILABRA, TOZZO, IRSAP,VENTURI
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:27
 Il grande affare della gestione dei beni confiscati alla mafia in Sicilia



 Corruzione, induzione alla concussione e abuso d’ufficio. Sono questi i reati sui quali indagano i pm di  Caltanissetta nel fascicolo che riguarda la gestione dei beni confiscati a Palermo, e in parte anche in altre province, tra cui Trapani. Magistrati che indagano su altri magistrati: perché nel mirino della procura nissena c’è  Silvana Saguto,  presidente delle Misure di Prevenzione (e ritenuta una delle persone più a rischio di attentati in Sicilia) insieme al  più noto fra gli amministratori giudiziari,  Gaetano Cappellano Seminara, fino a poco tempo fa “re” incontrastato della gestione dei beni sequestrati alla mafia.
La tesi è questa: Saguto avrebbe assegnato le amministrazioni giudiziarie all’avvocatone, facendogli guadagnare cifre consistenti. In cambio Cappellano avrebbe affidato, secondo la Procura, incarichi di consulenza a Lorenzo Caramma, ingegnere e  marito della Saguto.
Scrive Riccardo Arena sul Giornale di Sicilia:
L’inchiesta della Procura di Caltanissetta e del Nucleo regionale di polizia tributaria della Guardia di Finanza, sui presunti scambi di favori tra il giudice e l’amministratore giudiziario, poggia su tredici incarichi che Caramma ha avuto, tra il 2004 e il 2014, non solo a Palermo, ma anche a Caltanissetta e Trapani, ricevendo una retribuzione complessiva di 750 mila euro lordi: e 306.788 euro gli sarebbero stati «corrisposti direttamente dall’avvocato Cappellano Seminara». Non si trattava di prestazioni professionali ma ci sarebbe stato dietro uno scambio di favori, sostiene l’accusa, perché Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, a Cappellano Seminara affidò poi una serie di incarichi.
E mentre la diretta interessata nega ogni addebito e garantisce la correttezza del proprio operato, il presidente del tribunale precisa che“preso atto dei provvedimenti adottati dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta e ritenuto che, nonostante la complessa interlocuzione con il Presidente della Sezione, non sono ancora pervenuti i dati richiesti nella loro completezza, ha emesso, in data odierna, un provvedimento con il quale ha disposto una diretta e definitiva verifica. Tutti i dati emersi fino a questo momento sono stati comunicati al Csm e al Ministero”.
Al di là del fatto in se, l’inchiesta pone ancora una volta il problema di come avviene la gestione dei beni confiscati alla mafia in Italia. Perchè si tratta di una pratica nuova, che tutta Europa ci invidia, un metodo potentissimo per levare potere ai mafiosi (dato che, di fatto, gli si levano soldi, aziende, immobili, in una parola: l’aria), ma nel tempo ciò ha fatto nascere un groviglio di interessi, gruppi di potere, lobby, cresciuto man mano che aumentavano i volumi dei beni confiscati. Stiamo parlando di 10.500 immobili, in tutta Italia, e quasi un migliaio di aziende. Ad esempio, dalle stanze di Saguto, a Palermo, saranno passati provvedimenti di sequestro di beni a mafiosi per decine miliardi di euro. Ogni volta, il collegio, cioè  Saguto e i suoi colleghi, affida il bene ad un amministratore giudiziario nominato in via fiduciaria. E nel tempo Cappellano Seminara è diventato effettivamente il più fidato tra gli amministratori, e il più potente, gestendo i beni di Ciancimino come una serie di alberghi. Telejato, che si occupa molto da vicino della vicenda,  fa un riassunto dei principali incarichi dell’avvocato.
Con abile mossa l’avvocato Cappellano è riuscito a mettere le mani su una parte del settore alberghiero palermitano, quello del Gruppo Ponte, con la scusa della presenza del mafioso Sbeglia, tra i presunti  lavoratori dell’albergo. Adesso la situazione dell’albergo è pietosa, ci sono state denunce di clienti che si sono trovati in stanze con le vasche da bagno sporche e con fuoriuscita di acqua verdastra dai rubinetti, ma il solito Cappellano ha invitato il cliente a soprassedere. La longa manus di Cappellano, sempre con la firma della Saguto, si è estesa a novanta incarichi ad esso assegnati, di cui siamo in grado di fornire l’elenco, e dove si incontrano enormi patrimoni interamente assorbiti dal nulla o rivenduti ad amici o finiti in partite di giro dove ci sono strani passaggi di mezzi, beni, merci e quant’altro da un’azienda a un’altra, il tuttio svenduto per quattro soldi. E’ il caso dell’Aedilia Venustas, per non parlare di quello della Immobiliare Strasburgo del mafioso Piazza, per la cui amministrazione, secondo l’ex prefetto Caruso, Cappellano avrebbe incassato 7 milioni di euro e altri 100 mila euro come compenso del suo ruolo di componente del consiglio di amministrazione. Altra pagina che lascia sgomenti e per la quale Cappellano è indagato è quella della discarica di Glina, che il nostro insaziabile rappresentante dello stato avrebbe cercato di controllare interamente, mandando un lustrascarpe a comprarne una quota per 300 mila euro.  
Nel 2014 il prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell’Agenzia, sollevò un polverone denunciando la “gestione ad uso privato” dei beni da parte di alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali. Il coro contro le sue affermazioni fu unanime. Oggi, Caruso, intervistato da Francesco Viviano su La Repubblica, si prende la sua rivincita:
Prefetto, un anno e mezzo fa la sua denuncia pubblica sulle “storture” dell’amministrazione dei beni confiscati ai mafiosi suscitò diverse critiche, anche in Commissione antimafia. L’accusarono di aver delegittimato l’operato dei giudici delle misure di prevenzione…
“Non voglio commentare l’inchiesta in corso alla Procura della Repubblica di Caltanissetta ma credo che chi allora mi accusò per aver denunciato quello che era sotto gli occhi di tutti abbia sbagliato di grosso. Per quarant’anni ho lavorato a fianco della magistratura e ho soltato denunciato, e nelle sedi istituzionali, che certe gestioni di patrimoni confiscate ai mafiosi andavano riviste e che c’erano delle conflittualità e delle incompatibilità che non potevano essere ammesse”.
Lei fece espresso riferimento all’avvocato Cappellano Seminara, il “re” degli amministratori giudiziari che gestisce la fetta più grossa dei beni confiscati in Sicilia e che è stato da poco rinviato a giudizio a Roma per truffa aggravata per la gestione della discarica di Bucarest sequestrata ai Ciancimino.
” Anche qui, ho detto cose che tutti gli addetti ai lavori e non solo sanno benissimo. L’avvocato Cappellano Seminara, in alcuni casi, era contemporaneamente amministratore giudiziario incaricato dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo e componente del consiglio di amministrazione di alcuni beni sequestrati a Cosa nostra, controllore e controllato, percependo due compensi. Penso, per esempio, ad alcune società confiscate al costruttore Vincenzo Piazza”
Lo scorso febbraio, tra l’altro, è stata  la commissione regionale antimafia, presieduta da Nello Musumeci, a denunciare presunte anomalie: “In alcuni casi abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.
Rotazione degli incarichi, trasparenza, pubblicità degli atti sono principi che valgono per tutta la Pubblica Amministrazione, ma che nel caso della gestione dei beni confiscati non hanno trovato mai attuazione. Da quanto tempo, ad esempio, si parla di un albo pubblico degli amministratori dei beni? E così è tutto un rincorrersi di voci, tra chi lavora in aziende sequestrate: consulenze pagate a peso d’oro da aziende sotto amministrazione giudiziaria a parenti, amici di investigatori e magistrati, operai che raccontano di forniture improvvise verso alcune ditte, parcelle gravosissime di consulenti. Giovanissimi avvocati trentenni,figli di magistrati di peso,che diventano improvvisamente amministratori di imperi sequestrati ai mafiosi. Aziende che vengono spacchettate, e divise, quasi a fare un favore ai concorrenti, anziché essere risanate e messe sul mercato. Ma è impossibile avere trasparenza, è come un muro di gomma. Anche perché negli anni è successa anche un’altra cosa: la crescita della dittatura ideologica dell’antimafia. E allora, mettersi contro un amministratore giudiziario, o chiedere semplicemente lumi sul suo operato, in molti contesti passa come un voler fiancheggiare la mafia. O buoni o cattivi, non ci sono terze vie. E come al solito, in Italia, quando una terza via non c’è, l’unica che rimane è quella giudiziaria, che non è una risposta ad un problema generale, è l’accertamento di alcuni fatti, con l’eventuale sanzione, ma che non porta alla risoluzione dei problemi. Anzi, solitamente, quando la magistratura interviene, succede che sulle macerie altre lobby si affacciano…


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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:26
I soldi della Mafia e dell'Antimafia/ Pino Maniaci: “Gli amministratori giudiziari fanno fallire le aziende perché ci guadagnano” 


Giulio Ambrosetti [16 Sep 2015 | 

Intervista a Pino Maniaci, il direttore di TeleJato che ha fatto saltare in aria gli affari legati al mondo dei sequestri dei beni ai mafiosi. La sua grinta. Ma anche la sua solitudine: “Ho provato a contattare Michele Santoro e Milena Gabanelli. Tutto inutile”. La clinica Santa Teresa di Bagheria “vicina al fallimento”. Le domande che la redazione di TeleJato ha inviato alla dottoressa Saguto. Che non ha mai risposto 
“Oggi sono molto amareggiato. E addolorato. No, non sono affatto felice. Scoprire un verminaio dentro il Tribunale di Palermo non mi ha dato alcuna soddisfazione. Anzi, se proprio debbo essere sincero, sono molto preoccupato. Non vorrei che, per tutto quello che sta venendo fuori in materia di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, i mafiosi brindino. Mi auguro che la Procura della Repubblica di Caltanissetta metta in luce tutto il malaffare, individuando i responsabili e ripristinando la legalità”. 
Così parla Pino Maniaci, il battagliero e coraggioso direttore di TeleJato. L’uomo è abituato alle bufere. I mafiosi di Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Corleone, Cinisi, Terrasini, Montelepre, in tutti questi anni, gliene hanno fatto vedere di tutti i colori. Minacce, intimidazioni, auto incendiate, i suoi cani impiccati. Fare un giornalismo d’inchiesta contro i mafiosi non è facile. Tutt’altro. Ma lui tira dritto. Anche se incontra una montagna. Perché Pino Maniaci e la redazione di TeleJato, di fatto, negli ultimi due anni, si sono scontrati contro una montagna che, come tutte le montagne, non è facile spianare. Una montagna fatta del vero potere: quello di certi magistrati che gestiscono i beni sequestrati e confiscati alla mafia. Una montagna che si chiama sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.
Ebbene, Pino Maniaci e la redazione di TeleJato sono riusciti, da soli, a spianare questa montagna di
silvana saguto
Il giudice Silvana Saguto
malaffare. Oggi la montagna non c’è più. La presidente della sezione per le Misure di prevenzione, Silvana Saguto, si è dimessa. E sembra che con questa figura, che ci ricorda un certo Sansone, potrebbero cadere pure tutti i filistei: cioè tutti gli amministratori giudiziari che, per tanti anni, hanno brillato della ‘luce’ irradiata dalla dottoressa Saguto.
Con Pino Maniaci proviamo ad affrontare il ‘caso’ del verminaio da una particolare angolazione: l’economia.
Alla fine certi amministratrori giudiziari hanno devastato l'economia? 
“In certi casi sì - ci dice Maniaci -. Questa è una storia dalle tante sfaccettature. E tra queste sfaccettature c’è anche l’economia. Ora la domanda la pongo io: secondo voi, può un Tribunale gestire l’economia di un’intera provincia?”.
Si riferisce, ovviamente a Palermo e provincia, no?
“Certamente. A Palermo e provincia si concentra il 43 per cento dei beni sequestrati e confiscati. Ebbene, per la gestione di questi beni non sono state nominate figure di prestigio. La sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha nominato solo avvocati. Mi chiedo e chiedo: possono gli avvocati, che spesso non hanno alcuna esperienza imprenditoriale, andare a gestire aziende dove, in tanti casi, lavorano decine, se non centinaia di persone? Attenzione: noi non stiamo contestando la legge sul sequestro ed eventuale confisca dei beni ai mafiosi. La legge è giusta. Noi ci siamo occupati della gestione di questi beni. E abbiamo scoperto cose incredibili! Parcelle enormi. Aziende sane portate al fallimento con enormi danni per l’economia. Lo sapete che il 90 per cento delle aziende finite nelle mani degli amministratori giudiziari falliscono?”.
Perché le fanno fallire?
“Perché gli conviene”.
In che senso?
“Se fanno fallire un’azienda non debbono rendicontare un bel niente. Se invece la tengono in vita debbono rendicontare tutto”.
Il problema, se abbiamo ben capito, non riguarda solo le aziende confiscate, ma anche quelle poste sotto sequestro che, in teoria, potrebbero tornare al legittimo proprietario.
“Per l’appunto”.
Salvo Vitale, qualche giorno fa, ha scritto che molte di queste aziende avrebbero dovuto essere restituite ai legittimi proprietari scagionati dalle indagini. Ai quali hanno restituito aziende malconce.
“Io direi devastate”.
Come fanno a devastare le aziende?
“Con un metodo ben organizzato e ben oliato”.
Proviamo a descriverlo?
“Prima arriva l’amministratore giudiziario nominato dalla sezione per le Misure di prevenzione. E già qui le parcelle volano. Poi spuntano tre coadiutori da 4 mila e 500 euro al mese cadauno. Quindi tocca ai periti che si tengono il cinque per cento del capitale. Il cerchio si chiude con i consulenti”.
Insomma, tante tavole apparecchiate…
“Già”.
Ma che mondo è quello degli amministratori giudiziari made in dottoressa Silvana Saguto?
“E’ un modo chiuso. Solo per pochi eletti”.
Voi di TeleJato come siete arrivati a questo mondo?
“Tutto è iniziato con la denuncia di alcuni operai di un’azienda di calcestruzzo. Un’azienda sana sottoposta a sequestro. Gli operai sono venuti da noi a raccontarci che l’amministratore giudiziario invece di fare lavorare loro faceva lavorare i padroncini di un’altra azienda sottoposta a sequestro. La cosa ci ha allertato. E ci siamo gettati in questa storia. Piano piano, una dopo l’altra, abbiamo iniziato a scoprire tante storie, una più strana dell’altra”.
Man mano che andavate avanti non vi sono arrivati avvertimenti?
“Che dire? Un giorno ho chiesto a un magistrato: ma perché per gestire questi beni vengono nominate quasi sempre le stesse persone? Mi ha risposto: o perché sono bravi, o perché gli piacinu i picciuli (tradotto per i non siciliani: perché gli piacciono i soldi)”.
La seconda tesi ci sembra più veritiera.
“Anche a me”.
Altri avvertimenti?
“Un altro mi ha detto: Pino stai mettendo i piedi su una mina. E un altro ancora ha precisato: sai, se non ti ammazzerà la mafia, questa volta ti ammazzerà l’antimafia”.
Ne ha incontrati, di personaggi particolari, in quest’inchiesta sui beni sequestrati e confiscati.
“Eccome! Ricordo il giudice Tommaso Virga. Archivia un procedimento a carico della dottoressa Saguto. Dopo qualche settimana Walter Virga, suo figlio, incassa una nomina. Se non ricordo male, 700 mila euro”.
Parla del giudice Virga del CSM?
“Sì, ma oggi non fa più parte del Consiglio Superiore della Magistratura”.
In questa storia, oltre ai magistrati, sono coinvolte altre figure istituzionali?
“Sì. Ci sono Carabinieri, militari della Guardia di Finanza. La dottoressa Saguto cercava di accontentare tutti. Di tutto e di più”.
Avete provato, in questi due anni, a coinvolgere altri esponenti del mondo dell’informazione?
“Certo. Mi sono rivolto a Michele Santoro, a Milena Gabanelli e ad altri”.
Cosa le hanno risposto?
“Nulla. Non si sono mai fatti sentire. La verità è che, a parte Le Iene, in questa storia noi di TeleJato siamo rimasti da soli. Tutti gli altri si toccavano il culo con la pezza. Mi hanno preso per matto. Per uno fuori dagli schemi. Oggi mi danno pacche sulle spalle”.
Alla fine che idea si è fatto di questa storia?
“Che è una storia ben più grave di Mafia Capitale. Nella gestione dei beni sequestrati alla mafia sono coinvolti ‘pezzi’ dello Stato. Invito tutti a riflettere sul silenzio della politica. E sul silenzio dell’antimafia ufficiale. A cominciare dalla commissione nazionale antimafia”.
E’ corretto parlare di mafia dello Stato?
“Io parlerei di mafia dell’antimafia”.
C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpito di più in questa storia?
“Sì: la gestione disinvolta dei sequestri di beni. Ci sono beni societari sotto sequestro da diciassette anni! Questo è incredibile. La signora Saguto è stata capace di far modificare la legge sulla scadenza dei termini. Questo avveniva nel 2011. Di fatto, sui sequestri non c’è più scadenza!”.
Ma il Procuratore della Repubblica, il presidente del Tribunale e tutte le altre autorità non sapevano nulla?
“Dovrebbe chiederlo a loro”.
Nella vostra inchiesta avete incrociato politici?
“Ricordo che il senatore Giuseppe Lumia si è battuto per il sequestro di alcune aziende che operano nell’area portuale di Palermo. Aziende che sono ancora sotto sequestro. E sapete chi è l’amministratore giudiziario?”.
Ci dica.
“L’avvocato Gaetano Cappellano Seminara”.
Un nome a caso…
“Sì, un nome molto a caso”.
Che ci dice della clinica Santa Teresa di Bagheria, quella confiscata all’ingegner Michele Aiello?
“Ah, qui ci sarebbe una bella storia”.
Ce la racconta?
“E’ semplice: una lite tra l’ex amministratore giudiziario della clinica Santa Teresa, Andrea Dara, e l’avvocato Cappellano Seminara”.
Ancora lui?
“Sì, ancora lui”.
E che c’entra l’avvocato Cappellano Seminara con la clinica Santa Teresa?
“Ha fatto una bella consulenza. E si è beccato una parcella da circa un milione di Euro”.
Ammazzate!, direbbero a Roma. E poi che sa sul Santa Teresa.
“Poco. Pare che sia sparita una Porsche. E pare che siano stati venduti macchinari per milioni di Euro”.
Venduti? A chi?
“Venduti a dei medici”.
Ma è vero che la clinica Santa Teresa, come si dice in Sicilia, èmuru cu muru cu ‘u spitali? (tradotto: è in difficoltà economiche).
“Credo che sia vicina al fallimento. Insomma, è in grosse difficoltà economiche. Detto questo, l’attuale amministratore, il prefetto Giosuè Marino, è una gran persona per bene”.
La presidente dell’Antimafia nazionale, Rosy Bindi, si è fatta sentire?
“Per favore!”.
Cioè?
“Che vi debbo dire? Ricordo che un giorno è arrivata in Sicilia per portare la solidarietà al giudice Nino Di Matteo. E invece poi ha espresso solidarietà alla dottoressa Saguto. Insomma, per l’onorevole Bindi nella gestione dei beni sequestrati alla mafia andava tutto bene”.
E Claudio Fava?
“Anche per lui andava tutto bene”.
Ma voi vi siete rivolti alla dottoressa Saguto?
“Certo! Le abbiamo chiesto un’intervista. Ci ha risposto dicendoci: inviate le domande. E noi gliele abbiamo inviate”.
Ha risposto?
“Sì: in tre righe. Vi leggo la risposta: ‘In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poiché, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa. Saluti Silvana Saguto’ Capito?”.
Ci può fornire le domande che avete posto alla dottoressa Saguto? Così i nostri lettori si fanno un’idea degli argomenti sui quali l’ex presidente della sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha glissato.
“Certamente. Eccole”.
Queste le domande che la redazione di TeleJato ha posto alla dottoressa Saguto.
Egregia dottoressa Saguto, con la presente le inviamo le domande, come da lei richiestoci, che vorremmo porle nel corso di un’intervista al fine di spiegare ai nostri telespettatori i problemi e le dinamiche riguardanti la gestione dei beni sequestrati alla criminalità, soprattutto quella organizzata.
-          In mancanza dell’albo degli amministratori giudiziari, che pure dovrebbe esistere, come previsto dalla legge del 2010 (DECRETO LEGISLATIVO 4 febbraio 2010, n. 14 e successive modifiche) come si nominano gli amministratori giudiziari?
-          Secondo la prassi gli amministratori giudiziari hanno un rapporto fiduciario con il giudice che li nomina e con i sostituti che si occupano di più specifici ambiti territoriali: questo rapporto è totalmente discrezionale o vi è un garante esterno che può intervenire e sindacare le scelte del tribunale?
-          I periti che devono occuparsi di accertare la provenienza lecita o meno del bene hanno un particolare criterio di scelta od anche quello è discrezionale nella persona del presidente dell’ufficio delle misure di prevenzione e dei suoi sostituti?
-          In che misura e secondo quali crismi vengono calcolate le parcelle degli amministratori e dei periti? Possiamo anche parlare di Milioni di euro?
-          Grave problema, riscontrabile sul territorio, è il deperimento naturale che in particolare le aziende e le imprese, ma solitamente tutti i beni , hanno durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Ora, al di là dei rimpalli di competenza con le associazioni subentranti come assegnatari, è evidente che il cittadino medio, che vede decadere le aziende floride, seppur mafiose, sia quasi autorizzato a pensare che lo stato non sia in grado di subentrare alla Mafia, e che economicamente e lavorativamente i mafiosi siano più convenienti. Di quanto detto siamo in grado di fornire diversi esempi, tra i quali i cassaintegrati della <> ed il tracollo della ditta di latticini <>. Quali sono, viene da chiedersi, le competenze esigibili dagli amministratori giudiziari? Come si risolvono eventuali inefficienze ed inadeguatezze?
-          E’ chiaro che non essendoci un albo da cui attingere nominativi è logico ricorrere al sistema del rapporto fiduciario con enti e soggetti del territorio. In tutto ciò si possono verificare evidenti problemi di conflitti d’interesse, che al di là di perniciosi discorsi legislativi, oltrepassano il confine della buona fede e del buon esempio che l’apparato giudiziario deve sempre esprimere. Come si interviene in questi casi? C’è un ente terzo che dovrebbe pronunciarsi? Se così non fosse ci sarebbe la strana regola per cui a pronunciarsi sui conflitti d’interesse sarebbe lo stesso soggetto, ovvero il giudice, coinvolto nel conflitto.
-          In ambito territoriale si riscontra un dato sociologico allarmante, ovvero la scarsa propensione della gente ad accettare l’amministrazione giudiziaria, per i motivi precedentemente esposti. Noi, che partiamo proprio dal territorio per fare un’analisi oggettiva dei fatti le chiediamo: è opportuno che un amministratore giudiziario come il Signor Benanti, dopo essere stato sospeso dall’amministrazione di un bene per avere commesso gravi condotte sia ancora oggi amministrare di altri beni? Cosa vieta di pensare che la condotta si reiteri? Come mai non si è proceduto in suddetto caso, come più logicamente ipotizzabile, alla sospensione totale del rapporto che lega il Sig. Benanti con il Tribunale?
-          Continuando proprio nella scia della richiesta di doverosa trasparenza da parte di tutte le componenti del tribunale le chiediamo: come mai si è deciso di procedere anche con un'altra nomina ad amministratore giudiziario, ovvero quella con lo studio dell’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, nonostante lo stesso sia in questo momento inquisito per fatti, ancora da verificare alla luce del diritto, ma che si presentano foschi dal punto di vista umano e morale?
Cordiali Saluti, la redazione di Telejato

La risposta
In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poichè, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa.
Saluti
Silvana Saguto


Il cancro d'Italia che la sta uccidendo: le collusioni tra mafia, politica e imprenditoria 

Vincenzo Musacchio *

Le nuove mafie non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune. Si deve subito impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire appalti e lavoro. L'attuale legislazione è insufficiente, serve una nuova rivoluzione culturale
In Italia solo nel 2014 sono scattate indagini di natura penale e ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici in quasi tutte le regioni. Sono stati sciolti oltre duecentocinquanta consigli comunali per presunte infiltrazioni mafiose e più di ottanta parlamentari dell’attuale legislatura sono indagati, imputati e condannati per reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e per altri reati contro la pubblica amministrazione. Le collusioni tra politica, criminalità organizzata e imprenditoria sono attualmente gli aspetti più preoccupanti per il nostro Paese poiché mettono a rischio la stabilità delle istituzioni democratiche. 
Le nuove mafie, oggi, non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per alterare i normali processi della politica, minare la credibilità delle istituzioni, inquinare gravemente l'ambiente e snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune, sgretolando il senso civico e la cultura solidaristica del nostro Paese. La simbiosi tra mafie, politica ed economia attualmente è presente in molti settori produttivi nazionali con grande prevalenza nel settore degli appalti pubblici e delle pubbliche sovvenzioni statali ed europee. I predetti legami servono alle mafie soprattutto per condizionare le scelte degli amministratori che sovrintendono le procedure pubbliche, instaurando in tal modo un circuito per lo scambio di favori illeciti. La politica, da un lato, garantisce affari e profitti alla criminalità organizzata, dall’altro, quest’ultima assicura la disponibilità di voti necessari per essere eletti ai politici collusi. Mafia e politica, sotto questo profilo, si sostengono e si garantiscono a vicenda. Il terreno d’incontro è la corruzione e il profitto economico. Per i mafiosi, le enormi quantità di denaro a disposizione costituiscono anche il mezzo per accedere nella cabina di regia degli enti dello Stato sia a livello centrale che periferico allo scopo di eliminare la possibile concorrenza alle loro imprese e agire in regime di monopolio. 
In questo contesto, molto preoccupante, occorre domandarsi cosa si può fare per arginare queste situazioni criminose? Una delle azioni da concretizzare, senza tentennamenti, è senza dubbio quella di impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire assunzioni, appalti e altri vantaggi che consentono loro di offrire ai cittadini possibilità di lavoro. E’ indispensabile fare in modo che per ottenere i propri diritti non si debba più ricorrere al mafioso, al politico o imprenditore colluso. Bisogna assolutamente sradicare la convinzione che la mafia garantisca lavoro. Una cosa difficile da realizzare, soprattutto nel Sud d’Italia, dove lo Stato latita da molto tempo. Dalla rottura dei legami mafie-politica-imprenditoria, a mio avviso, comincerà il vero cambiamento, ma, ciò è possibile solo a condizione che nel nostro Paese si comincino a lottare concretamente la criminalità organizzata, la corruzione, l’evasione fiscale e la mala politica. 
Da esperto della materia posso affermare che l’attuale legislazione è assolutamente insufficiente. La dimostrazione della nostra tesi, ad esempio, risiede nel fatto che l’Italia sia la Nazione più corrotta d’Europa e al tempo stesso quella in cui vi sono meno condanne per corruzione, concussione e abuso d’ufficio. Di certo il virus che sta uccidendo lentamente il nostro Stato in buona parte risiede nell’indebolimento delle norme di controllo, nel depotenziamento del sistema giudiziario e in una burocrazia ferma al secolo scorso priva di trasparenza e di economicità. E’ il mix tra corruzione politica, criminalità organizzata ed economia adulterata il vero cancro della nostra società e non si può continuare a parlare di onestà, di trasparenza e di efficienza in uno Stato che, di fatto, non vuole lottare questi fenomeni così aberranti. 
Il cittadino dovrebbe comprendere che mafiosi, politici e imprenditori perseguono il profitto fine a se stesso servendosi soprattutto di  denaro pubblico, di cui non si riesce nemmeno a tracciare il percorso perché le norme sul riciclaggio sono inefficaci e quelle sull’autoriciclaggio inesistenti. Le confische patrimoniali, molto temute dai mafiosi, languono e anche questo è un aspetto a dir poco allarmante. In questo scenario catastrofico occorrerebbe una rivoluzione culturale che parta dai giovani sulla scorta di quanto accaduto in passato per combattere la mafia - penso alla “Primavera di Palermo” negli anni novanta - quando una moltitudine di cittadini ebbe il coraggio di scendere in piazza dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio per dire no alla mafia. Ecco occorre una nuova “Primavera di Palermo” ma questa volta senza i tanti morti ed estesa a tutta la Nazione per dire no alle mafie e alla corruzione. L’Italia si gioca una partita importantissima: o affronta i veri problemi che la attanagliano, e che ho descritto in precedenza, o sarà destinata al collasso totale. 
Musacchio
 *Vincenzo Musacchio -  Giurista, docente di diritto penale  e direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise



Inchiesta sui beni confiscati alla mafia: tremano i ‘Palazzi’ del potere di Palermo 

La VOCE Sicilia NY

L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, avrebbe subìto un’accelerazione perché Report - la nota trasmissione televisiva d’inchiesta di Milena Gabanelli - starebbe realizzando una puntata su tale argomento. Con testimonianze e interviste ‘pesanti’. Sotto inchiesta Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara
Una bufera starebbe per abbattersi sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. E al centro di questa vicenda ci sarebbe Palermo, da sempre ‘Capitale mondiale di Cosa nostra’, dove si concentrerebbe oltre il 40 per cento dei beni confiscati agli uomini dell’Onorata società. A tremare sarebbero i protagonisti dei ‘Palazzi’ del potere. Ma questa volta ad essere coinvolti non sono i 'Palazzi' della politica siciliana, ma qualche alto rappresentante della Giustizia. Insomma, magistrati che indagano su altri magistrati. Nello specifico, la Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sulla gestione di un segmento della Giustizia che opera presso il Tribunale di Palermo.  
Insomma, com’era prevedibile, la gestione dei beni confiscati alla mafia è diventato un caso giudiziario. Con il coinvolgimento del presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il giudice Silvana Saguto, finita sotto inchiesta per corruzione, induzione e abuso d'ufficio. Indagati anche l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio, con sede a Palermo, che da anni gestisce tante aziende confiscate ai mafiosi. Sotto inchiesta pure l'ingegnere Lorenzo Caramma, che in passato avrebbe avuto rapporti di consulenza con l’avvocato Seminara, quando la moglie non era ancora presidente della sezione del Tribunale che decreta le confische.
L'inchiesta viene fuori da alcune da denunce pubbliche. In particolare, c’è una denuncia di Massimo Ciancimino, che risale a cinque anni fa. E c’è una battaglia condotta con coraggio e determinazione dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci. Sullo sfondo, beni confiscati che sarebbero stati assegnati quasi sempre a una ristretta cerchia di professionisti, che ne avrebbero ricavato parcelle molto ricche. L’inchiesta ruota sui beni immobili e beni aziendali confiscati in Sicilia.
Stando a indiscrezioni, l’inchiesta di Caltanissetta avrebbe subìto un’accelerazione perché su questa storia
mafia
avrebbero lavorato, e molto, i giornalisti di Report, la trasmissione d’inchiesta di Milena Gabanelli, giornalista di altri tempi abituata a non guardare in faccia nessuno. A quanto pare, sull’argomento potrebbero tornare anche Le Iene, altra trasmissione televisiva che si è ampiamente occupata di questa storia.
I finanzieri della  Polizia tributaria di Palermo avrebbero già fatto visita nello studio dell’avvocato Cappellano Seminara e nell’ufficio del giudice Saguto. Mentre i giornalisti di Report - stando sempre a quanto si sussurra - sarebbero riusciti a raccoglie testimonianze importanti, da parte di personaggi direttamente coinvolti in questa storia.
Le cronache registrano anche una dichiarazione ufficiale della Procura di Caltanissetta: “Questi atti istruttori sono stati compiuti per acquisire elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d'ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla presidente della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Palermo nell'applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.
Nel 2014 è stato il Prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell'Agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia, a denunciare la “gestione ad uso privato” dei beni confiscati. Il riferimento è ad alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali, con in testa il già citato avvocato Cappellano Seminara.
Le cronache di quei giorni roventi registrano una visita della Commissione nazionale Antimafia presieduta
nello musumeci
Nello Musumeci
da Rosi Bindi, piombata in Sicilia per difendere, forse in modo un po’ troppo ‘oleografico’, la magistratura. Della serie, non delegittimate il “sistema”, cioè la Giustizia. Un po’ più centrato, nel febbraio di quest’anno, l’intervento della Commissione Antimafia regionale, presieduta da Nello Musumeci, che, differenza delle ‘oleografie’ romane, ha toccato un punto nevralgico: “In alcuni casi - ha affermato Musumeci - abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.
Poi è stata la volta del presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, nominato dal governo all'Agenzia nazionale oggi guidata dal Prefetto Umberto Postiglione. L’azione di Montante è durata poco, perché a suo carico è stata data notizia di un’indagine che lo vedrebbe coinvolto per fatti di mafia.
Sul sito Zone d’ombra tv si leggono alcune notizie che fanno chiarezza su un argomento complesso (che potete leggere qui). Si ricorda la raccolta di firme lanciate dall’associazione Libera per introdurre il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati. E l’approvazione, da parte del Parlamento nazionale, della legge n. 109 del 1996. Legge che distingue tre categorie di beni confiscati alla mafia. Vediamoli.  
a) I beni mobili, ovvero denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili che non fanno parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati. Anche se su questo non sono mancati i dubbi e le polemiche. Tant’è vero che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, alcuni parlamentari meridionali hanno provato, senza successo, a far riportare i beni mobili confiscati nella disponibilità delle aree del Paese dove avvengono le confische. Battaglia parlamentare perduta, perché questi soldi rimangono a Roma.   


b) I beni immobili, ovvero appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un grande valore simbolico, perché rappresentano in modo concreto il potere che il boss può esercitare sul territorio che lo circonda. Possono essere utilizzati per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, come prevede la legge, o possono essere trasferiti al Comune di appartenenza. I Comuni, a propria volta, possono amministrarli direttamente o assegnarli, a titolo gratuito, ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato. 

c) I beni aziendali: si tratta, in questo caso, di aziende frutto di riciclaggio di denaro ‘sporco’. In questa categoria ritroviamo aziende di vario tipo: agroalimentari (per esempio, supermercati), aziende che operano nell’edilizia, ristoranti, pizzerie e via continuando.
pino maniaci
Pino Maniaci
Nel sito si leggono alcune dichiarazioni di Pino Maniaci: "Insieme ad altri tre, quattro giudici - dice il direttore di TeleJato - la Saguto gestisce il 43 per cento dell'intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”, che ammonterebbe a circa 50 miliardi di Euro. Beni, aggiunge Maniaci, che sarebbero gestiti sempre le stesse persone, cioè dagli stessi amministratori giudiziari. 
I professionisti in grado di ricoprire il ruolo di amministratore giudiziario sono circa 4mila, tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, che è stato costituito, per legge, nel gennaio 2014. “Alla lista - leggiamo sempre nell'articolo pubblicato dal sito - bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è arbitraria, effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano molto i soliti trenta nomi.  Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il 'Re'. Il 90% delle aziende sequestrata e lui affidate, gran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento”. Qui si tocca un tema caldo: la mancanza di cultura imprenditoriale da parte dei soggetti chiamati a gestire queste aziende, che spesso vanno in malora.
“Seminara - leggiamo sempre nell'articolo - oggi è uno degli avvocati più riccchi d'Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7 milioni di euro l'anno”. 
Nel sito di parla anche del conflitto di interessi dell’avvocato Seminara. “La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l'amministratore della società è la nonna 82enne dell'avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl”. Insomma, un gioco di scatole cinesi.  
“Appare strano - leggiamo sempre nell’articolo - che nessuno si sia accorto di un evidente conflitto d'interesse quando Seminara si è occupato, come amministratore giudiziario, di un altro gruppo alberghiero: la Ghs Hotels F. Ponte Spa”. 
"Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare al responsabile della sezione misure patrimoniali" chiarisce Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di TeleJato. Nell’articolo si racconta anche del ruolo dell’avvocato Seminara nella discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa. "Quando uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – si legge sempre nel sito che cita un articolo de I Siciliani -  Cappellano pagò un lavavetri per acquistare, come prestanome, una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”.
Il caso è stato smascherato, manco a dirlo, dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, già magistrato inquirente di punta al Tribunale di Palermo.  
“A non essere rispettata è la Legislazione Antimafia - Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia - si legge sempre nell’articolo -. La fase del sequestro, secondo la legge, non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario. Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media, il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni”. 
“Una legge limitata - se legge ancora nell’articolo - da aggiornare, che non permette gli adeguati controlli e conduce troppo spesso al fallimento dei beni per le - forse volute - incapacità del sistema”.
Su Live Sicilia leggiamo la replica di qualche tempo fa dell'avvocato Cappellano Seminare: “Ho presentato una parcella lorda di 7 milioni di euro per 15 anni di lavoro durante il quale ho amministrato, insieme ad un team di 30 collaboratori, 32 società e ho accresciuto il valore commerciale degli asset a me conferiti a 1,5 miliardi di euro. Nel periodo di gestione giudiziaria i soli beni aziendali giunti a confisca hanno prodotto ricavi per oltre 280 milioni di euro, attestando così il costo della gestione giudiziaria a circa il 2,50% dei ricavi. Giova inoltre ricordare che dalla liquidazione disposta dal Tribunale, interamente corrisposta con fondi del patrimonio confiscato, ne è derivata a mio carico, in favore dell'Erario una imposizione fiscale di complessivi euro 4.248.281 pari al 60% del lordo percepito”. 

Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:25

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Macchine, compensi e telefonini  Beni confiscati: le accuse a Virga jr 


Mercoledì 16 Settembre 2015 - 06:00 di Riccardo Lo Verso

Più che una rivendita di auto di lusso, la Nuova Sport Car di Isola delle Femmine (nella foto), sequestrata per mafia agli imprenditori Rappa di Palermo, sarebbe diventata la base operativa di un comitato d'affari gestito dagli amministratori giudiziari.

PALERMO - Ci sono i ricchi compensi dei consiglieri di amministrazione. Le macchine acquistate da parenti e amici a prezzi stracciati e altre addirittura comprate sotto costo e rivendute per incassare la plus valenza. Ci sono incarichi per consulenze poco chiare, fatture per l'acquisto di telefoni con i soldi dell'azienda e lavori eseguiti da una ditta di impianti “in locali privati di pertinenza dei membri del Cda o del direttore commerciale”. Da qui le accuse di peculato, falso e induzione indebita a dare o promettere utilità contestate nel decreto di sequestro. Accuse tutte ancora da riscontrare.

Più che una rivendita di auto di lusso, la Nuova Sport Car di Isola delle Femmnine, sarebbe diventata la base operativa di un comitato d'affari. L'amministratore giudiziario Walter Virga e gli uomini che ha voluto accanto a sé sono finiti sotto accusa. Avrebbero violato ogni criterio di trasparenza e legalità, tradendo il mandato che era stato conferito dall'ormai ex presidente delle Misure di prevenzione, Silvana Saguto. Virga aveva creato uno staff per gestire l'impero economico degli imprenditori Rappa, eredi di Vincenzo condannato in via definitiva per mafia. Una lunga lista di beni, società e imprese che valgono 800 milioni di euro - compresi la concessionaria di auto e l'emittente televisiva Trm - e su cui saranno estese le indagini.

Finora i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Palermo si sono concentrati sulla Nuova Sport Car e sui negozi di abbigliamento, pelletteria e accessori con il marchio Bagagli. Per la concessionaria, come prevede la legge, Virga ha scelto di avvalersi della collaborazione di altre persone che oggi con lui condividono il destino di indagati dalla Procura di Caltanissetta. Si tratta di Alessio Cordova, Dario Majuri e Giuseppe Rizzo. I primi sono coadiutori di Virga, Rizzo, invece, è il responsabile della concessionaria. O meglio erano, perché la decisione di lasciare l'incarico presa ieri dall'amministratore giudiziario, anticipando di fatto la revoca del Tribunale, fa decadere, a cascata, tutti gli altri incarichi. Compreso quello di Alessandro Kallinen Garipoli, pure lui indagato, che era coadiutore di Virga nella gestione della catena dei negozi Bagagli, il primo sequestro affidato dalla Saguto al giovane avvocato di 35 anni, figlio di Tommaso, presidente di sezione del Tribunale ed membro del Csm. In ballo c'è l'ipotesi, tutta da verificare, che l'incarico dato dalla Saguto al figlio sia stato un modo per sdebitarsi con il padre che l'avrebbe favorita in un procedimento disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura. Da qui l'accusa di induzione alla concussione contestata a Tommaso Virga.

Al di là di questo episodio, gli investigatori si concentrano nella gestione dei due sequestri affidati al giovane Virga. E c'è ancora molto da scoprire. Lo si intuisce dal fatto che nelle carte ci sono altri nomi spesso associati a fatture emesse per svariate prestazioni di cui nulla viene specificato, In un solo caso si parla di “consulenze pubblicitarie”, per il resto nessuna specificazione da parte dei finanzieri che hanno scelto di essere criptici per blindare il più possibile le indagini. Terminati i sequestri è iniziata la fase di studio delle carte per trovare conferma alle ipotesi di reato già note ai pubblici ministeri nisseni e palermitani. È stata infatti l'indagine a carico di Walter Virga l'origine del terremoto che ha travolto altre persone, compresi quattro giudici. L'amministratore intercettato in un procedimento a Palermo ha fornito inconsapevolmente nuovi spunti che sono stati poi trasferiti alla Procura di Caltanissetta, competente quando ci sono di mezzo magistrati in servizio a Palermo.

Atti giudiziari criptici, dunque. Alcuni passaggi offrono, però, un quadro più chiaro di altri. Ad esempio quelli che riguardano l'acquisto a prezzi stracciati di alcune macchine: dalla “Toyota Rav 4 intestata alla moglie di Majuri comprata ad un prezzo inferiore di mercato” alla “Land Rover venduta "con prezzo di favore" ad Andrea Vincenti (figlio del giudice Cesare, oggi all'ufficio Gip ma in passato alle Misure di prevenzione. Vincenzi jr sostiene di avere usufruito di una normale scontistica), all'acquisto di “autovetture da parte di Giuliana Pipi (moglie di Virga) dalla mamma e dalla suocera di Alessio Cordova, della moglie di Kallinen ad un prezzo inferiore di mercato”. E sono stati sequestrati pure i documenti dell'acquisto di una Audi A4 e di una Mini Cooper da parte di Rizzo “tramite la Nuova Sport car a prezzi di favore (con eventuale successiva rivendita ad altri a prezzi di mercato”.

L'attenzione si concentra anche sui “provvedimenti di liquidazione in favore dei componenti del consiglio di amministrazione” (non si conoscono ancora le cifre nel dettaglio, ma si tratta di migliaia di euro al mese che nel caso di Virga sarebbero stati centinaia di migliaia all'anno sommando gli incarichi Rappa e Bagagli ), sugli “acquisti dell'Iphone 6 da parte di Walter Virga, Dario Majuri, Alessio Cordova e da parte di persone a vario titolo coinvolte nell'amministrazione della Nuova Sport car o di familiari di quest'ultimi”. C'è infine un dato che sposta le indagini da Palermo a Gela, dove Rizzo avrebbe commesso il reato di “induzione indebita a dare o promettere utilità". Inutile sperare in questa fase di sapere cosa facciano riferimento gli investigatori.

I soldi della Mafia e dell'Antimafia/ Pino Maniaci: “Gli amministratori giudiziari fanno fallire le aziende perché ci guadagnano” 


Giulio Ambrosetti [16 Sep 2015 | 

Intervista a Pino Maniaci, il direttore di TeleJato che ha fatto saltare in aria gli affari legati al mondo dei sequestri dei beni ai mafiosi. La sua grinta. Ma anche la sua solitudine: “Ho provato a contattare Michele Santoro e Milena Gabanelli. Tutto inutile”. La clinica Santa Teresa di Bagheria “vicina al fallimento”. Le domande che la redazione di TeleJato ha inviato alla dottoressa Saguto. Che non ha mai risposto 
“Oggi sono molto amareggiato. E addolorato. No, non sono affatto felice. Scoprire un verminaio dentro il Tribunale di Palermo non mi ha dato alcuna soddisfazione. Anzi, se proprio debbo essere sincero, sono molto preoccupato. Non vorrei che, per tutto quello che sta venendo fuori in materia di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, i mafiosi brindino. Mi auguro che la Procura della Repubblica di Caltanissetta metta in luce tutto il malaffare, individuando i responsabili e ripristinando la legalità”. 
Così parla Pino Maniaci, il battagliero e coraggioso direttore di TeleJato. L’uomo è abituato alle bufere. I mafiosi di Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Corleone, Cinisi, Terrasini, Montelepre, in tutti questi anni, gliene hanno fatto vedere di tutti i colori. Minacce, intimidazioni, auto incendiate, i suoi cani impiccati. Fare un giornalismo d’inchiesta contro i mafiosi non è facile. Tutt’altro. Ma lui tira dritto. Anche se incontra una montagna. Perché Pino Maniaci e la redazione di TeleJato, di fatto, negli ultimi due anni, si sono scontrati contro una montagna che, come tutte le montagne, non è facile spianare. Una montagna fatta del vero potere: quello di certi magistrati che gestiscono i beni sequestrati e confiscati alla mafia. Una montagna che si chiama sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.
Ebbene, Pino Maniaci e la redazione di TeleJato sono riusciti, da soli, a spianare questa montagna di
silvana saguto
Il giudice Silvana Saguto
malaffare. Oggi la montagna non c’è più. La presidente della sezione per le Misure di prevenzione, Silvana Saguto, si è dimessa. E sembra che con questa figura, che ci ricorda un certo Sansone, potrebbero cadere pure tutti i filistei: cioè tutti gli amministratori giudiziari che, per tanti anni, hanno brillato della ‘luce’ irradiata dalla dottoressa Saguto.
Con Pino Maniaci proviamo ad affrontare il ‘caso’ del verminaio da una particolare angolazione: l’economia.
Alla fine certi amministratrori giudiziari hanno devastato l'economia? 
“In certi casi sì - ci dice Maniaci -. Questa è una storia dalle tante sfaccettature. E tra queste sfaccettature c’è anche l’economia. Ora la domanda la pongo io: secondo voi, può un Tribunale gestire l’economia di un’intera provincia?”.
Si riferisce, ovviamente a Palermo e provincia, no?
“Certamente. A Palermo e provincia si concentra il 43 per cento dei beni sequestrati e confiscati. Ebbene, per la gestione di questi beni non sono state nominate figure di prestigio. La sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha nominato solo avvocati. Mi chiedo e chiedo: possono gli avvocati, che spesso non hanno alcuna esperienza imprenditoriale, andare a gestire aziende dove, in tanti casi, lavorano decine, se non centinaia di persone? Attenzione: noi non stiamo contestando la legge sul sequestro ed eventuale confisca dei beni ai mafiosi. La legge è giusta. Noi ci siamo occupati della gestione di questi beni. E abbiamo scoperto cose incredibili! Parcelle enormi. Aziende sane portate al fallimento con enormi danni per l’economia. Lo sapete che il 90 per cento delle aziende finite nelle mani degli amministratori giudiziari falliscono?”.
Perché le fanno fallire?
“Perché gli conviene”.
In che senso?
“Se fanno fallire un’azienda non debbono rendicontare un bel niente. Se invece la tengono in vita debbono rendicontare tutto”.
Il problema, se abbiamo ben capito, non riguarda solo le aziende confiscate, ma anche quelle poste sotto sequestro che, in teoria, potrebbero tornare al legittimo proprietario.
“Per l’appunto”.
Salvo Vitale, qualche giorno fa, ha scritto che molte di queste aziende avrebbero dovuto essere restituite ai legittimi proprietari scagionati dalle indagini. Ai quali hanno restituito aziende malconce.
“Io direi devastate”.
Come fanno a devastare le aziende?
“Con un metodo ben organizzato e ben oliato”.
Proviamo a descriverlo?
“Prima arriva l’amministratore giudiziario nominato dalla sezione per le Misure di prevenzione. E già qui le parcelle volano. Poi spuntano tre coadiutori da 4 mila e 500 euro al mese cadauno. Quindi tocca ai periti che si tengono il cinque per cento del capitale. Il cerchio si chiude con i consulenti”.
Insomma, tante tavole apparecchiate…
“Già”.
Ma che mondo è quello degli amministratori giudiziari made in dottoressa Silvana Saguto?
“E’ un modo chiuso. Solo per pochi eletti”.
Voi di TeleJato come siete arrivati a questo mondo?
“Tutto è iniziato con la denuncia di alcuni operai di un’azienda di calcestruzzo. Un’azienda sana sottoposta a sequestro. Gli operai sono venuti da noi a raccontarci che l’amministratore giudiziario invece di fare lavorare loro faceva lavorare i padroncini di un’altra azienda sottoposta a sequestro. La cosa ci ha allertato. E ci siamo gettati in questa storia. Piano piano, una dopo l’altra, abbiamo iniziato a scoprire tante storie, una più strana dell’altra”.
Man mano che andavate avanti non vi sono arrivati avvertimenti?
“Che dire? Un giorno ho chiesto a un magistrato: ma perché per gestire questi beni vengono nominate quasi sempre le stesse persone? Mi ha risposto: o perché sono bravi, o perché gli piacinu i picciuli (tradotto per i non siciliani: perché gli piacciono i soldi)”.
La seconda tesi ci sembra più veritiera.
“Anche a me”.
Altri avvertimenti?
“Un altro mi ha detto: Pino stai mettendo i piedi su una mina. E un altro ancora ha precisato: sai, se non ti ammazzerà la mafia, questa volta ti ammazzerà l’antimafia”.
Ne ha incontrati, di personaggi particolari, in quest’inchiesta sui beni sequestrati e confiscati.
“Eccome! Ricordo il giudice Tommaso Virga. Archivia un procedimento a carico della dottoressa Saguto. Dopo qualche settimana Walter Virga, suo figlio, incassa una nomina. Se non ricordo male, 700 mila euro”.
Parla del giudice Virga del CSM?
“Sì, ma oggi non fa più parte del Consiglio Superiore della Magistratura”.
In questa storia, oltre ai magistrati, sono coinvolte altre figure istituzionali?
“Sì. Ci sono Carabinieri, militari della Guardia di Finanza. La dottoressa Saguto cercava di accontentare tutti. Di tutto e di più”.
Avete provato, in questi due anni, a coinvolgere altri esponenti del mondo dell’informazione?
“Certo. Mi sono rivolto a Michele Santoro, a Milena Gabanelli e ad altri”.
Cosa le hanno risposto?
“Nulla. Non si sono mai fatti sentire. La verità è che, a parte Le Iene, in questa storia noi di TeleJato siamo rimasti da soli. Tutti gli altri si toccavano il culo con la pezza. Mi hanno preso per matto. Per uno fuori dagli schemi. Oggi mi danno pacche sulle spalle”.
Alla fine che idea si è fatto di questa storia?
“Che è una storia ben più grave di Mafia Capitale. Nella gestione dei beni sequestrati alla mafia sono coinvolti ‘pezzi’ dello Stato. Invito tutti a riflettere sul silenzio della politica. E sul silenzio dell’antimafia ufficiale. A cominciare dalla commissione nazionale antimafia”.
E’ corretto parlare di mafia dello Stato?
“Io parlerei di mafia dell’antimafia”.
C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpito di più in questa storia?
“Sì: la gestione disinvolta dei sequestri di beni. Ci sono beni societari sotto sequestro da diciassette anni! Questo è incredibile. La signora Saguto è stata capace di far modificare la legge sulla scadenza dei termini. Questo avveniva nel 2011. Di fatto, sui sequestri non c’è più scadenza!”.
Ma il Procuratore della Repubblica, il presidente del Tribunale e tutte le altre autorità non sapevano nulla?
“Dovrebbe chiederlo a loro”.
Nella vostra inchiesta avete incrociato politici?
“Ricordo che il senatore Giuseppe Lumia si è battuto per il sequestro di alcune aziende che operano nell’area portuale di Palermo. Aziende che sono ancora sotto sequestro. E sapete chi è l’amministratore giudiziario?”.
Ci dica.
“L’avvocato Gaetano Cappellano Seminara”.
Un nome a caso…
“Sì, un nome molto a caso”.
Che ci dice della clinica Santa Teresa di Bagheria, quella confiscata all’ingegner Michele Aiello?
“Ah, qui ci sarebbe una bella storia”.
Ce la racconta?
“E’ semplice: una lite tra l’ex amministratore giudiziario della clinica Santa Teresa, Andrea Dara, e l’avvocato Cappellano Seminara”.
Ancora lui?
“Sì, ancora lui”.
E che c’entra l’avvocato Cappellano Seminara con la clinica Santa Teresa?
“Ha fatto una bella consulenza. E si è beccato una parcella da circa un milione di Euro”.
Ammazzate!, direbbero a Roma. E poi che sa sul Santa Teresa.
“Poco. Pare che sia sparita una Porsche. E pare che siano stati venduti macchinari per milioni di Euro”.
Venduti? A chi?
“Venduti a dei medici”.
Ma è vero che la clinica Santa Teresa, come si dice in Sicilia, èmuru cu muru cu ‘u spitali? (tradotto: è in difficoltà economiche).
“Credo che sia vicina al fallimento. Insomma, è in grosse difficoltà economiche. Detto questo, l’attuale amministratore, il prefetto Giosuè Marino, è una gran persona per bene”.
La presidente dell’Antimafia nazionale, Rosy Bindi, si è fatta sentire?
“Per favore!”.
Cioè?
“Che vi debbo dire? Ricordo che un giorno è arrivata in Sicilia per portare la solidarietà al giudice Nino Di Matteo. E invece poi ha espresso solidarietà alla dottoressa Saguto. Insomma, per l’onorevole Bindi nella gestione dei beni sequestrati alla mafia andava tutto bene”.
E Claudio Fava?
“Anche per lui andava tutto bene”.
Ma voi vi siete rivolti alla dottoressa Saguto?
“Certo! Le abbiamo chiesto un’intervista. Ci ha risposto dicendoci: inviate le domande. E noi gliele abbiamo inviate”.
Ha risposto?
“Sì: in tre righe. Vi leggo la risposta: ‘In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poiché, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa. Saluti Silvana Saguto’ Capito?”.
Ci può fornire le domande che avete posto alla dottoressa Saguto? Così i nostri lettori si fanno un’idea degli argomenti sui quali l’ex presidente della sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha glissato.
“Certamente. Eccole”.
Queste le domande che la redazione di TeleJato ha posto alla dottoressa Saguto.
Egregia dottoressa Saguto, con la presente le inviamo le domande, come da lei richiestoci, che vorremmo porle nel corso di un’intervista al fine di spiegare ai nostri telespettatori i problemi e le dinamiche riguardanti la gestione dei beni sequestrati alla criminalità, soprattutto quella organizzata.
-          In mancanza dell’albo degli amministratori giudiziari, che pure dovrebbe esistere, come previsto dalla legge del 2010 (DECRETO LEGISLATIVO 4 febbraio 2010, n. 14 e successive modifiche) come si nominano gli amministratori giudiziari?
-          Secondo la prassi gli amministratori giudiziari hanno un rapporto fiduciario con il giudice che li nomina e con i sostituti che si occupano di più specifici ambiti territoriali: questo rapporto è totalmente discrezionale o vi è un garante esterno che può intervenire e sindacare le scelte del tribunale?
-          I periti che devono occuparsi di accertare la provenienza lecita o meno del bene hanno un particolare criterio di scelta od anche quello è discrezionale nella persona del presidente dell’ufficio delle misure di prevenzione e dei suoi sostituti?
-          In che misura e secondo quali crismi vengono calcolate le parcelle degli amministratori e dei periti? Possiamo anche parlare di Milioni di euro?
-          Grave problema, riscontrabile sul territorio, è il deperimento naturale che in particolare le aziende e le imprese, ma solitamente tutti i beni , hanno durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Ora, al di là dei rimpalli di competenza con le associazioni subentranti come assegnatari, è evidente che il cittadino medio, che vede decadere le aziende floride, seppur mafiose, sia quasi autorizzato a pensare che lo stato non sia in grado di subentrare alla Mafia, e che economicamente e lavorativamente i mafiosi siano più convenienti. Di quanto detto siamo in grado di fornire diversi esempi, tra i quali i cassaintegrati della <> ed il tracollo della ditta di latticini <>. Quali sono, viene da chiedersi, le competenze esigibili dagli amministratori giudiziari? Come si risolvono eventuali inefficienze ed inadeguatezze?
-          E’ chiaro che non essendoci un albo da cui attingere nominativi è logico ricorrere al sistema del rapporto fiduciario con enti e soggetti del territorio. In tutto ciò si possono verificare evidenti problemi di conflitti d’interesse, che al di là di perniciosi discorsi legislativi, oltrepassano il confine della buona fede e del buon esempio che l’apparato giudiziario deve sempre esprimere. Come si interviene in questi casi? C’è un ente terzo che dovrebbe pronunciarsi? Se così non fosse ci sarebbe la strana regola per cui a pronunciarsi sui conflitti d’interesse sarebbe lo stesso soggetto, ovvero il giudice, coinvolto nel conflitto.
-          In ambito territoriale si riscontra un dato sociologico allarmante, ovvero la scarsa propensione della gente ad accettare l’amministrazione giudiziaria, per i motivi precedentemente esposti. Noi, che partiamo proprio dal territorio per fare un’analisi oggettiva dei fatti le chiediamo: è opportuno che un amministratore giudiziario come il Signor Benanti, dopo essere stato sospeso dall’amministrazione di un bene per avere commesso gravi condotte sia ancora oggi amministrare di altri beni? Cosa vieta di pensare che la condotta si reiteri? Come mai non si è proceduto in suddetto caso, come più logicamente ipotizzabile, alla sospensione totale del rapporto che lega il Sig. Benanti con il Tribunale?
-          Continuando proprio nella scia della richiesta di doverosa trasparenza da parte di tutte le componenti del tribunale le chiediamo: come mai si è deciso di procedere anche con un'altra nomina ad amministratore giudiziario, ovvero quella con lo studio dell’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, nonostante lo stesso sia in questo momento inquisito per fatti, ancora da verificare alla luce del diritto, ma che si presentano foschi dal punto di vista umano e morale?
Cordiali Saluti, la redazione di Telejato

La risposta
In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poichè, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa.
Saluti
Silvana Saguto


Il cancro d'Italia che la sta uccidendo: le collusioni tra mafia, politica e imprenditoria 

Vincenzo Musacchio *

Le nuove mafie non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune. Si deve subito impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire appalti e lavoro. L'attuale legislazione è insufficiente, serve una nuova rivoluzione culturale
In Italia solo nel 2014 sono scattate indagini di natura penale e ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici in quasi tutte le regioni. Sono stati sciolti oltre duecentocinquanta consigli comunali per presunte infiltrazioni mafiose e più di ottanta parlamentari dell’attuale legislatura sono indagati, imputati e condannati per reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e per altri reati contro la pubblica amministrazione. Le collusioni tra politica, criminalità organizzata e imprenditoria sono attualmente gli aspetti più preoccupanti per il nostro Paese poiché mettono a rischio la stabilità delle istituzioni democratiche. 
Le nuove mafie, oggi, non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per alterare i normali processi della politica, minare la credibilità delle istituzioni, inquinare gravemente l'ambiente e snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune, sgretolando il senso civico e la cultura solidaristica del nostro Paese. La simbiosi tra mafie, politica ed economia attualmente è presente in molti settori produttivi nazionali con grande prevalenza nel settore degli appalti pubblici e delle pubbliche sovvenzioni statali ed europee. I predetti legami servono alle mafie soprattutto per condizionare le scelte degli amministratori che sovrintendono le procedure pubbliche, instaurando in tal modo un circuito per lo scambio di favori illeciti. La politica, da un lato, garantisce affari e profitti alla criminalità organizzata, dall’altro, quest’ultima assicura la disponibilità di voti necessari per essere eletti ai politici collusi. Mafia e politica, sotto questo profilo, si sostengono e si garantiscono a vicenda. Il terreno d’incontro è la corruzione e il profitto economico. Per i mafiosi, le enormi quantità di denaro a disposizione costituiscono anche il mezzo per accedere nella cabina di regia degli enti dello Stato sia a livello centrale che periferico allo scopo di eliminare la possibile concorrenza alle loro imprese e agire in regime di monopolio. 
In questo contesto, molto preoccupante, occorre domandarsi cosa si può fare per arginare queste situazioni criminose? Una delle azioni da concretizzare, senza tentennamenti, è senza dubbio quella di impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire assunzioni, appalti e altri vantaggi che consentono loro di offrire ai cittadini possibilità di lavoro. E’ indispensabile fare in modo che per ottenere i propri diritti non si debba più ricorrere al mafioso, al politico o imprenditore colluso. Bisogna assolutamente sradicare la convinzione che la mafia garantisca lavoro. Una cosa difficile da realizzare, soprattutto nel Sud d’Italia, dove lo Stato latita da molto tempo. Dalla rottura dei legami mafie-politica-imprenditoria, a mio avviso, comincerà il vero cambiamento, ma, ciò è possibile solo a condizione che nel nostro Paese si comincino a lottare concretamente la criminalità organizzata, la corruzione, l’evasione fiscale e la mala politica. 
Da esperto della materia posso affermare che l’attuale legislazione è assolutamente insufficiente. La dimostrazione della nostra tesi, ad esempio, risiede nel fatto che l’Italia sia la Nazione più corrotta d’Europa e al tempo stesso quella in cui vi sono meno condanne per corruzione, concussione e abuso d’ufficio. Di certo il virus che sta uccidendo lentamente il nostro Stato in buona parte risiede nell’indebolimento delle norme di controllo, nel depotenziamento del sistema giudiziario e in una burocrazia ferma al secolo scorso priva di trasparenza e di economicità. E’ il mix tra corruzione politica, criminalità organizzata ed economia adulterata il vero cancro della nostra società e non si può continuare a parlare di onestà, di trasparenza e di efficienza in uno Stato che, di fatto, non vuole lottare questi fenomeni così aberranti. 
Il cittadino dovrebbe comprendere che mafiosi, politici e imprenditori perseguono il profitto fine a se stesso servendosi soprattutto di  denaro pubblico, di cui non si riesce nemmeno a tracciare il percorso perché le norme sul riciclaggio sono inefficaci e quelle sull’autoriciclaggio inesistenti. Le confische patrimoniali, molto temute dai mafiosi, languono e anche questo è un aspetto a dir poco allarmante. In questo scenario catastrofico occorrerebbe una rivoluzione culturale che parta dai giovani sulla scorta di quanto accaduto in passato per combattere la mafia - penso alla “Primavera di Palermo” negli anni novanta - quando una moltitudine di cittadini ebbe il coraggio di scendere in piazza dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio per dire no alla mafia. Ecco occorre una nuova “Primavera di Palermo” ma questa volta senza i tanti morti ed estesa a tutta la Nazione per dire no alle mafie e alla corruzione. L’Italia si gioca una partita importantissima: o affronta i veri problemi che la attanagliano, e che ho descritto in precedenza, o sarà destinata al collasso totale. 
Musacchio
 *Vincenzo Musacchio -  Giurista, docente di diritto penale  e direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise



Inchiesta sui beni confiscati alla mafia: tremano i ‘Palazzi’ del potere di Palermo 

La VOCE Sicilia NY

L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, avrebbe subìto un’accelerazione perché Report - la nota trasmissione televisiva d’inchiesta di Milena Gabanelli - starebbe realizzando una puntata su tale argomento. Con testimonianze e interviste ‘pesanti’. Sotto inchiesta Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara
Una bufera starebbe per abbattersi sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. E al centro di questa vicenda ci sarebbe Palermo, da sempre ‘Capitale mondiale di Cosa nostra’, dove si concentrerebbe oltre il 40 per cento dei beni confiscati agli uomini dell’Onorata società. A tremare sarebbero i protagonisti dei ‘Palazzi’ del potere. Ma questa volta ad essere coinvolti non sono i 'Palazzi' della politica siciliana, ma qualche alto rappresentante della Giustizia. Insomma, magistrati che indagano su altri magistrati. Nello specifico, la Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sulla gestione di un segmento della Giustizia che opera presso il Tribunale di Palermo.  
Insomma, com’era prevedibile, la gestione dei beni confiscati alla mafia è diventato un caso giudiziario. Con il coinvolgimento del presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il giudice Silvana Saguto, finita sotto inchiesta per corruzione, induzione e abuso d'ufficio. Indagati anche l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio, con sede a Palermo, che da anni gestisce tante aziende confiscate ai mafiosi. Sotto inchiesta pure l'ingegnere Lorenzo Caramma, che in passato avrebbe avuto rapporti di consulenza con l’avvocato Seminara, quando la moglie non era ancora presidente della sezione del Tribunale che decreta le confische.
L'inchiesta viene fuori da alcune da denunce pubbliche. In particolare, c’è una denuncia di Massimo Ciancimino, che risale a cinque anni fa. E c’è una battaglia condotta con coraggio e determinazione dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci. Sullo sfondo, beni confiscati che sarebbero stati assegnati quasi sempre a una ristretta cerchia di professionisti, che ne avrebbero ricavato parcelle molto ricche. L’inchiesta ruota sui beni immobili e beni aziendali confiscati in Sicilia.
Stando a indiscrezioni, l’inchiesta di Caltanissetta avrebbe subìto un’accelerazione perché su questa storia
mafia
avrebbero lavorato, e molto, i giornalisti di Report, la trasmissione d’inchiesta di Milena Gabanelli, giornalista di altri tempi abituata a non guardare in faccia nessuno. A quanto pare, sull’argomento potrebbero tornare anche Le Iene, altra trasmissione televisiva che si è ampiamente occupata di questa storia.
I finanzieri della  Polizia tributaria di Palermo avrebbero già fatto visita nello studio dell’avvocato Cappellano Seminara e nell’ufficio del giudice Saguto. Mentre i giornalisti di Report - stando sempre a quanto si sussurra - sarebbero riusciti a raccoglie testimonianze importanti, da parte di personaggi direttamente coinvolti in questa storia.
Le cronache registrano anche una dichiarazione ufficiale della Procura di Caltanissetta: “Questi atti istruttori sono stati compiuti per acquisire elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d'ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla presidente della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Palermo nell'applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.
Nel 2014 è stato il Prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell'Agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia, a denunciare la “gestione ad uso privato” dei beni confiscati. Il riferimento è ad alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali, con in testa il già citato avvocato Cappellano Seminara.
Le cronache di quei giorni roventi registrano una visita della Commissione nazionale Antimafia presieduta
nello musumeci
Nello Musumeci
da Rosi Bindi, piombata in Sicilia per difendere, forse in modo un po’ troppo ‘oleografico’, la magistratura. Della serie, non delegittimate il “sistema”, cioè la Giustizia. Un po’ più centrato, nel febbraio di quest’anno, l’intervento della Commissione Antimafia regionale, presieduta da Nello Musumeci, che, differenza delle ‘oleografie’ romane, ha toccato un punto nevralgico: “In alcuni casi - ha affermato Musumeci - abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.
Poi è stata la volta del presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, nominato dal governo all'Agenzia nazionale oggi guidata dal Prefetto Umberto Postiglione. L’azione di Montante è durata poco, perché a suo carico è stata data notizia di un’indagine che lo vedrebbe coinvolto per fatti di mafia.
Sul sito Zone d’ombra tv si leggono alcune notizie che fanno chiarezza su un argomento complesso (che potete leggere qui). Si ricorda la raccolta di firme lanciate dall’associazione Libera per introdurre il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati. E l’approvazione, da parte del Parlamento nazionale, della legge n. 109 del 1996. Legge che distingue tre categorie di beni confiscati alla mafia. Vediamoli.  
a) I beni mobili, ovvero denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili che non fanno parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati. Anche se su questo non sono mancati i dubbi e le polemiche. Tant’è vero che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, alcuni parlamentari meridionali hanno provato, senza successo, a far riportare i beni mobili confiscati nella disponibilità delle aree del Paese dove avvengono le confische. Battaglia parlamentare perduta, perché questi soldi rimangono a Roma.   


b) I beni immobili, ovvero appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un grande valore simbolico, perché rappresentano in modo concreto il potere che il boss può esercitare sul territorio che lo circonda. Possono essere utilizzati per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, come prevede la legge, o possono essere trasferiti al Comune di appartenenza. I Comuni, a propria volta, possono amministrarli direttamente o assegnarli, a titolo gratuito, ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato. 

c) I beni aziendali: si tratta, in questo caso, di aziende frutto di riciclaggio di denaro ‘sporco’. In questa categoria ritroviamo aziende di vario tipo: agroalimentari (per esempio, supermercati), aziende che operano nell’edilizia, ristoranti, pizzerie e via continuando.
pino maniaci
Pino Maniaci
Nel sito si leggono alcune dichiarazioni di Pino Maniaci: "Insieme ad altri tre, quattro giudici - dice il direttore di TeleJato - la Saguto gestisce il 43 per cento dell'intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”, che ammonterebbe a circa 50 miliardi di Euro. Beni, aggiunge Maniaci, che sarebbero gestiti sempre le stesse persone, cioè dagli stessi amministratori giudiziari. 
I professionisti in grado di ricoprire il ruolo di amministratore giudiziario sono circa 4mila, tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, che è stato costituito, per legge, nel gennaio 2014. “Alla lista - leggiamo sempre nell'articolo pubblicato dal sito - bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è arbitraria, effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano molto i soliti trenta nomi.  Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il 'Re'. Il 90% delle aziende sequestrata e lui affidate, gran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento”. Qui si tocca un tema caldo: la mancanza di cultura imprenditoriale da parte dei soggetti chiamati a gestire queste aziende, che spesso vanno in malora.
“Seminara - leggiamo sempre nell'articolo - oggi è uno degli avvocati più riccchi d'Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7 milioni di euro l'anno”. 
Nel sito di parla anche del conflitto di interessi dell’avvocato Seminara. “La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l'amministratore della società è la nonna 82enne dell'avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl”. Insomma, un gioco di scatole cinesi.  
“Appare strano - leggiamo sempre nell’articolo - che nessuno si sia accorto di un evidente conflitto d'interesse quando Seminara si è occupato, come amministratore giudiziario, di un altro gruppo alberghiero: la Ghs Hotels F. Ponte Spa”. 
"Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare al responsabile della sezione misure patrimoniali" chiarisce Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di TeleJato. Nell’articolo si racconta anche del ruolo dell’avvocato Seminara nella discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa. "Quando uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – si legge sempre nel sito che cita un articolo de I Siciliani -  Cappellano pagò un lavavetri per acquistare, come prestanome, una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”.
Il caso è stato smascherato, manco a dirlo, dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, già magistrato inquirente di punta al Tribunale di Palermo.  
“A non essere rispettata è la Legislazione Antimafia - Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia - si legge sempre nell’articolo -. La fase del sequestro, secondo la legge, non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario. Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media, il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni”. 
“Una legge limitata - se legge ancora nell’articolo - da aggiornare, che non permette gli adeguati controlli e conduce troppo spesso al fallimento dei beni per le - forse volute - incapacità del sistema”.
Su Live Sicilia leggiamo la replica di qualche tempo fa dell'avvocato Cappellano Seminare: “Ho presentato una parcella lorda di 7 milioni di euro per 15 anni di lavoro durante il quale ho amministrato, insieme ad un team di 30 collaboratori, 32 società e ho accresciuto il valore commerciale degli asset a me conferiti a 1,5 miliardi di euro. Nel periodo di gestione giudiziaria i soli beni aziendali giunti a confisca hanno prodotto ricavi per oltre 280 milioni di euro, attestando così il costo della gestione giudiziaria a circa il 2,50% dei ricavi. Giova inoltre ricordare che dalla liquidazione disposta dal Tribunale, interamente corrisposta con fondi del patrimonio confiscato, ne è derivata a mio carico, in favore dell'Erario una imposizione fiscale di complessivi euro 4.248.281 pari al 60% del lordo percepito”. 

Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:24
Parla l'omicida della cava: "Li ho uccisi perché mi hanno rovinato" 



Parla l'omicida della cava: "Li ho uccisi perché mi hanno rovinato"
"Li ho uccisi perche' mi hanno rovinato". Sarebbero queste le uniche parole pronunciate da Francesco La Russa, 49 anni, fermato per il duplice omicidio avvenuto ieri in una cava in contrada Giardinello, a Trabia, in provincia di Palermo. Le due vittime sono il consulente per la sicurezza, Gianluca Grimaldi, di 39 anni, e il direttore del cantiere Giovanni Sorci, di 56 anni. Risparmiata una terza persona, il ragioniere, che per un malore e' stato poi trasportato in ospedale. L'indagato, accusato di omicidio volontario, interrogato dai pm della Procura di Termini Imerese, si e' avvalso della facolta' di non rispondere. L'uomo, da sette mesi in mobilita', con moglie e tre figli a carico, in gravi difficolta' economiche e disperato, era convinto che i due ostacolassero il suo rientro al lavoro. Ed e' per questo che li ha freddati, a colpi di pistola, prima ha fatto fuoco contro Grimaldi, poi contro Sorci. Adesso l'indagato si trova detenuto nel carcere di Termini Imerese, in attesa di essere interrogato dal gip. Nel pomeriggio verra' eseguita l'autopsia sul corpo delle vittime.
La tragedia si intreccia con l'inchiesta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia, che ha coinvolto, tra gli altri, la presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto. La cava era stata sequestrata a Cosa nostra, circa 5 anni fa, ed e' ora in amministrazione controllata. La gestione dell'azienda fa capo all'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, anche lui coinvolto nell'inchiesta. Che in qualche modo accusa i media del clamore suscitato con l'inchiesta: "Osservo che l'ingiustificata e ingiustificabile furia omicida di Francesco La Russa è esplosa dopo nove mesi dalla sua messa in mobilità, e solo in concomitanza al clamore che ha suscitato l'inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Caltanissetta e che ha finito per scatenare attacchi personali nei confronti di tutti coloro che gestiscono i beni sequestrati alle mafie accusati di arricchirsi in danno dei titolari delle imprese dei proposti e dei loro dipendenti". "Sicuramente - dice ancora Seminara - l'osservanza del prescritto segreto delle indagini preliminari avrebbe contribuito ad evitare il formarsi di giudizi sommari ed affrettati oltre che infondati".  "Francesco La Russa - aggiunge il legale - non è una vittima della crisi economica o delle politiche dell'Amministrazione Giudiziaria. E' un criminale che ha distrutto 2 famiglie. Non solo era in mobilità ma aveva rifiutato di essere assunto alle medesime condizioni presso la Cava Valle Rena di Altofonte che dista solo 10 chilometri dalla Cava Giardinello. Chi versa in condizioni economiche difficili non rifiuta il lavoro che gli viene offerto".

"Sono molto addolorato per la morte dei due dipendenti ed anche per quel povero disgraziato che li ha ammazzati, ma non renderemmo loro giustizia se rimaniamo nell'ambiguità", afferma il presidente di Ance Palermo, Fabio Sanfratello. "Non basta mettersi la coscienza in pace, come fa qualche sindacalista, dicendo che le imprese pensano solo al loro profitto, perché quello è il compito dell'impresa - continua Sanfratello - Nel caso specifico, tra l'altro, la controparte non era un imprenditore avido, ma un amministratore giudiziario che rispettava scrupolosamente la legge. Uscire dall'ambiguità, dunque, significa affermare con chiarezza che l'edilizia sta morendo, anzi è già morta, perché questo governo regionale ha dirottato tutte le risorse ad essa destinate verso l'assistenzialismo: siano essi forestali o precari o dipendenti di aziende regionali decotte. E non ci sono neanche i soldi per cofinanziare i progetti europei, come ha recentemente affermato l'assessore Pizzo. Il sindacato non può continuare a difendere tutti. Lo poteva fare quando non c'erano limiti all'indebitamento pubblico. Ora bisogna scegliere: o si difendono gli investimenti nell'edilizia, e quindi i lavoratori edili disoccupati, o si difende l'assistenzialismo. Ma se riparte l'edilizia - conclude il presidente di Ance Palermo - si rimette in moto l'economia e ci saranno anche risorse per aiutare i più deboli. Al contrario non c'è speranza per nessuno".

I VOLTI

IN CELLA
Francesco La Russa, 49 anni, sposato e con tre figli, è stato arrestato per il duplice omicidio
IL RESPONSABILE
Gianluca Grimaldi, 39 anni, era il responsabile della cava, è una delle vittime
IL CAPO CANTIERE
Giovanni Sorci, 56 anni, direttore del cantiere della cava, ucciso dopo una lite con l'operaio



"Datemi il lavoro o sparo" Operaio perde il posto e uccide i suoi due capi

FRANCESCO PATANÉ
Una disperata vendetta, una folle punizione per chi continuava a promettergli solo a parole il rientro al lavoro.
Sarebbero questi i motivi che ieri poco dopo mezzogiorno hanno spinto Francesco La Russa, operaio di 49 anni, ad uccidere il direttore della cava Giardinello di Trabia Gianluca Grimaldi, 39 anni palermitano, e il capo cantiere Giovanni Sorce, 56 anni di Bagheria. Risparmiato il ragioniere. La Russa è stato arrestato dalla polizia dopo poco più di un'ora, dopo essersi rifugiato nell'abitazione dei genitori nelle campagne di Trabia. «O mi ridate il lavoro o vi ammazzo tutti», avrebbe detto Francesco La Russa, entrando nell'ufficio all'interno della cava di contrada Giardinello armato di una pistola calibro 9 regolarmente detenuta. Il 49enne operaio di Trabia, sposato e padre di tre figli, dallo scorso dicembre è in mobilità e da settimane si presentava nell'ufficio di Gianluca Grimaldi, che coadiuva l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara nell'amministrazione giudiziaria del bene sottratto nel 2007 alla famiglia Buttitta. Ogni volta la richiesta era sempre la stessa: tornare a lavorare. E ogni volta la risposta era identica: per ora non c'è. Una risposta che ieri a La Russa è suonata come l'ennesima presa in giro.
La discussione è subito degenerata: pare che sia Grimaldi che Sorce abbiano rinfacciato a La Russa di non aver accettato il lavoro nella vicina cava di Valle Rena. «Gli era stato proposto di lavorare in un'altra cava a dieci chilometri di distanza ma lui aveva rifiutato», commentano dallo staff dell'avvocato Cappellano Seminara.
Un operaio che era all'esterno ha sentito le grida, per un attimo ha pensato all'ennesima discussione dell'operaio in mobilità con i vertici dell'azienda. Poi nel silenzio della cava sono rimbombati gli spari. Da una prima ricostruzione degli agenti della squadra mobile che lo hanno interrogato fino a tarda sera, La Russa ha premuto il grilletto prima contro il capo cantiere Sorce, colpendolo a morte, poi ha puntato l'arma contro Gianluca Grimaldi. Il 39enne ha cercato di fuggire tanto che è stato raggiunto dai proiettili mentre correva nel corridoio vicino all'ufficio.
Secondo le testimonianze di alcuni dei 13 dipendenti della cava, La Russa dopo il duplice omicidio è uscito dall'ufficio impugnando ancora l'arma. «È salito nell'auto parcheggiata vicino al cancello d'entrata e si è allontanato come se nulla fosse successo», racconta un dipendente. L'allarme è scattato poco prima delle 13. Immediata è scattata la caccia all'uomo. Ad aiutare gli agenti anche il cognato di La Russa che lavora nella cava. Quando lo hanno trovato nella casa di campagna, l'uomo non ha opposto resistenza, ha confessato il delitto e ha indicato l'armadietto dove aveva appena nascosto l'arma.
Gianluca Grimaldi è il figlio di Elio Grimaldi, assistente nella cancelleria della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo che si occupa dell'assegnazione dei beni sequestrati alla mafia. Ieri la moglie straziata dal dolore continuava a ripetere: «Oggi Gianluca ha accompagnato la nostra bimba a scuola per il suo primo giorno di scuola, la mia bimba non lo rivedrà più è stata l'ultima volta che ha visto il suo papà».

IL LUOGO
La cava in contrada Giardinello a Trabia dove un operaio che ha perso il lavoro ha ucciso due suoi capi. La cava, sequestrata alla mafia, è ora in amministrazione giudiziaria

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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:22
Perchè tanto silenzio sui miliardi di euro dell’Antimafia?

Fabio Cammalleri

Dopo che per anni i giornalisti della piccola Telejato diretta da Pino Maniaci avevano suonato l'allarme che nessuno voleva ascoltare, finalmente si indaga sulla gestione di beni sequestrati e confiscati per mafia in seno al Tribunale di Palermo. Ma i reati supposti potrebbero celare molto di più, e risultare un comodo capro espiatorio. Bisogna allargare lo sguardo,  guardare l’insieme e non darsi alla fuga. Se vi riesce
Immagine tratta dal sito www.nonsprecare.it
Immagine tratta dal sito www.nonsprecare.it
Segnatevi questa frase: “...non ci vuole nulla a combinare un’accusa di associazione mafiosa, basta un contatto, uno scontrino, un’intercettazione fraintesa o manipolata, un documento che lasci supporre una presunta amicizia pericolosa, magari del padre o del nonno ed è fatta. Il denunciato dovrà preoccuparsi di dimostrare la legittimità di quello che possiede; ma, anche se fosse in grado di farlo, dovrà andare incontro a una serie di rinvii giudiziari, scientificamente studiati, che durano anni e che finiscono col distruggere la vita dell’incauto oltre che le aziende e i beni che gli sono sequestrati.”
L’ha scritta Salvo Vitale, coraggioso come Peppino Impastato, di cui era amico e, come si diceva una volta, compagno di lotta. A Cinisi contro Gaetano Badalamenti, oggi, insieme a Pino Maniaci, anima e corpo di Telejato, contro.... Ora vedremo di che si tratta.  
Intanto rilevo che né Salvo Vitale né Pino Maniaci hanno mai pensato alloshow business: libri di successo (e di insuccesso), prime serate, inchieste con telecamera fissa, con la musichetta, con il maxischermo al posto della lavagna del maestrino millenial, giornaloni, soldi. Sì, soldi: perché sempre i soldi contano; e si contano.
No, questi due hanno fatto i giornalisti senza rimanere incollati al terminale o alla telecamera. Si sono messi a cercare, per strada, parlando con le persone, leggendo documenti: e hanno dubitato che il Tribunale di Palermo, Sezione  Misure di Prevenzione, presentasse qualche problema di funzionamento.
In particolare si sono occupati di sequestri e confische. Beni patrimoniali: terreni, fabbricati; aziende: conti correnti, beni aziendali, fatturato, stipendi, cioè flussi finanziari da e verso fornitori: soldi. Un sacco di soldi. Ma, più esattamente, bisogna considerare i flussi.
Cosa è accaduto, lo spiega chiaramente lo stesso Maniaci a Giulio Ambrosetti, che meritoriamente lo ha intervistato per questo giornale e, se non sbaglio, si tratta ancora di un pezzo unico. Riassumo brevemente: la Procura di Caltanissetta ha avviato un’indagine che coinvolge, fin qui, quattro magistrati e svariati professionisti: perchè si sospetta che abbiano gestito i flussi, anziché le aziende. Amministratori giudiziari infedeli, di beni o aziende sequestrate o confiscate per sospetto mafioso. 
Qui interessano alcuni rilevi ulteriori che, senza offesa, in qualche modo depotenziano la rilevanza dell’indagine penale.
Primo. Posto che gli accusati risultassero non colpevoli, non cambierebbe nulla. Perchè il punto non è la loro personale colpevolezza; in sè, sono ipotesi di reato come altre formulate in simili casi. Quello che dovrebbe interessare è il presupposto. Che è di duplice natura: normativa e culturale.
Le denuncie dei due valenti giornalisti hanno già messo in luce il bubbone: che è la struttura normativa e le istituzioni, venutesi sviluppando, nel corso di questi ultimi due decenni, sotto l’insegna della c.d. antimafia. Com’è noto, proprio a partire dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.
Se una stessa persona può legittimamente ricoprire più di novanta cariche, cioè amministrare novanta diverse aziende, non è necessaria la malversazione, per rilevare la mostruosità della struttura normativa che  consente simili concentrazioni di potere.
Se la struttura istituzionale nata da quella struttura normativa è complessa, richiede e coinvolge l’opera di più persone, che hanno colleghi, referenti istituzionali, non è necessario attendere chissà chi, o chissà che, per chiedersi: ma, hanno fatto tutto da soli? Di qui l’analisi del presupposto culturale, per dir così. 
Io sono molto cauto di fronte alle stime, specie nella materia criminale; così, quando si dice che i patrimoni di interesse c.d. mafioso, e amministrati per via giudiziaria, ammonterebbero a circa trenta miliardi di euro, rimango molto cauto. Limitiamoci allora a dire che, però, sono comunque tanti soldi: anche se fossero la metà, o un terzo, di quella cifra.
E che dieci miliardi di euro, considerati come flusso grezzo, e non entro una funzionalità e un criterio aziendale, che vive di margini sui flussi, e non di flussi (altrimenti si fallisce all’istante), dicevo, diciamo che dieci miliardi di euro, pronti in mano, sono una cifra dalle potenzialità tiranniche pressocché indescrivibili. 
Tiranniche, perché sistemiche; non criminali, cioè individuali. Si vuol dire che, a volte, il reato può assolvere alla funzione di utile capro espiatorio, o di foglia di fico. Specie quando si parla di stipendi, per quanto lauti, di benefit, per quanto satrapici. Cioè di minutaglia, rispetto all’intero. Sicchè, non solo è pressocchè irrilevante accertarlo, ma, in un certo senso, controproducente. Per questo scrivevo in quei termini dell’indagine in corso. Un pò di pazienza.
Gli amministratori giudiziari sono nominati da magistrati. E bisogna dire magistrati, e non riferirsi agli uffici, altrimenti si smarrisce il senso delle cose. Messe le mani sui flussi, essendo provenienti da beni colpiti da scomunica maggiore (mafia), nessuno potrà inarcare un sopracciglio anche quando le aziende fallissero. O falliscono.
Un qualsiasi gestore deve potenzialmente temere un rendiconto, o durante, o alla fine dell’opera. Se si elimina, di fatto, la possibilità del rendiconto, il flusso è disponibile nella sua interezza, fino ad esaurimento.
I magistrati sono assegnati ai singoli uffici dai loro colleghi del CSM, e la componente togata è maggioritaria (18 su 27, gli altri, al più, negoziano); la componente togata è eletta secondo correnti, organizzate nell’ANM. 
Dieci miliardi di euro liberi. Come nel caso dei quattro magistrati per ora indagati, si stanno accertando le loro consistenze. Gli stipendi, pur cospicui, sono noti. Le eventuali incongruenze, ovviamente estendendo il campo ai prossimi congiunti, sono agevolmente accertabili. 
Il silenzio ostinato con cui tutti i maggiori giornali (in realtà note Lobby politico-finanziarie, che hanno assunto un ruolo politico patrizio e impropriamente ma efficacemente decisorio) stanno affrontando una vicenda che appare essere, semplicemente, il centro del sistema, è innaturale. 
E, più che innaturale, è insolente, come rileva lo steso Maniaci, che Milena Gabanelli, Michele Santoro, Rosy Bindi, Claudio Fava, ciascuno per la sua parte (dal ricco cortigiano al servo sciocco) abbiano nicchiato a precise richieste di intervento, e di sostegno alla ricerca, avanzate da Maniaci.
In linea col doppio binario gli interventi di Don Luigi Ciotti: “parcelle spropositate che finivano nelle mani di pochi amministratori, ma anche ritardi”; e di Giancarlo Caselli: “Silvana Saguto è una delle donne economicamente più potenti di Palermo”. Ma sì, è solo, una pur preoccupante, questione di scrocconi, per questo non vi siete precipitati in prima serata, come ai bei tempi. Non è vero?  
Certo, il silenzio, aggiunto alle dichiarazioni pro forma, significa che dalla Sicilia si è preso quello che si doveva prendere, in termini di costruzione del consenso e di potere; ma significa anche che vent’anni di scempio delle coscienze e delle istituzioni hanno prodotto scorie tossiche al sommo grado: da tenere assolutamente nascoste. Altro che terra dei fuochi. 
Dieci miliardi di euro. E un sistema connesso in minutissimi legami, tale per cui la nomina a dirigere un ufficio periferico determina quella a dirigerne uno importantissimo, magari distante due ore di aereo e, insieme, nè è determinata. Un sistema in cui i magistrati che accusano e quelli che giudicano sono colleghi. In cui, come nel corrente caso, a fronte di sospetti gravissimi, l’unico effetto imposto dalla struttura è spostarsi di una decina di passi ad un’altra stanza (il presidente Saguto, ora non è più Presidente del Tribunale, Sezione misure di Prevenzione, ma magistrato con altre funzioni). Un sistema che sui cadaveri di Falcone e Borsellino ha eretto una legittimazione emotiva che ha strattonato e percosso vent’anni di vita pubblica e istituzionale.
Considerate i dieci miliardi di euro e la frase con cui abbiamo cominciato; poi aggiungete la storia d’Italia lungo l’asse Palermo-resto d’Italia. Considerate i coriacei silenzi dei Grandi Virtuosi e, con la mente al paradigma-Uno Bianca, considerate i singoli, le persone, le loro case e tutto quello che è loro, e ciò che gli è riconducibile senza soverchie difficoltà. Considerate tutto il potere che hanno amministrato e amministrano. Considerate le loro carriere, le nomine, le elezioni, la forza, che questa organizzazione ha dimostrato e dimostra, di annichilire il peso formale di decine di milioni di voti, comunque espressi: e  provate a fare una somma.
Troverete i soldi. Una montagna di soldi da spartirsi per una miriade di interessi, anonimi, quasi invisibili, ma che pure nascono e vivono insieme. Così, sopra la montagna di soldi, troverete la Tirannia. Dal centro alla periferia, e dalla periferia al centro.
Ma prima i soldi, bisogna cercare i soldi: quelli veri. Diceva Falcone. 

Venturi: “Trame e affari torbidi, la svolta antimafia di Confindustria è solo un inganno”


Parla l’imprenditore presidente dell’associazione per la Sicilia centrale ed ex assessore del governo Lombardo: “Con Montante accaduti fatti inquietanti. A parole si esibisce il vessillo della legalità, nei fatti si fanno gli interessi dei clan. È un doppio gioco. Vivo in un mondo pericoloso e ho paura di quello che mi può succedere. Ma ora denuncerò tutto ai magistrati"
MARCO VENTURI 



CALTANISSETTA. C’è una voce "dal di dentro" che rompe un silenzio di tomba in Confindustria Sicilia. Per la prima volta una figura rappresentativa degli imprenditori dell’isola parla dell’indagato di mafia Antonello Montante e del "grande inganno della rivoluzione" portata avanti dalla sua associazione, confessa di "avere paura per quello che mi può succedere", racconta di "episodi inquietanti" intorno all’inchiesta giudiziaria aperta sul delegato nazionale per la legalità di Confindustria. Testi avvicinati, pretese di lettere riservate dove si chiedeva di certificare il falso, pressioni "per condizionare l’azione di pulizia nelle aree industriali e fermare Alfonso Cicero, un funzionario regionale che è sempre più a rischio di vita". Si presenta: "Sono Marco Venturi, ho 53 anni, sono il presidente di Confindustria Centro-Sicilia e uno degli imprenditori che nel 2005 insieme a Montante, Ivan Lo Bello e Giuseppe Catanzaro ha creduto nella battaglia contro il racket del pizzo per spazzare via la nomenclatura che governava la Cupola degli industriali siciliani. Quelle che da tempo erano perplessità adesso sono diventate certezze. Da mesi vivo in uno stato di profonda inquietudine che mi ha spinto a uscire allo scoperto".

Perché questa paura?

"Vivo con angoscia dentro un mondo pericoloso che non mi appartiene".

Di cosa sta parlando? Perché non prova a spiegarsi meglio?

"Lo farò con i magistrati che indagano sul caso Montante, ci sono vicende molto gravi che riguardano Confindustria Sicilia e delle quali nessuno ancora è a conoscenza".

Ma lei è uno di quegli imprenditori del nuovo corso siciliano, cosa è accaduto di tanto intollerabile per fare questo passo?

"L’iniziale battaglia contro le estorsioni dei boss ha portato alla ribalta nazionale il nostro movimento, però quando dal livello basso del pizzo ci siamo inoltrati nel cuore del vero potere mafioso siciliano — cioè dentro i grovigli delle aree industriali — ho capito chiaramente che non tutti i miei compagni di viaggio erano interessati ad andare avanti. Al contrario, alcuni me li sono ritrovati contro".
Eppure tutti in Confindustria Sicilia sbandierano il vessillo dell’antimafia..
"È il doppio gioco. A parole qualcuno — che dimostra chiaramente di essere condizionato — sostiene una certa azione, il risultato però è che con i fatti favorisce interessi di mafia. Emblematico è il caso dell’azione legalitaria che conduce da anni Alfonso Cicero, il presidente dell’Irsap, l’ente che ha sostituito gli undici carrozzoni dei consorzi industriali. Quell’azione non è mai piaciuta — nonostante le dichiarazioni di circostanza — al presidente di Confindustria Sicilia Montante. Montante ha sempre tentato di utilizzare per i suoi scopi l’opera di pulizia di Cicero, nell’ombra ha sempre cercato di neutralizzarlo anche se consapevole degli altissimi rischi che corre. Chi non vuole Cicero oggi in Sicilia lo sta trasformando in un bersaglio facile".
Montante ha conquistato una sproporzionata credibilità istituzionale nonostante le dubbie origini per i suoi contatti con Cosa Nostra, a cosa sta mirando realmente Confindustria Sicilia?
"A un certo punto c’è stata una inversione di rotta. Montante non ha fatto come doveva gli interessi degli imprenditori siciliani ma ha intrecciato trame. Commistioni con apparati polizieschi di ogni livello. Per colpa sua Confindustria Sicilia è diventata un centro di potere a Palermo e a Roma, un giro stretto, lui e pochi devoti".
In Confindustria Sicilia ci sono alcuni indagati per reati di mafia e rinviati a giudizio per truffa alla Regione, tutti sempre ai loro posti. E il vostro codice etico?
"Il codice etico non lo si può far valere per gli altri e ignorarlo al nostro interno. Confindustria nazionale è stata zitta per molti mesi: ora mi aspetto che il presidente Squinzi intervenga a tutela della onorabilità della nostra associazione. È il momento di farlo, non si può più attendere. Chiedo solo il rispetto delle regole, cambiare pagina, offrire di noi stessi un’altra immagine".
Quante espulsioni per mafia ha fatto Confindustria in questi anni?
"Che io ricordi nessuna".
Lei è stato assessore regionale alle Attività Produttive — insieme a magistrati come Chinnici e Russo, prefetti come Marino e altri «tecnici» — quando presidente era Raffaele Lombardo, un condannato per mafia. Non si è mai accorto di nulla delle manovre che si facevano in quel governo?
"Il mio obiettivo era quello di bonificare le aree industriali degradate dagli appetiti mafiosi, quando però Lombardo ha rimosso Cicero, che aveva denunciato ai procuratori il malaffare, mi sono dimesso e ho presentato un esposto in procura accusando il governatore di salvaguardare gli interessi dei boss. Dopo di me, con il governo Crocetta, è venuta Linda Vancheri: un assessore che era al servizio totale di Montante".
Ma in sostanza lei cosa andrà a raccontare ai magistrati?
"Episodi inquietanti che mi sono capitati. E sono sicuro che nei prossimi giorni non sarò il solo ad andarci, ci sarà qualcun altro che vorrà parlare con i procuratori. Qualche mese fa Montante e un suo amico esperto in security volevano che io facessi loro da sponda per un’operazione torbida. Sono anche a conoscenza di movimenti strani intorno a chi è tenuto a dire la verità ai magistrati che indagano sul presidente di Confindustria Sicilia".
Sta riferendo vicende molto gravi...
"Non è finita. Montante ha chiesto ripetutamente a un rappresentante delle istituzioni che aveva deposto in commissione parlamentare antimafia una lettera riservata, ma soprattutto retrodatata con tanto di firma".
Cosa voleva esattamente da quel personaggio?
"Che dichiarasse per iscritto a lui una cosa impossibile: e cioè che tutto quello che aveva già riferito alla presidente Bindi nel luglio del 2014 sulle sue denunce e in particolare su Dario Di Francesco — un mafioso che poi si è pentito chiamando in causa lo stesso presidente di Confindustria Sicilia — , era stato suggerito da lui, Montante. Naturalmente non era vero e naturalmente quel rappresentante delle istituzioni si è rifiutato".
Ha parlato tanto di Montante, ma che fine hanno fatto Lo Bello e Catanzaro?

I soldi della Mafia e dell'Antimafia/ Pino Maniaci: “Gli amministratori giudiziari fanno fallire le aziende perché ci guadagnano” 


Giulio Ambrosetti [16 Sep 2015 | 

Intervista a Pino Maniaci, il direttore di TeleJato che ha fatto saltare in aria gli affari legati al mondo dei sequestri dei beni ai mafiosi. La sua grinta. Ma anche la sua solitudine: “Ho provato a contattare Michele Santoro e Milena Gabanelli. Tutto inutile”. La clinica Santa Teresa di Bagheria “vicina al fallimento”. Le domande che la redazione di TeleJato ha inviato alla dottoressa Saguto. Che non ha mai risposto 
“Oggi sono molto amareggiato. E addolorato. No, non sono affatto felice. Scoprire un verminaio dentro il Tribunale di Palermo non mi ha dato alcuna soddisfazione. Anzi, se proprio debbo essere sincero, sono molto preoccupato. Non vorrei che, per tutto quello che sta venendo fuori in materia di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, i mafiosi brindino. Mi auguro che la Procura della Repubblica di Caltanissetta metta in luce tutto il malaffare, individuando i responsabili e ripristinando la legalità”. 
Così parla Pino Maniaci, il battagliero e coraggioso direttore di TeleJato. L’uomo è abituato alle bufere. I mafiosi di Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Corleone, Cinisi, Terrasini, Montelepre, in tutti questi anni, gliene hanno fatto vedere di tutti i colori. Minacce, intimidazioni, auto incendiate, i suoi cani impiccati. Fare un giornalismo d’inchiesta contro i mafiosi non è facile. Tutt’altro. Ma lui tira dritto. Anche se incontra una montagna. Perché Pino Maniaci e la redazione di TeleJato, di fatto, negli ultimi due anni, si sono scontrati contro una montagna che, come tutte le montagne, non è facile spianare. Una montagna fatta del vero potere: quello di certi magistrati che gestiscono i beni sequestrati e confiscati alla mafia. Una montagna che si chiama sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.
Ebbene, Pino Maniaci e la redazione di TeleJato sono riusciti, da soli, a spianare questa montagna di
silvana saguto
Il giudice Silvana Saguto
malaffare. Oggi la montagna non c’è più. La presidente della sezione per le Misure di prevenzione, Silvana Saguto, si è dimessa. E sembra che con questa figura, che ci ricorda un certo Sansone, potrebbero cadere pure tutti i filistei: cioè tutti gli amministratori giudiziari che, per tanti anni, hanno brillato della ‘luce’ irradiata dalla dottoressa Saguto.
Con Pino Maniaci proviamo ad affrontare il ‘caso’ del verminaio da una particolare angolazione: l’economia.
Alla fine certi amministratrori giudiziari hanno devastato l'economia? 
“In certi casi sì - ci dice Maniaci -. Questa è una storia dalle tante sfaccettature. E tra queste sfaccettature c’è anche l’economia. Ora la domanda la pongo io: secondo voi, può un Tribunale gestire l’economia di un’intera provincia?”.
Si riferisce, ovviamente a Palermo e provincia, no?
“Certamente. A Palermo e provincia si concentra il 43 per cento dei beni sequestrati e confiscati. Ebbene, per la gestione di questi beni non sono state nominate figure di prestigio. La sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha nominato solo avvocati. Mi chiedo e chiedo: possono gli avvocati, che spesso non hanno alcuna esperienza imprenditoriale, andare a gestire aziende dove, in tanti casi, lavorano decine, se non centinaia di persone? Attenzione: noi non stiamo contestando la legge sul sequestro ed eventuale confisca dei beni ai mafiosi. La legge è giusta. Noi ci siamo occupati della gestione di questi beni. E abbiamo scoperto cose incredibili! Parcelle enormi. Aziende sane portate al fallimento con enormi danni per l’economia. Lo sapete che il 90 per cento delle aziende finite nelle mani degli amministratori giudiziari falliscono?”.
Perché le fanno fallire?
“Perché gli conviene”.
In che senso?
“Se fanno fallire un’azienda non debbono rendicontare un bel niente. Se invece la tengono in vita debbono rendicontare tutto”.
Il problema, se abbiamo ben capito, non riguarda solo le aziende confiscate, ma anche quelle poste sotto sequestro che, in teoria, potrebbero tornare al legittimo proprietario.
“Per l’appunto”.
Salvo Vitale, qualche giorno fa, ha scritto che molte di queste aziende avrebbero dovuto essere restituite ai legittimi proprietari scagionati dalle indagini. Ai quali hanno restituito aziende malconce.
“Io direi devastate”.
Come fanno a devastare le aziende?
“Con un metodo ben organizzato e ben oliato”.
Proviamo a descriverlo?
“Prima arriva l’amministratore giudiziario nominato dalla sezione per le Misure di prevenzione. E già qui le parcelle volano. Poi spuntano tre coadiutori da 4 mila e 500 euro al mese cadauno. Quindi tocca ai periti che si tengono il cinque per cento del capitale. Il cerchio si chiude con i consulenti”.
Insomma, tante tavole apparecchiate…
“Già”.
Ma che mondo è quello degli amministratori giudiziari made in dottoressa Silvana Saguto?
“E’ un modo chiuso. Solo per pochi eletti”.
Voi di TeleJato come siete arrivati a questo mondo?
“Tutto è iniziato con la denuncia di alcuni operai di un’azienda di calcestruzzo. Un’azienda sana sottoposta a sequestro. Gli operai sono venuti da noi a raccontarci che l’amministratore giudiziario invece di fare lavorare loro faceva lavorare i padroncini di un’altra azienda sottoposta a sequestro. La cosa ci ha allertato. E ci siamo gettati in questa storia. Piano piano, una dopo l’altra, abbiamo iniziato a scoprire tante storie, una più strana dell’altra”.
Man mano che andavate avanti non vi sono arrivati avvertimenti?
“Che dire? Un giorno ho chiesto a un magistrato: ma perché per gestire questi beni vengono nominate quasi sempre le stesse persone? Mi ha risposto: o perché sono bravi, o perché gli piacinu i picciuli (tradotto per i non siciliani: perché gli piacciono i soldi)”.
La seconda tesi ci sembra più veritiera.
“Anche a me”.
Altri avvertimenti?
“Un altro mi ha detto: Pino stai mettendo i piedi su una mina. E un altro ancora ha precisato: sai, se non ti ammazzerà la mafia, questa volta ti ammazzerà l’antimafia”.
Ne ha incontrati, di personaggi particolari, in quest’inchiesta sui beni sequestrati e confiscati.
“Eccome! Ricordo il giudice Tommaso Virga. Archivia un procedimento a carico della dottoressa Saguto. Dopo qualche settimana Walter Virga, suo figlio, incassa una nomina. Se non ricordo male, 700 mila euro”.
Parla del giudice Virga del CSM?
“Sì, ma oggi non fa più parte del Consiglio Superiore della Magistratura”.
In questa storia, oltre ai magistrati, sono coinvolte altre figure istituzionali?
“Sì. Ci sono Carabinieri, militari della Guardia di Finanza. La dottoressa Saguto cercava di accontentare tutti. Di tutto e di più”.
Avete provato, in questi due anni, a coinvolgere altri esponenti del mondo dell’informazione?
“Certo. Mi sono rivolto a Michele Santoro, a Milena Gabanelli e ad altri”.
Cosa le hanno risposto?
“Nulla. Non si sono mai fatti sentire. La verità è che, a parte Le Iene, in questa storia noi di TeleJato siamo rimasti da soli. Tutti gli altri si toccavano il culo con la pezza. Mi hanno preso per matto. Per uno fuori dagli schemi. Oggi mi danno pacche sulle spalle”.
Alla fine che idea si è fatto di questa storia?
“Che è una storia ben più grave di Mafia Capitale. Nella gestione dei beni sequestrati alla mafia sono coinvolti ‘pezzi’ dello Stato. Invito tutti a riflettere sul silenzio della politica. E sul silenzio dell’antimafia ufficiale. A cominciare dalla commissione nazionale antimafia”.
E’ corretto parlare di mafia dello Stato?
“Io parlerei di mafia dell’antimafia”.
C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpito di più in questa storia?
“Sì: la gestione disinvolta dei sequestri di beni. Ci sono beni societari sotto sequestro da diciassette anni! Questo è incredibile. La signora Saguto è stata capace di far modificare la legge sulla scadenza dei termini. Questo avveniva nel 2011. Di fatto, sui sequestri non c’è più scadenza!”.
Ma il Procuratore della Repubblica, il presidente del Tribunale e tutte le altre autorità non sapevano nulla?
“Dovrebbe chiederlo a loro”.
Nella vostra inchiesta avete incrociato politici?
“Ricordo che il senatore Giuseppe Lumia si è battuto per il sequestro di alcune aziende che operano nell’area portuale di Palermo. Aziende che sono ancora sotto sequestro. E sapete chi è l’amministratore giudiziario?”.
Ci dica.
“L’avvocato Gaetano Cappellano Seminara”.
Un nome a caso…
“Sì, un nome molto a caso”.
Che ci dice della clinica Santa Teresa di Bagheria, quella confiscata all’ingegner Michele Aiello?
“Ah, qui ci sarebbe una bella storia”.
Ce la racconta?
“E’ semplice: una lite tra l’ex amministratore giudiziario della clinica Santa Teresa, Andrea Dara, e l’avvocato Cappellano Seminara”.
Ancora lui?
“Sì, ancora lui”.
E che c’entra l’avvocato Cappellano Seminara con la clinica Santa Teresa?
“Ha fatto una bella consulenza. E si è beccato una parcella da circa un milione di Euro”.
Ammazzate!, direbbero a Roma. E poi che sa sul Santa Teresa.
“Poco. Pare che sia sparita una Porsche. E pare che siano stati venduti macchinari per milioni di Euro”.
Venduti? A chi?
“Venduti a dei medici”.
Ma è vero che la clinica Santa Teresa, come si dice in Sicilia, èmuru cu muru cu ‘u spitali? (tradotto: è in difficoltà economiche).
“Credo che sia vicina al fallimento. Insomma, è in grosse difficoltà economiche. Detto questo, l’attuale amministratore, il prefetto Giosuè Marino, è una gran persona per bene”.
La presidente dell’Antimafia nazionale, Rosy Bindi, si è fatta sentire?
“Per favore!”.
Cioè?
“Che vi debbo dire? Ricordo che un giorno è arrivata in Sicilia per portare la solidarietà al giudice Nino Di Matteo. E invece poi ha espresso solidarietà alla dottoressa Saguto. Insomma, per l’onorevole Bindi nella gestione dei beni sequestrati alla mafia andava tutto bene”.
E Claudio Fava?
“Anche per lui andava tutto bene”.
Ma voi vi siete rivolti alla dottoressa Saguto?
“Certo! Le abbiamo chiesto un’intervista. Ci ha risposto dicendoci: inviate le domande. E noi gliele abbiamo inviate”.
Ha risposto?
“Sì: in tre righe. Vi leggo la risposta: ‘In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poiché, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa. Saluti Silvana Saguto’ Capito?”.
Ci può fornire le domande che avete posto alla dottoressa Saguto? Così i nostri lettori si fanno un’idea degli argomenti sui quali l’ex presidente della sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha glissato.
“Certamente. Eccole”.
Queste le domande che la redazione di TeleJato ha posto alla dottoressa Saguto.
Egregia dottoressa Saguto, con la presente le inviamo le domande, come da lei richiestoci, che vorremmo porle nel corso di un’intervista al fine di spiegare ai nostri telespettatori i problemi e le dinamiche riguardanti la gestione dei beni sequestrati alla criminalità, soprattutto quella organizzata.
-          In mancanza dell’albo degli amministratori giudiziari, che pure dovrebbe esistere, come previsto dalla legge del 2010 (DECRETO LEGISLATIVO 4 febbraio 2010, n. 14 e successive modifiche) come si nominano gli amministratori giudiziari?
-          Secondo la prassi gli amministratori giudiziari hanno un rapporto fiduciario con il giudice che li nomina e con i sostituti che si occupano di più specifici ambiti territoriali: questo rapporto è totalmente discrezionale o vi è un garante esterno che può intervenire e sindacare le scelte del tribunale?
-          I periti che devono occuparsi di accertare la provenienza lecita o meno del bene hanno un particolare criterio di scelta od anche quello è discrezionale nella persona del presidente dell’ufficio delle misure di prevenzione e dei suoi sostituti?
-          In che misura e secondo quali crismi vengono calcolate le parcelle degli amministratori e dei periti? Possiamo anche parlare di Milioni di euro?
-          Grave problema, riscontrabile sul territorio, è il deperimento naturale che in particolare le aziende e le imprese, ma solitamente tutti i beni , hanno durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Ora, al di là dei rimpalli di competenza con le associazioni subentranti come assegnatari, è evidente che il cittadino medio, che vede decadere le aziende floride, seppur mafiose, sia quasi autorizzato a pensare che lo stato non sia in grado di subentrare alla Mafia, e che economicamente e lavorativamente i mafiosi siano più convenienti. Di quanto detto siamo in grado di fornire diversi esempi, tra i quali i cassaintegrati della <> ed il tracollo della ditta di latticini <>. Quali sono, viene da chiedersi, le competenze esigibili dagli amministratori giudiziari? Come si risolvono eventuali inefficienze ed inadeguatezze?
-          E’ chiaro che non essendoci un albo da cui attingere nominativi è logico ricorrere al sistema del rapporto fiduciario con enti e soggetti del territorio. In tutto ciò si possono verificare evidenti problemi di conflitti d’interesse, che al di là di perniciosi discorsi legislativi, oltrepassano il confine della buona fede e del buon esempio che l’apparato giudiziario deve sempre esprimere. Come si interviene in questi casi? C’è un ente terzo che dovrebbe pronunciarsi? Se così non fosse ci sarebbe la strana regola per cui a pronunciarsi sui conflitti d’interesse sarebbe lo stesso soggetto, ovvero il giudice, coinvolto nel conflitto.
-          In ambito territoriale si riscontra un dato sociologico allarmante, ovvero la scarsa propensione della gente ad accettare l’amministrazione giudiziaria, per i motivi precedentemente esposti. Noi, che partiamo proprio dal territorio per fare un’analisi oggettiva dei fatti le chiediamo: è opportuno che un amministratore giudiziario come il Signor Benanti, dopo essere stato sospeso dall’amministrazione di un bene per avere commesso gravi condotte sia ancora oggi amministrare di altri beni? Cosa vieta di pensare che la condotta si reiteri? Come mai non si è proceduto in suddetto caso, come più logicamente ipotizzabile, alla sospensione totale del rapporto che lega il Sig. Benanti con il Tribunale?
-          Continuando proprio nella scia della richiesta di doverosa trasparenza da parte di tutte le componenti del tribunale le chiediamo: come mai si è deciso di procedere anche con un'altra nomina ad amministratore giudiziario, ovvero quella con lo studio dell’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, nonostante lo stesso sia in questo momento inquisito per fatti, ancora da verificare alla luce del diritto, ma che si presentano foschi dal punto di vista umano e morale?
Cordiali Saluti, la redazione di Telejato

La risposta
In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poichè, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa.
Saluti
Silvana Saguto


Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:20
Perchè tanto silenzio sui miliardi di euro dell’Antimafia?



Fabio Cammalleri



Dopo che per anni i giornalisti della piccola Telejato diretta da Pino Maniaci avevano suonato l'allarme che nessuno voleva ascoltare, finalmente si indaga sulla gestione di beni sequestrati e confiscati per mafia in seno al Tribunale di Palermo. Ma i reati supposti potrebbero celare molto di più, e risultare un comodo capro espiatorio. Bisogna allargare lo sguardo,  guardare l’insieme e non darsi alla fuga. Se vi riesce
Immagine tratta dal sito www.nonsprecare.it
Immagine tratta dal sito www.nonsprecare.it
Segnatevi questa frase: “...non ci vuole nulla a combinare un’accusa di associazione mafiosa, basta un contatto, uno scontrino, un’intercettazione fraintesa o manipolata, un documento che lasci supporre una presunta amicizia pericolosa, magari del padre o del nonno ed è fatta. Il denunciato dovrà preoccuparsi di dimostrare la legittimità di quello che possiede; ma, anche se fosse in grado di farlo, dovrà andare incontro a una serie di rinvii giudiziari, scientificamente studiati, che durano anni e che finiscono col distruggere la vita dell’incauto oltre che le aziende e i beni che gli sono sequestrati.”
L’ha scritta Salvo Vitale, coraggioso come Peppino Impastato, di cui era amico e, come si diceva una volta, compagno di lotta. A Cinisi contro Gaetano Badalamenti, oggi, insieme a Pino Maniaci, anima e corpo di Telejato, contro.... Ora vedremo di che si tratta.  
Intanto rilevo che né Salvo Vitale né Pino Maniaci hanno mai pensato alloshow business: libri di successo (e di insuccesso), prime serate, inchieste con telecamera fissa, con la musichetta, con il maxischermo al posto della lavagna del maestrino millenial, giornaloni, soldi. Sì, soldi: perché sempre i soldi contano; e si contano.
No, questi due hanno fatto i giornalisti senza rimanere incollati al terminale o alla telecamera. Si sono messi a cercare, per strada, parlando con le persone, leggendo documenti: e hanno dubitato che il Tribunale di Palermo, Sezione  Misure di Prevenzione, presentasse qualche problema di funzionamento.
In particolare si sono occupati di sequestri e confische. Beni patrimoniali: terreni, fabbricati; aziende: conti correnti, beni aziendali, fatturato, stipendi, cioè flussi finanziari da e verso fornitori: soldi. Un sacco di soldi. Ma, più esattamente, bisogna considerare i flussi.
Cosa è accaduto, lo spiega chiaramente lo stesso Maniaci a Giulio Ambrosetti, che meritoriamente lo ha intervistato per questo giornale e, se non sbaglio, si tratta ancora di un pezzo unico. Riassumo brevemente: la Procura di Caltanissetta ha avviato un’indagine che coinvolge, fin qui, quattro magistrati e svariati professionisti: perchè si sospetta che abbiano gestito i flussi, anziché le aziende. Amministratori giudiziari infedeli, di beni o aziende sequestrate o confiscate per sospetto mafioso. 
Qui interessano alcuni rilevi ulteriori che, senza offesa, in qualche modo depotenziano la rilevanza dell’indagine penale.
Primo. Posto che gli accusati risultassero non colpevoli, non cambierebbe nulla. Perchè il punto non è la loro personale colpevolezza; in sè, sono ipotesi di reato come altre formulate in simili casi. Quello che dovrebbe interessare è il presupposto. Che è di duplice natura: normativa e culturale.
Le denuncie dei due valenti giornalisti hanno già messo in luce il bubbone: che è la struttura normativa e le istituzioni, venutesi sviluppando, nel corso di questi ultimi due decenni, sotto l’insegna della c.d. antimafia. Com’è noto, proprio a partire dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.
Se una stessa persona può legittimamente ricoprire più di novanta cariche, cioè amministrare novanta diverse aziende, non è necessaria la malversazione, per rilevare la mostruosità della struttura normativa che  consente simili concentrazioni di potere.
Se la struttura istituzionale nata da quella struttura normativa è complessa, richiede e coinvolge l’opera di più persone, che hanno colleghi, referenti istituzionali, non è necessario attendere chissà chi, o chissà che, per chiedersi: ma, hanno fatto tutto da soli? Di qui l’analisi del presupposto culturale, per dir così. 
Io sono molto cauto di fronte alle stime, specie nella materia criminale; così, quando si dice che i patrimoni di interesse c.d. mafioso, e amministrati per via giudiziaria, ammonterebbero a circa trenta miliardi di euro, rimango molto cauto. Limitiamoci allora a dire che, però, sono comunque tanti soldi: anche se fossero la metà, o un terzo, di quella cifra.
E che dieci miliardi di euro, considerati come flusso grezzo, e non entro una funzionalità e un criterio aziendale, che vive di margini sui flussi, e non di flussi (altrimenti si fallisce all’istante), dicevo, diciamo che dieci miliardi di euro, pronti in mano, sono una cifra dalle potenzialità tiranniche pressocché indescrivibili. 
Tiranniche, perché sistemiche; non criminali, cioè individuali. Si vuol dire che, a volte, il reato può assolvere alla funzione di utile capro espiatorio, o di foglia di fico. Specie quando si parla di stipendi, per quanto lauti, di benefit, per quanto satrapici. Cioè di minutaglia, rispetto all’intero. Sicchè, non solo è pressocchè irrilevante accertarlo, ma, in un certo senso, controproducente. Per questo scrivevo in quei termini dell’indagine in corso. Un pò di pazienza.
Gli amministratori giudiziari sono nominati da magistrati. E bisogna dire magistrati, e non riferirsi agli uffici, altrimenti si smarrisce il senso delle cose. Messe le mani sui flussi, essendo provenienti da beni colpiti da scomunica maggiore (mafia), nessuno potrà inarcare un sopracciglio anche quando le aziende fallissero. O falliscono.
Un qualsiasi gestore deve potenzialmente temere un rendiconto, o durante, o alla fine dell’opera. Se si elimina, di fatto, la possibilità del rendiconto, il flusso è disponibile nella sua interezza, fino ad esaurimento.
I magistrati sono assegnati ai singoli uffici dai loro colleghi del CSM, e la componente togata è maggioritaria (18 su 27, gli altri, al più, negoziano); la componente togata è eletta secondo correnti, organizzate nell’ANM. 
Dieci miliardi di euro liberi. Come nel caso dei quattro magistrati per ora indagati, si stanno accertando le loro consistenze. Gli stipendi, pur cospicui, sono noti. Le eventuali incongruenze, ovviamente estendendo il campo ai prossimi congiunti, sono agevolmente accertabili. 
Il silenzio ostinato con cui tutti i maggiori giornali (in realtà note Lobby politico-finanziarie, che hanno assunto un ruolo politico patrizio e impropriamente ma efficacemente decisorio) stanno affrontando una vicenda che appare essere, semplicemente, il centro del sistema, è innaturale. 
E, più che innaturale, è insolente, come rileva lo steso Maniaci, che Milena Gabanelli, Michele Santoro, Rosy Bindi, Claudio Fava, ciascuno per la sua parte (dal ricco cortigiano al servo sciocco) abbiano nicchiato a precise richieste di intervento, e di sostegno alla ricerca, avanzate da Maniaci.
In linea col doppio binario gli interventi di Don Luigi Ciotti: “parcelle spropositate che finivano nelle mani di pochi amministratori, ma anche ritardi”; e di Giancarlo Caselli: “Silvana Saguto è una delle donne economicamente più potenti di Palermo”. Ma sì, è solo, una pur preoccupante, questione di scrocconi, per questo non vi siete precipitati in prima serata, come ai bei tempi. Non è vero?  
Certo, il silenzio, aggiunto alle dichiarazioni pro forma, significa che dalla Sicilia si è preso quello che si doveva prendere, in termini di costruzione del consenso e di potere; ma significa anche che vent’anni di scempio delle coscienze e delle istituzioni hanno prodotto scorie tossiche al sommo grado: da tenere assolutamente nascoste. Altro che terra dei fuochi. 
Dieci miliardi di euro. E un sistema connesso in minutissimi legami, tale per cui la nomina a dirigere un ufficio periferico determina quella a dirigerne uno importantissimo, magari distante due ore di aereo e, insieme, nè è determinata. Un sistema in cui i magistrati che accusano e quelli che giudicano sono colleghi. In cui, come nel corrente caso, a fronte di sospetti gravissimi, l’unico effetto imposto dalla struttura è spostarsi di una decina di passi ad un’altra stanza (il presidente Saguto, ora non è più Presidente del Tribunale, Sezione misure di Prevenzione, ma magistrato con altre funzioni). Un sistema che sui cadaveri di Falcone e Borsellino ha eretto una legittimazione emotiva che ha strattonato e percosso vent’anni di vita pubblica e istituzionale.
Considerate i dieci miliardi di euro e la frase con cui abbiamo cominciato; poi aggiungete la storia d’Italia lungo l’asse Palermo-resto d’Italia. Considerate i coriacei silenzi dei Grandi Virtuosi e, con la mente al paradigma-Uno Bianca, considerate i singoli, le persone, le loro case e tutto quello che è loro, e ciò che gli è riconducibile senza soverchie difficoltà. Considerate tutto il potere che hanno amministrato e amministrano. Considerate le loro carriere, le nomine, le elezioni, la forza, che questa organizzazione ha dimostrato e dimostra, di annichilire il peso formale di decine di milioni di voti, comunque espressi: e  provate a fare una somma.
Troverete i soldi. Una montagna di soldi da spartirsi per una miriade di interessi, anonimi, quasi invisibili, ma che pure nascono e vivono insieme. Così, sopra la montagna di soldi, troverete la Tirannia. Dal centro alla periferia, e dalla periferia al centro.
Ma prima i soldi, bisogna cercare i soldi: quelli veri. Diceva Falcone. 

Venturi: “Trame e affari torbidi, la svolta antimafia di Confindustria è solo un inganno”




Parla l’imprenditore presidente dell’associazione per la Sicilia centrale ed ex assessore del governo Lombardo: “Con Montante accaduti fatti inquietanti. A parole si esibisce il vessillo della legalità, nei fatti si fanno gli interessi dei clan. È un doppio gioco. Vivo in un mondo pericoloso e ho paura di quello che mi può succedere. Ma ora denuncerò tutto ai magistrati"
MARCO VENTURI 





CALTANISSETTA. C’è una voce "dal di dentro" che rompe un silenzio di tomba in Confindustria Sicilia. Per la prima volta una figura rappresentativa degli imprenditori dell’isola parla dell’indagato di mafia Antonello Montante e del "grande inganno della rivoluzione" portata avanti dalla sua associazione, confessa di "avere paura per quello che mi può succedere", racconta di "episodi inquietanti" intorno all’inchiesta giudiziaria aperta sul delegato nazionale per la legalità di Confindustria. Testi avvicinati, pretese di lettere riservate dove si chiedeva di certificare il falso, pressioni "per condizionare l’azione di pulizia nelle aree industriali e fermare Alfonso Cicero, un funzionario regionale che è sempre più a rischio di vita". Si presenta: "Sono Marco Venturi, ho 53 anni, sono il presidente di Confindustria Centro-Sicilia e uno degli imprenditori che nel 2005 insieme a Montante, Ivan Lo Bello e Giuseppe Catanzaro ha creduto nella battaglia contro il racket del pizzo per spazzare via la nomenclatura che governava la Cupola degli industriali siciliani. Quelle che da tempo erano perplessità adesso sono diventate certezze. Da mesi vivo in uno stato di profonda inquietudine che mi ha spinto a uscire allo scoperto".




Perché questa paura?


"Vivo con angoscia dentro un mondo pericoloso che non mi appartiene".




Di cosa sta parlando? Perché non prova a spiegarsi meglio?




"Lo farò con i magistrati che indagano sul caso Montante, ci sono vicende molto gravi che riguardano Confindustria Sicilia e delle quali nessuno ancora è a conoscenza".


Ma lei è uno di quegli imprenditori del nuovo corso siciliano, cosa è accaduto di tanto intollerabile per fare questo passo?


"L’iniziale battaglia contro le estorsioni dei boss ha portato alla ribalta nazionale il nostro movimento, però quando dal livello basso del pizzo ci siamo inoltrati nel cuore del vero potere mafioso siciliano — cioè dentro i grovigli delle aree industriali — ho capito chiaramente che non tutti i miei compagni di viaggio erano interessati ad andare avanti. Al contrario, alcuni me li sono ritrovati contro".

Eppure tutti in Confindustria Sicilia sbandierano il vessillo dell’antimafia..

"È il doppio gioco. A parole qualcuno — che dimostra chiaramente di essere condizionato — sostiene una certa azione, il risultato però è che con i fatti favorisce interessi di mafia. Emblematico è il caso dell’azione legalitaria che conduce da anni Alfonso Cicero, il presidente dell’Irsap, l’ente che ha sostituito gli undici carrozzoni dei consorzi industriali. Quell’azione non è mai piaciuta — nonostante le dichiarazioni di circostanza — al presidente di Confindustria Sicilia Montante. Montante ha sempre tentato di utilizzare per i suoi scopi l’opera di pulizia di Cicero, nell’ombra ha sempre cercato di neutralizzarlo anche se consapevole degli altissimi rischi che corre. Chi non vuole Cicero oggi in Sicilia lo sta trasformando in un bersaglio facile".
Montante ha conquistato una sproporzionata credibilità istituzionale nonostante le dubbie origini per i suoi contatti con Cosa Nostra, a cosa sta mirando realmente Confindustria Sicilia?
"A un certo punto c’è stata una inversione di rotta. Montante non ha fatto come doveva gli interessi degli imprenditori siciliani ma ha intrecciato trame. Commistioni con apparati polizieschi di ogni livello. Per colpa sua Confindustria Sicilia è diventata un centro di potere a Palermo e a Roma, un giro stretto, lui e pochi devoti".
In Confindustria Sicilia ci sono alcuni indagati per reati di mafia e rinviati a giudizio per truffa alla Regione, tutti sempre ai loro posti. E il vostro codice etico?
"Il codice etico non lo si può far valere per gli altri e ignorarlo al nostro interno. Confindustria nazionale è stata zitta per molti mesi: ora mi aspetto che il presidente Squinzi intervenga a tutela della onorabilità della nostra associazione. È il momento di farlo, non si può più attendere. Chiedo solo il rispetto delle regole, cambiare pagina, offrire di noi stessi un’altra immagine".
Quante espulsioni per mafia ha fatto Confindustria in questi anni?
"Che io ricordi nessuna".
Lei è stato assessore regionale alle Attività Produttive — insieme a magistrati come Chinnici e Russo, prefetti come Marino e altri «tecnici» — quando presidente era Raffaele Lombardo, un condannato per mafia. Non si è mai accorto di nulla delle manovre che si facevano in quel governo?
"Il mio obiettivo era quello di bonificare le aree industriali degradate dagli appetiti mafiosi, quando però Lombardo ha rimosso Cicero, che aveva denunciato ai procuratori il malaffare, mi sono dimesso e ho presentato un esposto in procura accusando il governatore di salvaguardare gli interessi dei boss. Dopo di me, con il governo Crocetta, è venuta Linda Vancheri: un assessore che era al servizio totale di Montante".
Ma in sostanza lei cosa andrà a raccontare ai magistrati?
"Episodi inquietanti che mi sono capitati. E sono sicuro che nei prossimi giorni non sarò il solo ad andarci, ci sarà qualcun altro che vorrà parlare con i procuratori. Qualche mese fa Montante e un suo amico esperto in security volevano che io facessi loro da sponda per un’operazione torbida. Sono anche a conoscenza di movimenti strani intorno a chi è tenuto a dire la verità ai magistrati che indagano sul presidente di Confindustria Sicilia".
Sta riferendo vicende molto gravi...
"Non è finita. Montante ha chiesto ripetutamente a un rappresentante delle istituzioni che aveva deposto in commissione parlamentare antimafia una lettera riservata, ma soprattutto retrodatata con tanto di firma".
Cosa voleva esattamente da quel personaggio?
"Che dichiarasse per iscritto a lui una cosa impossibile: e cioè che tutto quello che aveva già riferito alla presidente Bindi nel luglio del 2014 sulle sue denunce e in particolare su Dario Di Francesco — un mafioso che poi si è pentito chiamando in causa lo stesso presidente di Confindustria Sicilia — , era stato suggerito da lui, Montante. Naturalmente non era vero e naturalmente quel rappresentante delle istituzioni si è rifiutato".
Ha parlato tanto di Montante, ma che fine hanno fatto Lo Bello e Catanzaro?





I soldi della Mafia e dell'Antimafia/ Pino Maniaci: “Gli amministratori giudiziari fanno fallire le aziende perché ci guadagnano” 


Giulio Ambrosetti [16 Sep 2015 | 

Intervista a Pino Maniaci, il direttore di TeleJato che ha fatto saltare in aria gli affari legati al mondo dei sequestri dei beni ai mafiosi. La sua grinta. Ma anche la sua solitudine: “Ho provato a contattare Michele Santoro e Milena Gabanelli. Tutto inutile”. La clinica Santa Teresa di Bagheria “vicina al fallimento”. Le domande che la redazione di TeleJato ha inviato alla dottoressa Saguto. Che non ha mai risposto 
“Oggi sono molto amareggiato. E addolorato. No, non sono affatto felice. Scoprire un verminaio dentro il Tribunale di Palermo non mi ha dato alcuna soddisfazione. Anzi, se proprio debbo essere sincero, sono molto preoccupato. Non vorrei che, per tutto quello che sta venendo fuori in materia di gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, i mafiosi brindino. Mi auguro che la Procura della Repubblica di Caltanissetta metta in luce tutto il malaffare, individuando i responsabili e ripristinando la legalità”. 
Così parla Pino Maniaci, il battagliero e coraggioso direttore di TeleJato. L’uomo è abituato alle bufere. I mafiosi di Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, San Cipirello, Corleone, Cinisi, Terrasini, Montelepre, in tutti questi anni, gliene hanno fatto vedere di tutti i colori. Minacce, intimidazioni, auto incendiate, i suoi cani impiccati. Fare un giornalismo d’inchiesta contro i mafiosi non è facile. Tutt’altro. Ma lui tira dritto. Anche se incontra una montagna. Perché Pino Maniaci e la redazione di TeleJato, di fatto, negli ultimi due anni, si sono scontrati contro una montagna che, come tutte le montagne, non è facile spianare. Una montagna fatta del vero potere: quello di certi magistrati che gestiscono i beni sequestrati e confiscati alla mafia. Una montagna che si chiama sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.
Ebbene, Pino Maniaci e la redazione di TeleJato sono riusciti, da soli, a spianare questa montagna di
silvana saguto

Il giudice Silvana Saguto
malaffare. Oggi la montagna non c’è più. La presidente della sezione per le Misure di prevenzione, Silvana Saguto, si è dimessa. E sembra che con questa figura, che ci ricorda un certo Sansone, potrebbero cadere pure tutti i filistei: cioè tutti gli amministratori giudiziari che, per tanti anni, hanno brillato della ‘luce’ irradiata dalla dottoressa Saguto.
Con Pino Maniaci proviamo ad affrontare il ‘caso’ del verminaio da una particolare angolazione: l’economia.
Alla fine certi amministratrori giudiziari hanno devastato l'economia? 
“In certi casi sì - ci dice Maniaci -. Questa è una storia dalle tante sfaccettature. E tra queste sfaccettature c’è anche l’economia. Ora la domanda la pongo io: secondo voi, può un Tribunale gestire l’economia di un’intera provincia?”.
Si riferisce, ovviamente a Palermo e provincia, no?
“Certamente. A Palermo e provincia si concentra il 43 per cento dei beni sequestrati e confiscati. Ebbene, per la gestione di questi beni non sono state nominate figure di prestigio. La sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha nominato solo avvocati. Mi chiedo e chiedo: possono gli avvocati, che spesso non hanno alcuna esperienza imprenditoriale, andare a gestire aziende dove, in tanti casi, lavorano decine, se non centinaia di persone? Attenzione: noi non stiamo contestando la legge sul sequestro ed eventuale confisca dei beni ai mafiosi. La legge è giusta. Noi ci siamo occupati della gestione di questi beni. E abbiamo scoperto cose incredibili! Parcelle enormi. Aziende sane portate al fallimento con enormi danni per l’economia. Lo sapete che il 90 per cento delle aziende finite nelle mani degli amministratori giudiziari falliscono?”.
Perché le fanno fallire?
“Perché gli conviene”.
In che senso?
“Se fanno fallire un’azienda non debbono rendicontare un bel niente. Se invece la tengono in vita debbono rendicontare tutto”.
Il problema, se abbiamo ben capito, non riguarda solo le aziende confiscate, ma anche quelle poste sotto sequestro che, in teoria, potrebbero tornare al legittimo proprietario.
“Per l’appunto”.
Salvo Vitale, qualche giorno fa, ha scritto che molte di queste aziende avrebbero dovuto essere restituite ai legittimi proprietari scagionati dalle indagini. Ai quali hanno restituito aziende malconce.
“Io direi devastate”.
Come fanno a devastare le aziende?
“Con un metodo ben organizzato e ben oliato”.
Proviamo a descriverlo?
“Prima arriva l’amministratore giudiziario nominato dalla sezione per le Misure di prevenzione. E già qui le parcelle volano. Poi spuntano tre coadiutori da 4 mila e 500 euro al mese cadauno. Quindi tocca ai periti che si tengono il cinque per cento del capitale. Il cerchio si chiude con i consulenti”.
Insomma, tante tavole apparecchiate…
“Già”.
Ma che mondo è quello degli amministratori giudiziari made in dottoressa Silvana Saguto?
“E’ un modo chiuso. Solo per pochi eletti”.
Voi di TeleJato come siete arrivati a questo mondo?
“Tutto è iniziato con la denuncia di alcuni operai di un’azienda di calcestruzzo. Un’azienda sana sottoposta a sequestro. Gli operai sono venuti da noi a raccontarci che l’amministratore giudiziario invece di fare lavorare loro faceva lavorare i padroncini di un’altra azienda sottoposta a sequestro. La cosa ci ha allertato. E ci siamo gettati in questa storia. Piano piano, una dopo l’altra, abbiamo iniziato a scoprire tante storie, una più strana dell’altra”.
Man mano che andavate avanti non vi sono arrivati avvertimenti?
“Che dire? Un giorno ho chiesto a un magistrato: ma perché per gestire questi beni vengono nominate quasi sempre le stesse persone? Mi ha risposto: o perché sono bravi, o perché gli piacinu i picciuli (tradotto per i non siciliani: perché gli piacciono i soldi)”.
La seconda tesi ci sembra più veritiera.
“Anche a me”.
Altri avvertimenti?
“Un altro mi ha detto: Pino stai mettendo i piedi su una mina. E un altro ancora ha precisato: sai, se non ti ammazzerà la mafia, questa volta ti ammazzerà l’antimafia”.
Ne ha incontrati, di personaggi particolari, in quest’inchiesta sui beni sequestrati e confiscati.
“Eccome! Ricordo il giudice Tommaso Virga. Archivia un procedimento a carico della dottoressa Saguto. Dopo qualche settimana Walter Virga, suo figlio, incassa una nomina. Se non ricordo male, 700 mila euro”.
Parla del giudice Virga del CSM?
“Sì, ma oggi non fa più parte del Consiglio Superiore della Magistratura”.
In questa storia, oltre ai magistrati, sono coinvolte altre figure istituzionali?
“Sì. Ci sono Carabinieri, militari della Guardia di Finanza. La dottoressa Saguto cercava di accontentare tutti. Di tutto e di più”.
Avete provato, in questi due anni, a coinvolgere altri esponenti del mondo dell’informazione?
“Certo. Mi sono rivolto a Michele Santoro, a Milena Gabanelli e ad altri”.
Cosa le hanno risposto?
“Nulla. Non si sono mai fatti sentire. La verità è che, a parte Le Iene, in questa storia noi di TeleJato siamo rimasti da soli. Tutti gli altri si toccavano il culo con la pezza. Mi hanno preso per matto. Per uno fuori dagli schemi. Oggi mi danno pacche sulle spalle”.
Alla fine che idea si è fatto di questa storia?
“Che è una storia ben più grave di Mafia Capitale. Nella gestione dei beni sequestrati alla mafia sono coinvolti ‘pezzi’ dello Stato. Invito tutti a riflettere sul silenzio della politica. E sul silenzio dell’antimafia ufficiale. A cominciare dalla commissione nazionale antimafia”.
E’ corretto parlare di mafia dello Stato?
“Io parlerei di mafia dell’antimafia”.
C’è qualcosa che l’ha particolarmente colpito di più in questa storia?
“Sì: la gestione disinvolta dei sequestri di beni. Ci sono beni societari sotto sequestro da diciassette anni! Questo è incredibile. La signora Saguto è stata capace di far modificare la legge sulla scadenza dei termini. Questo avveniva nel 2011. Di fatto, sui sequestri non c’è più scadenza!”.
Ma il Procuratore della Repubblica, il presidente del Tribunale e tutte le altre autorità non sapevano nulla?
“Dovrebbe chiederlo a loro”.
Nella vostra inchiesta avete incrociato politici?
“Ricordo che il senatore Giuseppe Lumia si è battuto per il sequestro di alcune aziende che operano nell’area portuale di Palermo. Aziende che sono ancora sotto sequestro. E sapete chi è l’amministratore giudiziario?”.
Ci dica.
“L’avvocato Gaetano Cappellano Seminara”.
Un nome a caso…
“Sì, un nome molto a caso”.
Che ci dice della clinica Santa Teresa di Bagheria, quella confiscata all’ingegner Michele Aiello?
“Ah, qui ci sarebbe una bella storia”.
Ce la racconta?
“E’ semplice: una lite tra l’ex amministratore giudiziario della clinica Santa Teresa, Andrea Dara, e l’avvocato Cappellano Seminara”.
Ancora lui?
“Sì, ancora lui”.
E che c’entra l’avvocato Cappellano Seminara con la clinica Santa Teresa?
“Ha fatto una bella consulenza. E si è beccato una parcella da circa un milione di Euro”.
Ammazzate!, direbbero a Roma. E poi che sa sul Santa Teresa.
“Poco. Pare che sia sparita una Porsche. E pare che siano stati venduti macchinari per milioni di Euro”.
Venduti? A chi?
“Venduti a dei medici”.
Ma è vero che la clinica Santa Teresa, come si dice in Sicilia, èmuru cu muru cu ‘u spitali? (tradotto: è in difficoltà economiche).
“Credo che sia vicina al fallimento. Insomma, è in grosse difficoltà economiche. Detto questo, l’attuale amministratore, il prefetto Giosuè Marino, è una gran persona per bene”.
La presidente dell’Antimafia nazionale, Rosy Bindi, si è fatta sentire?
“Per favore!”.
Cioè?
“Che vi debbo dire? Ricordo che un giorno è arrivata in Sicilia per portare la solidarietà al giudice Nino Di Matteo. E invece poi ha espresso solidarietà alla dottoressa Saguto. Insomma, per l’onorevole Bindi nella gestione dei beni sequestrati alla mafia andava tutto bene”.
E Claudio Fava?
“Anche per lui andava tutto bene”.
Ma voi vi siete rivolti alla dottoressa Saguto?
“Certo! Le abbiamo chiesto un’intervista. Ci ha risposto dicendoci: inviate le domande. E noi gliele abbiamo inviate”.
Ha risposto?
“Sì: in tre righe. Vi leggo la risposta: ‘In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poiché, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa. Saluti Silvana Saguto’ Capito?”.
Ci può fornire le domande che avete posto alla dottoressa Saguto? Così i nostri lettori si fanno un’idea degli argomenti sui quali l’ex presidente della sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo ha glissato.
“Certamente. Eccole”.
Queste le domande che la redazione di TeleJato ha posto alla dottoressa Saguto.
Egregia dottoressa Saguto, con la presente le inviamo le domande, come da lei richiestoci, che vorremmo porle nel corso di un’intervista al fine di spiegare ai nostri telespettatori i problemi e le dinamiche riguardanti la gestione dei beni sequestrati alla criminalità, soprattutto quella organizzata.
-          In mancanza dell’albo degli amministratori giudiziari, che pure dovrebbe esistere, come previsto dalla legge del 2010 (DECRETO LEGISLATIVO 4 febbraio 2010, n. 14 e successive modifiche) come si nominano gli amministratori giudiziari?
-          Secondo la prassi gli amministratori giudiziari hanno un rapporto fiduciario con il giudice che li nomina e con i sostituti che si occupano di più specifici ambiti territoriali: questo rapporto è totalmente discrezionale o vi è un garante esterno che può intervenire e sindacare le scelte del tribunale?
-          I periti che devono occuparsi di accertare la provenienza lecita o meno del bene hanno un particolare criterio di scelta od anche quello è discrezionale nella persona del presidente dell’ufficio delle misure di prevenzione e dei suoi sostituti?
-          In che misura e secondo quali crismi vengono calcolate le parcelle degli amministratori e dei periti? Possiamo anche parlare di Milioni di euro?
-          Grave problema, riscontrabile sul territorio, è il deperimento naturale che in particolare le aziende e le imprese, ma solitamente tutti i beni , hanno durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Ora, al di là dei rimpalli di competenza con le associazioni subentranti come assegnatari, è evidente che il cittadino medio, che vede decadere le aziende floride, seppur mafiose, sia quasi autorizzato a pensare che lo stato non sia in grado di subentrare alla Mafia, e che economicamente e lavorativamente i mafiosi siano più convenienti. Di quanto detto siamo in grado di fornire diversi esempi, tra i quali i cassaintegrati della <> ed il tracollo della ditta di latticini <>. Quali sono, viene da chiedersi, le competenze esigibili dagli amministratori giudiziari? Come si risolvono eventuali inefficienze ed inadeguatezze?
-          E’ chiaro che non essendoci un albo da cui attingere nominativi è logico ricorrere al sistema del rapporto fiduciario con enti e soggetti del territorio. In tutto ciò si possono verificare evidenti problemi di conflitti d’interesse, che al di là di perniciosi discorsi legislativi, oltrepassano il confine della buona fede e del buon esempio che l’apparato giudiziario deve sempre esprimere. Come si interviene in questi casi? C’è un ente terzo che dovrebbe pronunciarsi? Se così non fosse ci sarebbe la strana regola per cui a pronunciarsi sui conflitti d’interesse sarebbe lo stesso soggetto, ovvero il giudice, coinvolto nel conflitto.
-          In ambito territoriale si riscontra un dato sociologico allarmante, ovvero la scarsa propensione della gente ad accettare l’amministrazione giudiziaria, per i motivi precedentemente esposti. Noi, che partiamo proprio dal territorio per fare un’analisi oggettiva dei fatti le chiediamo: è opportuno che un amministratore giudiziario come il Signor Benanti, dopo essere stato sospeso dall’amministrazione di un bene per avere commesso gravi condotte sia ancora oggi amministrare di altri beni? Cosa vieta di pensare che la condotta si reiteri? Come mai non si è proceduto in suddetto caso, come più logicamente ipotizzabile, alla sospensione totale del rapporto che lega il Sig. Benanti con il Tribunale?
-          Continuando proprio nella scia della richiesta di doverosa trasparenza da parte di tutte le componenti del tribunale le chiediamo: come mai si è deciso di procedere anche con un'altra nomina ad amministratore giudiziario, ovvero quella con lo studio dell’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, nonostante lo stesso sia in questo momento inquisito per fatti, ancora da verificare alla luce del diritto, ma che si presentano foschi dal punto di vista umano e morale?
Cordiali Saluti, la redazione di Telejato

La risposta
In riferimento alla proposta di intervista, sono spiacente di dover declinare la richiesta, poichè, per indirizzo della sezione, non si forniscono informazioni sull'andamento della stessa.
Saluti
Silvana Saguto


Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:19
Il fallimento dell’antimafia tra ‘buchi’ della Regione, IRSAP e beni sequestrati alla mafia 

Giulio Ambrosetti [21 Sep 2015 |

Piaccia o no, ma la Regione siciliana che affonda, le ombre dell’IRSAP e la gestione dei beni sequestrati alla mafia sono espressione di un’identica ‘Malasignoria’ legata all’antimafia, o presunta tale. Un’antimafia a propria volta riconducibile al centrosinistra. Chi ne sta facendo le spese sono le imprese e le famiglie siciliane depredate da questi signori 
Forse gli unici siciliani che stanno cominciando a capire la gravità della situazione economica e finanziaria della Sicilia sono i sindaci. Non a caso hanno annunciato, per i prossimi giorni, un’assemblea generale che, con molta probabilità, verrà celebrata a Palermo (come potete leggere qui). Per il resto, tutto tace. La vita, nella nostra Isola, scorre tranquilla tra sbarchi di migranti, ospedali nel caos, immondizia non raccolta abbandonata nelle strade, scandali nella gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia con tanto di inchieste giudiziarie, il governo nazionale che continua a depredare i fondi del Bilancio regionale e via continuando con problemi & veleni vari. La novità delle ultime settimane è rappresentata dall’antimafia, vera o presunta, che affonda. Due anni fa circa, quando Pino Maniaci denunciava i ‘magheggi’ nella gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, erano in pochissimi a prenderlo in considerazione. Oggi che il verminaio - come l’ha definito lo stesso Maniaci in un’intervista al nostro giornale (che potete leggere qui) - è venuto fuori, in tanti abbozzano, senza avere nemmeno il coraggio di dire: “Ragazzi, abbiamo sbagliato”.
Non sono, in verità, fatti sconosciuti. La novità è rappresentata, semmai, da un’inchiesta della magistratura, per la precisione, della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta. Chi pensava che mai e poi mai i ‘misteri’ della sezione di Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo sarebbero stati oggetto di una verifica di legge è stato servito. Come finirà non lo sappiamo. Ma ci aspettiamo di tutto e di più. Anche una salutare verifica dei patrimoni personali di chi ha gestito questi beni. E’ una verifica semplice: tu hai svolto questo lavoro e dovresti aver guadagnato, nel rispetto della legge, non più di una certa somma. Se sei proprietario di beni, mobili e immobili, più che proporzionali al lavoro che hai svolto, beh, allora c’è qualcosa che non quadra. E te li leviamo. In fondo è quello che si fa con i mafiosi. Anche in questo caso, non sarebbe una novità.
Su questo filone segnaliamo un aspetto della vita pubblica rimasto ancora oggi in buona parte inesplorato.
mafia
Sono i beni immobili e societari confiscati alla mafia e affittati alle pubbliche amministrazioni. Una legge di almeno sei-sette anni fa prevede che tali beni debbano essere stati ceduti, gratuitamente, alle pubbliche amministrazioni: Regioni, Province, Comuni, strutture sanitarie. Tutto questo è avvenuto, o le pubbliche amministrazioni hanno continuato a pagare affitti, spesso esosi, agli amministratori giudiziari? Abbiamo già segnalato anomalie per l’immobile dove ha sede l’assessorato regionale alle Attività produttive. Ma abbiamo il dubbio, molto fondato, che non si tratti di un caso unico. Ci chiediamo: i nostri dubbi avranno sollecitato l’interesse  dei giudici della Corte dei Conti?
In queste ore scopriamo che Caltanissetta, che geograficamente è il centro della Sicilia, è diventata il centro delle più importanti vicende giudiziarie dell’Isola. Oltre all’inchiesta sulla sezione di Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, la Procura nissena indaga anche sui protagonisti di una stagione antimafia dalla poche luci e dalle molte ombre. Ci riferiamo all’inchiesta che coinvolge il presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, in prima fila, per anni, nelle attività antiracket, finito sotto inchiesta per mafia. Non è nostro costume commentare fatti legati a indagini in corso. Ma non possiamo sorvolare su due particolari.
Il primo particolare è legato a un ricordo personale. Chi scrive, già nel 2012 - allora dalle colonne del
professionisti dell'antimafia
quotidiano on lineLinkSicilia - manifestava perplessità sulla presenza, nelle prime file della vita pubblica siciliana, di certi personaggi che ci ricordavano troppo i “Professionisti dell’Antimafia” di sciasciana memoria. Siccome ci occupiamo da anni di politica regionale (grosso modo, dalla prima metà degli anni ’80 del secolo passato), sapevamo benissimo dei miliardi - prima di vecchie Lire, oggi di Euro - che giravano e girano attorno ai Consorzi Asi (Aree di sviluppo industriale) della Sicilia. Sapevamo, per esperienza, che di industrie ce n’erano e ce ne sono poche, mentre di soldi pubblici - come già ricordato - ne circolavano e ne circolano tanti, forse troppi.
Ci colpiva, in particolare, la gestione a dir poco strana di queste aree industriali siciliane con poche industrie e, in molti casi, senza industrie. E ci colpiva, soprattutto, la presenza di industriali senza industrie alla guida di questa aree industriali senza industrie. Quasi che terreni e soldi pubblici - che a nostro modesto avviso avrebbero dovuto essere gestiti, magari in modo oculato e nell’interesse della collettività - dovessero divenire sinecure per una ristretta cerchia di privilegiati. Negli anni del governo regionale di Raffaele Lombardo ci chiedevamo che senso avesse una legge regionale che istituiva quello che, in fondo, non è altro che un nuovo ‘carrozzone’: l’Istituto Regionale per le Attività Produttive, meglio conosciuto come IRSAP. Ci chiedevamo: ma non è più serio liquidare i beni dei vecchi Consorzi Asi e poi, semmai, affidare all’Irfis (Istituto regionale per i finanziamento alle industrie) la gestione delle somme ricavate dalla vendita di questi beni per dare vita a nuove attività imprenditoriali? Invece il Parlamento siciliano, su input del governo regionale, ha istituito l’IRSAP. Di fatto, per dare nelle mani di soggetti privati la gestione di beni mobili e immobili pubblici. Con risultati che, con molta probabilità, non conosceremo mai.
Ci colpiva, sempre in quegli anni, la presenza di imprenditori - in alcuni casi non più titolari di imprese - chiamati ad amministrare Enti Porto, società a partecipazione regionale e, in generale, strutture pubbliche. Ci chiedevamo: ma se non sono stati bravi a gestire le proprie aziende, perché mai dovrebbero diventare bravi nella gestione delle aziende pubbliche?  
irsap
Oggi assistiamo a una girandola di accuse, con uomini di Confindustria Sicilia che accusano altri esponenti di Confindustria Sicilia. E’ il caso dell’ex assessore regionale, Marco Venturi - tra i protagonisti della discutibile gestione della Regione siciliana da parte del già citato governo di Raffaele Lombardo - che accusa senza mezzi termini Montante. Venturi usa parole pesanti. A noi, a dir la verità, Venturi è sempre apparso come un elemento estraneo alla triade di Confindustria Sicilia rappresentata da Montante, da Ivan Lo Bello e da Giuseppe Catanzaro. Le sue dichiarazioni non ci sorprendono. Anche se restiamo della nostra opinione: non c’era alcun bisogno di creare l’IRSAP. E non siamo stupiti del fatto che Venturi, oggi, denunci pressioni indebite sulla gestione dei beni che fanno capo all’IRSAP. Quasi tutto torna. Il quasi è legato ai ritardi dello stesso Venturi: ci voleva tanto per capire certe cose?
La verità - e questo non finiremo di ripeterlo - è che il governo Lombardo e il Parlamento siciliano della passata legislatura hanno fatto malissimo a dare nelle mani di una ristretta cerchia di persone i beni dei vecchi Consorzi Asi. Qualcuno ha pensato che questi beni dovessero essere utilizzati per arricchimenti personali o per finanziare la politica? A giudicare da quello che dice oggi Venturi, le pressioni alle quali sarebbe stato sottoposto Alfonso Cicero, il numero uno dell’IRSAP, voluto dal governo di Rosario Crocetta - nomina, quella di Cicero, accompagnata da altri veleni e da altre polemiche - sono inquietanti. Anche perché sarebbero arrivate da personaggi che tutti noi immaginavamo vicine a Venturi e a Cicero.
Insomma, una storia molto confusa, quella che gira attorno alla gestione dell’Irsap. Montante, Venturi, Crocetta, Cicero, l’ex assessore regionale, Linda Vancheri. E, nell’ombra, il senatore Giuseppe Lumia, che di questo gruppo di potere è sempre stato il garante politico. A giudicare da quello che si legge sui giornali, le incomprensioni che oggi dividono questi signori non sono legate alla nascita di nuove attività imprenditoriali, ma alla gestione di beni pubblici. La dimostrazione che l’Irsap non è stato istituito per creare nuove iniziative imprenditoriali, ma per gestire beni da liquidare e alienare. Sotto questo profilo, le responsabilità del centrosinistra - che ha governato la Regione siciliana dal 2008 al 2012 e che continua a governarla, male, tutt’ora - sono enormi. Anche in questo caso, non siamo stupiti: con un governo regionale di centrosinistra è iniziata, quindici anni fa, la liquidazione di EMS, ESPI e AZASI. Liquidazione che va avanti ancora oggi con una spesa, iscritta in Bilancio, di circa 500 mila Euro all’anno (dato tratto dal Bilancio regionale 2015: sul 2016 attendiamo…).
I ‘magheggi’ attorno ai beni sequestrati e confiscati alla mafia e le ‘mirabolanti’ avventure dell’IRSAP (che, a quanto pare, non avrebbero nulla da invidiare a quelle della Sofis) fanno il paio con la disastrosa situazione finanziaria della Regione. Sono tre aspetti della questione economica e finanziaria siciliana riconducibili all’antimafia, o presunta tale, e alla politica. Aziende sane, che avrebbero dovuto essere restituite ai legittimi proprietari, venuti fuori indenni dalle indagini giudiziarie, sono state ‘masticate’ lo stesso dagli amministratori giudiziari. Non hanno fatto una fine diversa molti dei beni confiscati alla mafia, se è vero che, nel complesso, il 90 per cento e forse più delle aziende sequestrate e confiscate alla mafia falliscono. Sotto questo profilo, il fallimento dell’Antimafia è stato pressoché totale. La stessa presidente dell’Antimafia nazionale, Rosy Bindi - persona per bene - che viene in Sicilia a difendere la gestione della sezione di Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo retta da Silvana Saguto, oggi sotto inchiesta, dà la misura della confusione e, contemporaneamente, dell’abilità di una certa politica nel piazzare in posti nevralgici persone sbagliate.
Non è andata meglio, come già accennato, con l’Irsap. Dove la ressa - perché a quanto pare di questo si è trattato: di una ressa - attorno ai beni degli ex Consorzi Asi da liquidare-alienare ha preso il sopravvento sulla missione dello stesso IRSAP, che avrebbe dovuto essere quella di creare nuove iniziative imprenditoriali. Delle liquidazioni-alienazioni ci sono tante tracce (e molti veleni), mentre delle nuove iniziative imprenditoriali, come già ricordato, non c’è traccia.
Sul fronte della politica regionale assistiamo a un governo nazionale che continua a depredare la Sicilia. Qualche settimana fa abbiamo assistito a un ‘capolavoro’ del governo nazionale: grande risalto alle parole del premier Renzi che annuncia (annunci, non fatti concreti) l’abolizione dell’IMU, compresa l’IMU agricola, mentre lo stesso governo Renzi scippa alla Regione siciliana 60 milioni di Imu agricola nel silenzio generale. La scena non ci sconvolge più di tanto: qualche sera fa, in un Tg nazionale, dopo un servizio in pompa magna sul Ministro dell’Economia, Padoan, che annuncia la riduzione della pressione fiscale, va un altro servizio che illustra (questa volta non è un annuncio, ma un fatto concreto) un nuovo balzello, sempre a cura del governo nazionale: un balzello sulle televisioni negli hotel, tra le proteste degli albergatori italiani, ‘rei’ di aver lavorato bene in estate e quindi pronti per essere ‘spolpati’ da un sempre più grottesco governo Renzi che, però, a parole, ‘annuncia’ riduzioni delle tasse…
Di fatto, la gestione delle Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, la gestione dell’Irsap e gli scippi di risorse dalle ‘casse’ regionali ad opera del governo Renzi hanno contribuito - ognuno per la propria parte - a depauperare quel poco che ormai rimane dell’economia siciliana. Ormai, in Sicilia, esiste e resiste solo l’imprenditoria che non ha nulla a che vedere con la pubblica amministrazione (e con la sezione di Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo).
alessandro baccei
L'assessore regionale all'Economia, Alessandro Baccei
Poi spunta la faccia beffarda dell’assessore regionale all’Economia, il toscano Alessandro Baccei, imposto in Sicilia dal solito Renzi. Baccei, dimenticando i soldi che Roma ha ‘rapinato’ alla Sicilia nell’ultimo anno e mezzo (oltre 10 miliardi di Euro), ci dice che famiglie e imprese siciliane dovranno essere ulteriormente ‘spremute’ per una cifra pari a 1 miliardo e 800 milioni di Euro. Dimenticando di aggiungere - ah, quanto sono brutte le ‘amnesie’… - che bisognerà trovare il miliardo e 200 milioni di Euro da dare al governo Renzi: il solito accantonamento da strappare al Bilancio regionale per il “risanamento” della finanza nazionale. Dunque il ‘buco’ sui conti della Regione per il 2016 non è di un miliardo e 800 milioni di Euro, ma di 3 miliardi di Euro circa! Un ‘buco’ provocato tutto dal governo nazionale di Renzi.
Detto questo, visto che da due anni l’Italia non mette in atto “l’equilibrio di Bilancio” introdotto con la modifica della Costituzione italiana del 1948, e visto che anche per quest’anno il governo Renzi ha chiesto una deroga, ci chiediamo e chiediamo: a cosa sono serviti i soldi che il governo Renzi ha scippato alla Sicilia in questi anni? Insomma, se i “sacrifici” imposti alla Regione siciliana non sono serviti “all’equilibrio di Bilancio” dell’Italia, che fine hanno fatto questi soldi? Come sono stati utilizzati? A questa domanda non dovrà rispondere solo Renzi: dovranno rispondere i partiti politici che governato l’Italia e la Sicilia, PD in testa, ma anche UDC, Nuovo centrodestra Democratico e via continuando.
Un dato, in ogni caso, emerge con estrema chiarezza: da quando il centrosinistra governa la Sicilia - cioè dalla primavera del 2008 fino ad oggi - i siciliani sono diventati sempre più poveri. Il PIL siciliano (Prodotto Interno Lordo) è sceso di 8 punti. La disoccupazione è alle stelle (la sola disoccupazione giovanile è al 70%!). L’agricoltura siciliana è allo sbando e tutt’oggi non sappiamo come sono stati spesi 2,1 miliardi del PSR 2007-2014, né si capisce che fine abbiano fatto altri 3 miliardi circa di fondi destinati sempre all’agricoltura siciliana. L’industria è quasi scomparsa. L’artigianato è in crisi. Il commercio langue. La formazione professionale è stata quasi del tutto smantellata. Ancora: da cinque mesi l’autostrada Palermo-Catania è interrotta e lo rimarrà chissà per quanto tempo ancora; le strade provinciali sono un delirio. Sembra che Ryanair si accinga a lasciare l’aeroporto di Trapani, mentre torme di ‘sciacalli’ hanno puntato le due società aeroportuali pubbliche di Palermo (Gesap) e Catania (Sac).
Per non parlare della spesa sociale, ridotta al lumicino (a Palermo il Comune non ha stanziato i soldi per mille e 200 studenti disabili, come potete leggere qui: ma il problema riguarda tantissimi Comuni siciliani che hanno abbandonato anche minori e anziani). Per non parlare della folle gestione dei rifiuti, in balìa di comitati di affari che inquinano aria, terreni e falde idriche inchiodando l’Isola con le discariche, mentre la raccolta differenziata dei rifiuti rimane la più bassa d’Italia. Con la sfacciataggine di proporre pure gli inceneritori dei rifiuti per 'ammuccarsi' altri soldi.
A conti fatti, da quando governa il centrosinistra la Regione e 5 milioni di siciliani sembrano diventati soggetti da ‘spolpare’. Come già sottolineato, i soldi che Renzi si porta a Roma non si contano più. Così come non si contano gli imbrogli nei conti pubblici, con la sanità utilizzata come schermo per sottoscrivere mutui miliardari che gli ignari siciliani pagano. Ignari fino a un certo punto, perché, piano piano, di questo centrosinistra al governo, a Roma e in Sicilia, i siciliani cominciano ad ‘apprezzare’ IRPEF e IRAP ai massimi livelli (aliquote tra le più alte d’Italia, come se la Sicilia fosse più ricca della Lombardia!), TASI e TARSU tra le più alte d’Italia e, come già accennato, anche 60 milioni di Euro di IMU agricola. Soldi che i Comuni dovranno far pagare, a partire da quest’anno, agli agricoltori siciliani già allo stremo: ennesimo ‘regalo’ di quel governo di ‘banditi’ presieduto da Renzi.
Che dire? Che quando Crocetta e questo fallimentare centrosinistra verranno buttati fuori dalla Regione, quando, insomma, i dati di Bilancio, quelli veri, verranno resi noti, ci accorgeremo che i danni prodotti da questi signori sono molto più gravi di quelli che noi, sommariamente, abbiamo cercato di descrivere.        
Il cancro d'Italia che la sta uccidendo: le collusioni tra mafia, politica e imprenditoria 

Vincenzo Musacchio *

Le nuove mafie non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune. Si deve subito impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire appalti e lavoro. L'attuale legislazione è insufficiente, serve una nuova rivoluzione culturale
In Italia solo nel 2014 sono scattate indagini di natura penale e ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici in quasi tutte le regioni. Sono stati sciolti oltre duecentocinquanta consigli comunali per presunte infiltrazioni mafiose e più di ottanta parlamentari dell’attuale legislatura sono indagati, imputati e condannati per reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti e per altri reati contro la pubblica amministrazione. Le collusioni tra politica, criminalità organizzata e imprenditoria sono attualmente gli aspetti più preoccupanti per il nostro Paese poiché mettono a rischio la stabilità delle istituzioni democratiche. 
Le nuove mafie, oggi, non usano più metodi violenti ma si servono della corruzione per alterare i normali processi della politica, minare la credibilità delle istituzioni, inquinare gravemente l'ambiente e snaturare l'economia e la finanza, sottraendo ingenti risorse destinate al bene comune, sgretolando il senso civico e la cultura solidaristica del nostro Paese. La simbiosi tra mafie, politica ed economia attualmente è presente in molti settori produttivi nazionali con grande prevalenza nel settore degli appalti pubblici e delle pubbliche sovvenzioni statali ed europee. I predetti legami servono alle mafie soprattutto per condizionare le scelte degli amministratori che sovrintendono le procedure pubbliche, instaurando in tal modo un circuito per lo scambio di favori illeciti. La politica, da un lato, garantisce affari e profitti alla criminalità organizzata, dall’altro, quest’ultima assicura la disponibilità di voti necessari per essere eletti ai politici collusi. Mafia e politica, sotto questo profilo, si sostengono e si garantiscono a vicenda. Il terreno d’incontro è la corruzione e il profitto economico. Per i mafiosi, le enormi quantità di denaro a disposizione costituiscono anche il mezzo per accedere nella cabina di regia degli enti dello Stato sia a livello centrale che periferico allo scopo di eliminare la possibile concorrenza alle loro imprese e agire in regime di monopolio. 
In questo contesto, molto preoccupante, occorre domandarsi cosa si può fare per arginare queste situazioni criminose? Una delle azioni da concretizzare, senza tentennamenti, è senza dubbio quella di impedire ai politici e ai burocrati di turno - attraverso una legislazione stringente e una rete di controlli effettiva ed efficace - di dare ai clan mafiosi la possibilità di gestire assunzioni, appalti e altri vantaggi che consentono loro di offrire ai cittadini possibilità di lavoro. E’ indispensabile fare in modo che per ottenere i propri diritti non si debba più ricorrere al mafioso, al politico o imprenditore colluso. Bisogna assolutamente sradicare la convinzione che la mafia garantisca lavoro. Una cosa difficile da realizzare, soprattutto nel Sud d’Italia, dove lo Stato latita da molto tempo. Dalla rottura dei legami mafie-politica-imprenditoria, a mio avviso, comincerà il vero cambiamento, ma, ciò è possibile solo a condizione che nel nostro Paese si comincino a lottare concretamente la criminalità organizzata, la corruzione, l’evasione fiscale e la mala politica. 
Da esperto della materia posso affermare che l’attuale legislazione è assolutamente insufficiente. La dimostrazione della nostra tesi, ad esempio, risiede nel fatto che l’Italia sia la Nazione più corrotta d’Europa e al tempo stesso quella in cui vi sono meno condanne per corruzione, concussione e abuso d’ufficio. Di certo il virus che sta uccidendo lentamente il nostro Stato in buona parte risiede nell’indebolimento delle norme di controllo, nel depotenziamento del sistema giudiziario e in una burocrazia ferma al secolo scorso priva di trasparenza e di economicità. E’ il mix tra corruzione politica, criminalità organizzata ed economia adulterata il vero cancro della nostra società e non si può continuare a parlare di onestà, di trasparenza e di efficienza in uno Stato che, di fatto, non vuole lottare questi fenomeni così aberranti. 
Il cittadino dovrebbe comprendere che mafiosi, politici e imprenditori perseguono il profitto fine a se stesso servendosi soprattutto di  denaro pubblico, di cui non si riesce nemmeno a tracciare il percorso perché le norme sul riciclaggio sono inefficaci e quelle sull’autoriciclaggio inesistenti. Le confische patrimoniali, molto temute dai mafiosi, languono e anche questo è un aspetto a dir poco allarmante. In questo scenario catastrofico occorrerebbe una rivoluzione culturale che parta dai giovani sulla scorta di quanto accaduto in passato per combattere la mafia - penso alla “Primavera di Palermo” negli anni novanta - quando una moltitudine di cittadini ebbe il coraggio di scendere in piazza dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio per dire no alla mafia. Ecco occorre una nuova “Primavera di Palermo” ma questa volta senza i tanti morti ed estesa a tutta la Nazione per dire no alle mafie e alla corruzione. L’Italia si gioca una partita importantissima: o affronta i veri problemi che la attanagliano, e che ho descritto in precedenza, o sarà destinata al collasso totale. 
Musacchio
 *Vincenzo Musacchio -  Giurista, docente di diritto penale  e direttore della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise





Appalti in Sicilia: il governo nazionale vuole tutelare gli ‘amici degli amici’? 

Riccardo Gueci* 9 Sep 2015

Il Parlamento siciliano, in materia di appalti pubblici, ha approvato una legge innovativa che blocca sul nascere i ‘cartelli’ di solito espressione dei grandi gruppi. Di fatto, è una legge che difende gli interessi delle imprese siciliane contro i mafiosi che, dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno, operano all’ombra dei grandi gruppi nazionali. Antimafia vera che, però, non piace al governo Renzi… 
L'Autonomia speciale della Regione siciliana, appannaggio della borghesia mafiosa, è ridotta proprio male. Specialmente nelle materie che contrastano con gli interessi dei lavoratori siciliani e delle piccole imprese che, in Sicilia, si 'arrabbattano' per sopravvivere.
L'ultima in ordine di tempo è la legge sugli appalti di lavori pubblici, che in Sicilia è un problema di non poco conto, considerato l'uso che le grandi imprese fanno dei ribassi per aggiudicarsi i lavori, tranne poi a rientrare nei costi o utilizzando cemento impoverito, o più spesso attraverso marchingegni , come le riserve o le perizie di variante in corso d'opera.
Questi accorgimenti sono comunemente adottati dalle imprese, anche da quelle che si cimentano nelle costruzioni non tanto perché quello è il loro mestiere, ma per avviare attività di copertura di riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, specialmente di origine mafiosa. Magari dal traffico di droga da reinvestire in attività lecite. In questi casi la convenienza economica dell'appalto non è l'obiettivo principale dell'impresa mafiosa, ma un semplice diversivo teso a giustificare gli enormi guadagni che la mafia ottiene dai suoi traffici. Va da sé che i titolari delle imprese sono sempre persone con le “carte a posto”, irreprensibili e apparentemente dediti al loro lavoro.
In questa confusione di ruoli e di interessi chi ne soffre le conseguenze sono le imprese pulite, che fanno le proprie offerte sulla base di analisi costi-benefici ai quali aggiungono una quota di rischio d'impresa. Queste imprese, in genere, restano senza lavoro e per sopravvivere vivacchiano con piccoli lavoretti di manutenzione del patrimonio immobiliare esistente. Va precisato che i nuovi criteri di aggiudicazione degli appalti pubblici siciliani valgono, oltre che per le opere pubbliche, anche per le forniture ed i servizi. In pratica, a nostro sommesso parere, la legge varata dal Parlamento siciliano è stata studiata sia per evitare l'aggiudicazione a massimo ribasso, sia per impedire manovre strategiche alle cordate combinate dei concorrenti.
Questa normativa approvata dal Parlamento siciliano è sicuramente innovativa e non è un caso che, oltre ad impedire gli appetiti delle imprese mafiose, rappresenta anche un modello anti corruzione contro gli affarismi poco trasparenti. Forse sarà per queste caratteristiche che la legge regionale 10 luglio 2015, n.14, è entrata nell'orbita censoria del governo nazionale di Matteo Renzi.
Ricordiamo che, nel Sud d’Italia, già ai tempi della cassa per il Mezzogiorno - cioè negli anni ’50, ’60, ’70 e ’80 del secolo passato - i grandi gruppi nazionali trovavano accordi con le mafie locali, penalizzando le imprese del Meridione non legate ad interessi mafiosi. Con questa nuova legge, di fatto, si impediscono giochi e giochetti che finiscono con il favorire gli interessi mafiosi.  
Vediamoli da vicino, le “Modifiche all'articolo 19 della legge regionale 12 luglio 2011, n.12 introdotte con la nuova legge regionale. Si tratta di alcuni emendamenti che introducono criteri diversi si assegnazione delle gare d'appalto. Il primo così recita: “Per gli appalti di lavori, servizi e che non abbiano carattere transfrontaliero, nel caso in cui il criterio di aggiudicazione sia quello del prezzo più basso, la stazione appaltante può prevedere nel bando che si applichi il criterio dell'esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia prevista nel successivo comma”.
Il secondo comma dà la definizione di soglia di anomalia: “La soglia di anomalia è individuata dalla media aritmetica dei ribassi percentuali di tutte le offerte ammesse, con esclusione del 10 per cento arrotondato all'unità superiore, rispettivamente delle offerte di maggior ribasso e quella di minor ribasso, incrementata o decrementata percentualmente di un valore pari alla prima cifra, dopo la virgola, della somma dei ribassi offerti dai concorrenti. Nel caso in cui il valore così determinato risulti inferiore all'offerta di minor ribasso ammessa, la gara è aggiudicata a quest'ultima”. Questo passaggio ai più sembrerà astruso. Semplificando, diciamo che individua ed esclude le offerte truffaldine.
Queste le parti essenziali delle modifiche apportate ai criteri di aggiudicazione, che sembrano essere state studiate per affidare le sorti delle gare d'appalto alla più ampia casualità. La qualcosa non è di scarsa rilevanza. Ma sono proprio questi accorgimenti che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, che, di sicuro, avrà urlato: ma come si permettono questi siciliani di non consentire la ‘corretta gestione’ degli appalti! Ma siamo proprio impazziti?”. Insomma, i politici che ci stiamo a fare se non possono nemmeno ‘gestire’ gli appalti e favorire gli amici e gli amici degli amici? E la Sicilia, terra di mafia, fa uno sgambetto del genere alla mafia?
Così è iniziato il procedimento di contestazione della nuova legge siciliana con l'invio di una nota che mette in discussione, non solo il contenuto della legge, ma anche il significato stesso dell'Autonomia regionale siciliana, la quale in materia di legislazione in materia di appalti ha competenza primaria. Il testo della nota ministeriale, sulla questione, è assolutamente esplicito ed è proprio la casualità, cioè l'elemento innovativo centrale della legge regionale, l'oggetto della contestazione ministeriale del 25 agosto di quest'anno. In essa si osserva in primo luogo la difformità con i “criteri di valore economico indicati nell'articolo 86 del codice dei contratti pubblici” attraverso un meccanismo che, in sostanza, ne determina in modo casuale le variazioni in aumento o in diminuzione”. Ma l'aspetto più rilevante, e più grave, riguarda il richiamo al Codice degli appalti, il cui articolo 5 “dispone che le Regioni a Statuto speciale che adeguano la loro legislazione ai loro Statuti non possono prevedere una disciplina diversa dal Codice” per rispettare “le competenze esclusive dello Stato”. A sostegno delle sue tesi il ministero richiama due pronunciamenti della Corte Costituzionale, n.401 del 23 novembre 2007 e la n.431 del 14 dicembre 2007, nelle quali la Consulta riconosce “l’inderogabilità sia delle disposizioni che regolano l'evidenza pubblica, sia quelle concernenti il rapporto contrattuale”.
Queste osservazioni ci inducono - noi che non siamo grandi dirigenti amministrativi dello Stato e tanto meno costituzionalisti - a un’ovvia constatazione: che cosa c'entra l'evidenza pubblica o il rapporto contrattuale con i criteri di assegnazione degli appalti? La prima interviene in fase di pubblicazione del bando di gara, con le relative norme che la regolano; la seconda interviene successivamente all'aggiudicazione ed alla fase di rispetto reciproco delle condizioni contrattuali dell'appalto. Pertanto i riferimenti alle sentenze della Corte Costituzionale ci sembrano fuori luogo e comunque non sono minimamente violate dalla legge regionale in discussione.
I rilievi ministeriali si concludono con un’osservazione che è veramente un capolavoro di parole in libertà: “Alla luce dei consolidati orientamenti della Corte Costituzionale, pertanto, le disposizioni della legge regionale in commento, oggetto dei rilievi illustrati, risultano adottate in violazione dell'articolo 117, comma 2, lettera e) a tutela della concorrenza”. Qui la risposta è veramente semplice: le norme regionali sull'aggiudicazione degli appalti quali impedimenti oppongono alla libera partecipazione di centinaia o di migliaia di imprese? Quali sono i limiti che essa pone alla partecipazione in concorrenza?
Prima di passare alle controdeduzioni approntate dall'assessore regionale alle Infrastrutture, Giovanni Pizzo, vogliamo consentirci una divagazione, rispetto alla quale avremmo sicuramente apprezzato un intervento critico del ministro Delrio. Essa riguarda due fatti che sono avvenuti in Italia in tempi relativamente recenti, ma che stanno lì a testimoniare la fallibilità delle legislazioni nazionali sugli appalti. Una riguarda le “ecoballe” nell'entroterra Napoletano e l'altra l'affidamento dei lavori di costruzione della tratta ferroviaria di congiungimento veloce Torino-Lione. Avremmo apprezzato che il ministro Delrio bloccasse i lavori della Torino-Lione, con l'annesso traforo plurichilometrico delle Alpi in Val di Susa, per conoscere a quale gara d'appalto transfrontaliera abbiano partecipato le imprese che stanno eseguendo i lavori. Questo sarebbe stato di sicuro un intervento a tutela della concorrenza. Che ne dice, Ministro Delrio?
In quanto alle ecoballe, se l'incarico di smaltimento dei rifiuti di Napoli fosse stato affidato ad una ventina di piccole imprese, certamente le ecoballe non esisterebbero. Si è scelto di affidarne l'incarico ad una grande impresa nazionale e le ecoballe sono ancora lì a far bella mostra di sé.
Passiamo ora alle controdeduzione dell'assessore regionale alle Infrastrutture, Pizzo. L'assessore Pizzo, in via preliminare, ricorda al Ministro Delrio che i riferimenti giurisprudenziali richiamati nella nota dei rilievi, cioè i riferimenti all'articolo 4 , commi 2 e 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n.163 - il cosiddetto Codice degli appalti - oggetto dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, “esplicano il loro contenuto normativo nei confronti delle sole Regioni ordinarie” Fa presente, tuttavia, che la legislazione regionale, anche a Statuto speciale, stabilisce che la potestà legislativa esclusivo/primaria deve essere esercitata “in armonia con la Costituzione, con i principi generali dell'ordinamento giuridico della Repubblica, con le norme fondamentali delle riforme economico-sociali e con gli obblighi internazionali dello Stato”. Questa sottolineatura è una raffinatezza. Come dire: caro Ministro, come dobbiamo legiferare in Sicilia lo sappiamo assai bene e non ci serve alcun insegnamento ministeriale. La perorazione dell'assessore regionale è assai circostanziata e puntuale che non possiamo, per ragioni di spazio, commentare integralmente. Ma un altro aspetto merita di essere riportato e riguarda il riparto delle competenze legislative in materia di appalti pubblici. A tal proposito essa fa riferimento al citato articolo 4 del citato decreto legislativo 163/2006 e ne richiama l'articolo 5, che ovviamente il ministro non aveva letto perché si era fermato agli articoli 2 e 3. L'articolo 5, appunto, stabilisce che “le Regioni a Statuto Speciale adeguano la propria legislazione secondo le disposizioni contenute negli Statuti e nelle relative norme di attuazione”.
E' nostro dovere segnalare positivamente l'impegno che in questa battaglia hanno messo gli imprenditori del settore a sostegno della decisione autonoma del Legislatore regionale. Dopo il movimento dei Forconi è la prima volta che una categoria si schiera in difesa dell'Autonomia siciliana.
Nota a margine. Non ne comprendiamo le ragioni strategiche, ma un dato è certo: la Regione siciliana e la sua Autonomia speciale da oltre vent'anni sono sottoposte ad un attacco sistematico ed al controllo delle sue risorse finanziarie. Una delle prime operazioni di controllo dall'interno del governo regionale avvenne con il governo di Salvatore Cuffaro, quando a dirigere l'Ufficio della Programmazione economica, cioè quello che aveva il compito di programmare la spesa dei Fondi strutturali europei, fu affidato ad una funzionaria ministeriale, la dottoressa Gabriella Palocci. Quello fu un periodo assolutamente nero per l'economia siciliana e fu anche il periodo nel quale vennero costituite ben 34 società in house, cioè società che dovevano fare i lavori di competenza degli assessorati. In pratica, fu una duplicazione della spesa corrente regionale con la “facciata” di spese d'investimento perché i fondi europei vennero assegnati in parte alle 34 società per azioni. Società che non operavano nel mercato, ma avevano l'esclusiva della committenza pubblica regionale. Un capolavoro di spreco, inefficienza e clientelismo a mani basse.
Poi fu la volta del governo di Raffaele Lombardo, l'autonomista - quello che prendeva a martellate le targhe delle vie intestate a Giuseppe Garibaldi - il quale accettò la condizione posta dal governo centrale di affidare la gestione delle ingenti somme destinate alla Formazione professionale ad un funzionario ministeriale, il quale ne fece di cotte e di crude, compresa quella di trasferire gran parte del Fondo sociale europeo dalla Sicilia ai ministeri romani.
Quindi è stata la volta del governo di Rosario Crocetta, al quale sono stati imposti prima Luca Bianchi e successivamente Alessandro Baccei quali assessori al Bilancio ed all'Economia. Risultato di queste gestioni finanziarie della Regione siciliana: l'economia dell'Isola cresce la metà di quella greca, la disoccupazione è dilagante e la povertà crescente.
Preferiamo fermarci qua e di non infierire, ma qualcosa sull'Autonomia siciliana ci ripromettiamo di dirla in seguito, anche se già in qualche occasione abbiamo avuto modo di accennare al nostro convincimento.

* Riccardo Gueci è un funzionario pubblico in pensione che, per noi, di solito, illustra e comenta i fatti di politica nazionale e internazionale. Cresciuto nel vecchio Pci, Gueci è rimasto legato all'iea della politica di Enrico Berlinguer. La politica, insomma, vista nella sua accezione nobile. Oggi si ricorda di esere stato un funzionario pubblico e commenta per noi una vicenda in verità molto strana: con il governo nazionale di matteo renzi che contesta una legge, approvata dal Parlamento siciliano, che punta a contrastare in modo serio gli interessi dei mafiosi e dei grandi gruppi nazionali che, dagli anni '50 del secolo passato, fanno affari con le mafie del Sud Italia. Cose strane, insomma...    
Crocetta e Baccei: scippare ai siciliani un miliardo e 750 milioni di Euro. A rischio occupazione e ambiente 


Giulio Ambrosetti


Poche ore dopo la bomba d’acqua che ha allagato (e distrutto) mezza Sicilia, Crocetta e Baccei sono già ‘impegnati’ a scippare soldi alle famiglie e alle imprese siciliane che resistono nonostante la Regione. A rischio, però, non è solo l’economia, ma la vita degli stessi cittadini dell’Isola, se è vero che Comuni (senza soldi) e strutture regionali hanno abbandonato i corsi d’acqua che attraversano città e campagne. Di conseguenza, le eventuali bombe d'acqua potrebbero distruggere i centri abitati e le coltivazioni
Semplicemente incredibile: nel giro di poche ore, il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e l’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, hanno archiviato l’alluvione che ha funestato mezza Sicilia. Città e paesi - Catania e Giardini Naxos in testa, ma l’elenco è lungo - allagati, con le automobili sommerse dall’acqua, strade trasformate in fiumi in piena, corsi d’acqua fino a qualche settimana fa ridotti a rigagnoli dall’arsura estiva che si trasformano, in poche ore, in torrenti impetuosi che distruggono tutto quello che incontrano: strade, abitazioni, caseggiati rurali, coltivazioni. Nella parte orientale della nostra Isola il primo nubifragio di una stagione invernale che si approssima e che si annuncia piena di incognite ha già distrutto importanti segmenti dell’agricoltura. Danni per decine e decine di milioni di Euro. Agricoltori in ginocchio, disperazione. E cosa fanno Crocetta e Baccei davanti a questo inferno che potrebbe riproporsi non tra vent’anni, ma tra qualche settimana? Annunciano tagli a un Bilancio regionale già disastrato per un miliardo e 750 milioni di Euro!
Lo Stato, nell’ultimo anno e mezzo, ha scippato alla Regione siciliana circa 10 miliardi di Euro. Centinaia di
alluvione a giardini
Alluvione a Giardini Naxos: foto di meteoweb
Comuni siciliani sono al dissesto finanziario non dichiarato. La riforma delle Province, con le tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina e i fantomatici Consorzi di Comuni rischia di fallire ancor prima di essere applicata. Interi settori dell’amministrazione pubblica isolana sono senza risorse finanziarie. La spesa sociale è stata praticamente azzerata, se è vero che non ci sono soldi per gli anziani, per l’infanzia e per i portatori di handicap. E si annunciano ‘risparmi’ anche sulla pelle degli studenti.
Di fatto, oggi, in Sicilia, esiste e resiste solo l’economia che non ha nulla a che spartire con la Regione siciliana. E in parte è proprio a questi soggetti - cioè agli imprenditori siciliani che vivono del proprio lavoro - che il governo Crocetta vorrebbe adesso scippare le risorse finanziarie. Nella testa di Baccei spunta il recupero dell’evasione fiscale: ovvero la ‘caccia’ a chi non ha pagato il bollo di circolazione delle automobili (dimenticando che in Sicilia, per la diffusa povertà, un numero impressionante di automobilisti non paga più l’assicurazione delle auto: altro che bollo di circolazione!); la ‘caccia’ agli evasori delle accise sull’energia; l’aumento dei canoni di concessione e, in generale, l’aumento delle imposte locali. E, ciliegina sulla torta, il licenziamento di migliaia di operai della Forestale e il non pagamento delle retribuzioni a migliaia di precari della Regione, dei Comuni e delle ex Province.
Di fatto, davanti a un governo nazionale che deruba le finanze regionali, il toscano Baccei non trova di meglio che tornare a ‘spremere’ i siciliani, colpendo gli imprenditori dell’Isola che hanno la sola ‘colpa’ di essere rimasti in Sicilia a fare impresa, a prescindere da una Regione che ormai è solo un peso per la Sicilia e per i siciliani. Attenzione: noi non stiamo mettendo in discussione le istituzioni autonomistiche della nostra Regione: mettiamo in discussione un governo regionale di ‘ascari’ e venduti a Roma che sta utilizzando le nostre istituzioni per derubare quelle poche risorse finanziarie che le famiglie e le imprese siciliane ancora in piedi riescono a mantenere.
corruzione
Di questi ‘ascari’ che stanno massacrando la Sicilia vi diciamo i nomi e i cognomi politici. In testa c’è il PD siciliano, partito che oggi rappresenta la vera e propria cancrena della nostra Regione. A questo partito si aggiungono l’UDC, Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Sicilia Democratica e, in generale, tutti i deputati del Parlamento siciliano che in questi tre anni sono passati con Crocetta (a quanto pare, in cambio di benefici e prebende, come ha denunciato un deputato, Pippo Sorbello: questione ripresa dai grillini: vicenda che, a nostro avviso, dovrebbe essere oggetto di un’inchiesta da parte della magistratura penale, perché parliamo di corruzione di deputati).
Questo governo, questi partiti e questi deputati adesso vogliono ‘saccheggiare’ le famiglie siciliane, perché Baccei - che, ricordiamolo è stato imposto dal governo Renzi - le vuole colpire con un aumento delle tasse locali e con il recupero dell’evasione fiscale. Governo, partiti di governo e deputati regionali vogliono penalizzare anche le imprese che ancora non hanno avuto il ‘piacere’ di conoscere la Regione, aumentando tasse e imposte.
Di fatto, Baccei sta proponendo una manovra economica e finanziaria che trasformerà la recessione che oggi travaglia la Sicilia in vera propria depressione economica. Se, sotto il profilo morale, recuperare l’evasione fiscale è corretto (anche se in questo caso non si tratta di grandi evasori e di grandi cifre, ma di tantissimi evasori per piccole cifre - come il bollo delle automobili - evasori che, spesso, non riescono a mettere d’accordo il pranzo con la cena), sotto il profilo economico, soprattutto se accompagnata da un aumento di imposte e tasse locali, quest’ennesima stretta su famiglie e imprese proposta dall’accoppiata Crocetta-Baccei provocherà un’ulteriore riduzione della domanda al consumo e, di conseguenza, un aumento della disoccupazione. In una parola, Crocetta, Baccei, i partiti che appoggiano il governo e i deputati che sono passati con la maggioranza in cambio di ‘qualcosa’ (che alti valori morali, no? e meno male che era solo Berlusconi il grande corruttore che, nel 2006, ‘acquistava’ parlamentari), in queste ore, stanno lavorando per rendere sempre più povera la Sicilia. E per parare il culo al governo Renzi che vuole continuare a derubare la nostra Regione.
In queste ore - tanto per citare un esempio - i deputati ‘ascari’ di una maggioranza ‘ascara’ stanno
forestali siciliani
chiedendo la convocazione la commissione Bilancio e Finanze del Parlamento siciliano per approvare un disegno di legge sugli operai della Forestale che ancora non c’è! Invitiamo gli operai della Forestale a non cadere in questo tranello e a scegliere altre vie per reclamare il rispetto dei loro diritti. Detto in soldoni: vi stanno prendendo per il culo.
Lo stesso discorso vale per i precari dei Comuni, per i dipendenti e per i precari delle ex Province e per i circa 60 mila precari sparsi tra gli uffici e gli enti della Regione. Egregi signori, svegliatevi, datevi un mossa, perché questo governo vi sta prendendo per il culo.  
Che fare davanti a un prospettiva simile? Qui in gioco non c’è soltanto il futuro economico della Sicilia e la retribuzione di migliaia e migliaia di siciliani, ma la stessa vita dei cittadini siciliani. Il discorso ritorna all’ambiente, alle alluvioni degli ultimi giorni. E’ bene che i cittadini siciliani sappiamo che i Comuni non hanno i soldi per rendere le strade e i corsi d’acqua sicuri. I corsi d’acqua esondano - com’è successo a Giardini Naxos - perché i tecnici dei Comuni non intervengono per liberare l’alveo dalla presenza di rami secchi e spesso di rifiuti che ostacolano lo stesso corso d’acqua. Idem per i tanti punti intasati che possono ostacolare un piccolo torrente che attraversa un centro abitato: un corso d’acqua intasato che, con una bomba d’acqua, si può trasformare, nel giro di qualche ora, in uno strumento di morte.  
Le città si allagano non soltanto perché esondano i corsi d’acqua, ma perché le caditoie e, in generale, i punti drenanti risultano intasati da residui vegetali e da rifiuti (che, ricordiamolo, ormai da qualche anno, in molte città della Sicilia, rimangono ammassati nelle via cittadine andando ad intasare le caditorie: fenomeno che a Palermo è diffusissimo). Vorremmo ricordare che, qualche giorno fa, Palermo e altre città siciliane non si sono allagate non perché è stata fatta correttamente la manutenzione (che non è stata fatta!), ma perché non sono arrivate le bombe d’acqua.
Lo stesso discorso riguarda le campagne della Sicilia. Un tempo del controllo dei fiumi e dei corsi d’acqua si occupava l’Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana. In alcuni casi, come nel Messinese, le sistemazioni sono state peraltro sbagliate, con la ‘cementificazione’ del letto delle fiumare. Ma in molti altri casi, con le sistemazioni ‘naturali’, i tecnici dell’Azienda Foreste hanno svolto opera meritoria. Oggi tale Azienda è stata smembrata e snaturata, prima dal governo di Raffaele Lombardo e, adesso, dal governo Crocetta. Fiumi e corsi d’acqua sono abbandonati. Questo spiega gli incredibili danni che in queste ore si contano nelle campagne della Sicilia orientale.
Cosa vogliamo dire con queste sottolineature? Che ormai Il governo Crocetta-Baccei non è soltanto un problema enorme per la poca economia siciliana che ancora resiste. Ormai l’azione malsana e ‘ascara’ di questo governo rischia di provocare danni ingenti all’ambiente e anche alle persone. Non dimentichiamo o morti registrati qualche anno fa nel Messinese (per i quali nessuno ha pagato). Basta andare sulla rete e fare una breve ricerca per capire che il clima sta cambiando. Ormai le precipitazioni tumultuose - le cosiddette bombe d’acqua - stanno diventando la norma. Per proteggere le vite umane, oltre che l’agricoltura e le abitazioni, servono le manutenzioni. Ma quest’esigenza ineludibile si scontra con un governo regionale e con una maggioranza politica che lo sostiene impegnati, di fatto, a scippare soldi alle famiglie e alle imprese siciliane per portarli a Roma. 
http://www.lavocedinewyork.com/Crocetta-e-Baccei-scippare-ai-siciliani-un-miliardo-e-750-milioni-di-Euro-A-rischio-occupazione-e-ambiente/d/14327/


Fedelissimi di Crocetta piazzati ovunque  Il dorato mondo del sottogoverno 

Domenica 06 Settembre 2015 - 06:00 di Accursio Sabella

Dalle società partecipate agli enti regionali, dalle Province agli assessorati, sono decine gli incarichi dati a uomini e donne vicini al presidente. In qualche caso buoni per qualsiasi ruolo, purché ben retribuito.





PALERMO - Doveva essere tagliata, ridotta, cancellata, abbattuta dalla rivoluzione. E invece, la foresta del sottogoverno è tutta lì. Con le sue società partecipate mangiasoldi, con i suoi carrozzoni regionali, con i suoi enti da commissariare. La selva dei “sottoposti” è tutta lì. L'era Crocetta si è limitata a sradicare qualche albero e a piantarne di nuovi. In qualche caso, invece, ha tenuto salda la vegetazione che c'era. In qualche altro caso, invece, ha “testato” il fedelissimo in vista di un eventuale trasferimento nel giardino della giunta.

Così, scopri che oltre al ristretto “cerchio magico” del governatore ne esiste uno appena un po' più largo. Che non si limita a cingere le poltrone più vicine a quelle del presidente, ma comprende anche quell'universo lì, quei satelliti di potere che ruotano attorno al pianeta Crocetta.

Gli uomini (e le donne) buoni per ogni incarico

Per il governatore, ad esempio, esistono uomini che, per le loro capacità, tornano buoni per ricoprire qualsiasi incarico. Anche i più differenti. È il caso, ad esempio, dell'attuale capo di gabinetto di Crocetta, cioè Giulio Guagliano. Già collaboratore dell'ex assessore all'Economia Luca Bianchi, in questi anni Guagliano è stato nominato (probabilmente dimenticheremo qualcosa) anche amministratore della società Resais, componente di uno degli organismi che gestiscono la società Seus-118, commisssario della provincia di Caltanissetta, componente del collegio sindacale dell'Irfis, componente del collegio dei revisori della Camera di commercio di Caltanissetta e di quello del consorzio universitario di Palermo. Incarichi che hanno fruttato oltre 100 mila euro in un anno. Somma che si aggiunge agli altri 100 mila guadagnati in qualità di dirigente regionale. Uomini dalle competenze così ampie, insomma, da poter coprire senza difficoltà ruoli assai diversi. È il caso, ovviamente, di Antonio Ingroia. Prima, per Crocetta, l'ex pm era “perfetto” per il ruolo di presidente della società Riscossione Sicilia. Ma il Csm in quel caso alzò paletta rossa. Poco male. Ingroia era comunque perfetto per guidare una società che si occupa di tutt'altro, come Sicilia e-Servizi. Già che c'era, Crocetta lo ha anche nominato commissario della Provincia di Trapani. Prima di farsi “bacchettare”, stavolta, dal garante anticorruzione. E dire che lo aveva mandato lì per contribuire alle ricerche su Matteo Messina Denaro...

La “cifra” legalitaria è rinvenibile un po' anche nelle storie degli altri fedelissimi del sottogoverno. È il caso ad esempio di Antonio Fiumefreddo. Prima Crocetta lo scelse come assessore ai Beni culturali, attirandosi le ire e il “veto” del Pd. Poi gli propose un incarico di vertice alla Società patrimonio immobiliare, quindi la guida di Riscossione Sicilia. Adesso, per Crocetta, Fiumefreddo, che in passato fu Soprintendente del Teatro Bellini, nominato da Raffaele Lombardo, è persino “l'uomo-chiave” per il rilancio delle imprese siciliane anche per la sua costante “lotta al malaffare”. E per questo il governatore spinge per averlo in giunta, alle Attività produttive. Nonostante il gravoso ruolo di Segretario generale, invece, Patrizia Monterosso è stata anche nominata nel cda di Irfis (vicepresidente) e in quello dela “Kore” di Enna. Superdirigenti, in grado di fare tante cose contemporaneamente. Come Anna Rosa Corsello, che fino a un anno fa ricopriva insieme il ruolo di dirigente generale alla Formazione, dirigente generale al Lavoro e commissario liquidatore sia della società Biosphera sia della Multiservizi. E con il commissariamento infinito delle Province, ecco i doppi incarichi per altri direttori come Dario Cartabellotta, Ignazio Tozzo, Luciana Giammanco e Rosa Barresi, prima del suo approdo in giunta.

Dalla giunta alla sottogiunta

E del resto, il tragitto che lega il governo ai posti di sottogoverno è sempre molto trafficato. È il caso ad esempio di Mariella Lo Bello e Nelli Scilabra, che hanno condiviso – fino a un certo punto – il destino che li ha portati dai posti all'interno dell'esecutivo a quelli degli uffici di gabinetto, col ruolo di segretarie particolari del governatore. Ma anche altri ex assessori sono stati in qualche modo ripescati dalle reti degli incarichi. Quelli di consulenza, in particolare, come nel caso dell'ex assessore all'Ambiente Salvatore Calleri (lo stesso che chiese: “Giuseppe Alessi, chi è costui?”), adesso consulente personale del governatore in carica, o come nel caso dell'ex responsabile in giunta dell'Economia, Roberto Agnello, chiamato come consulente da Lucia Borsellino e confermato da Baldo Gucciardi. E tra i consulenti, ecco spiccare i fedelissimi del presidente. Stefano Polizzotto, a dire il vero, con Crocetta sembra aver “rotto” da un po': ex capo dela segreteria tecnica, per un periodo fu consulente del presidente che adesso si avvale, tra gli altri, di altri due uomini di fiducia. Antonello Pezzini sta ancora lavorando a quel Patto dei sindaci che avrebbe dovuto portare in Sicilia circa 5 miliardi di finanziamenti dall'Europa. Inutile dire che stiamo ancora aspettando. Per Sami Ben Abdelaali un incarico finalizzato ai rapporti con i paesi del mediterraneo e un ruolo centrale anche nella gestione dell'Expo. Poche settimane fa fece discutere l'assunzione del consulente nella società di Tomaso Dragotto, l'imprenditore scelto da Crocetta per far parte del cda di Gesap, l'azienda che gestisce l'aeroporto di Palermo. Un'assunzione sullla quale in tanti hanno sollevato qualche “dubbio”. Si sarebbe trattato di uno dei primi casi di incarico di “sotto-sotto governo”.

C'è poi anche la possibilità di usare il “sottogoverno” per altri incarichi dello stesso tipo. Detto del capo di gabinetto di Crocetta, Giulio Guagliano (che è pur sempre un dirigente della Regione), ecco un altro storico componente degli uffici di gabinetto del presidente, Gaetano Moltalbano, piazzato alla guida della Seus o l'ex capo di gabinetto del governatore, Gianni Silvia, tornato buono anche per la guida della Fondazione orchestra sinfonica siciliana.

Gli straordinari commissari

Francesco Calanna, invece, ha anche militato nel Megafono. Un passato che evidentemente ne fa un uomo di fiducia del presidente. Una fiducia, del resto, manifestata con i “numeri”. Nominato commissario straordinario dell'Ente sviluppo agricolo (il commissario straordinario dovrebbe occuparsi di fatti circoscritti, anche nel tempo), il dirigente si è visto rinnovare il contratto la bellezza di otto volte in due anni. Una scelta in controtendenza, visto che altrove i cambi e i turn over sono stati frenetici. Alla Crias, ad esempio, in pochi mesi si sono alternati Maria Amoroso, Filippo Nasca e, ultimo in ordine di tempo, Claudio Basso. All'ombra dei templi di Agrigento, Gaetano Pennino ha lasciato – una volta nominato dirigente generale – la guida del parco archeologico ad Alberto Pulizzi. All'Istituto regionale del Vino e dell'Olio, Crocetta ha chiamato dapprima come commissario un volto più o meno noto della tv, come il nutrizionista Giorgio Calabrese, per poi sostituirlo con Antonino Di Giacomo Pepe. E ancora, ecco commissari disseminati ovunque, nel corso di questi anni. È il caso di Dario Lo Bosco, già presidente di Ast (sì, proprio l'azienda di trasporto pubblico che Crocetta avrebbe voluto trasformare in una compagnia aerea) nominato anche commissario della Camera di commercio di Catania. Alfonso Cicero, invece, fu per mesi commissario straordinario dell'Irsap prima della nomina a presidente, tra furenti polemiche all'Ars. Ci fermiamo qui. Solo per non annoiare. Ovviamente, questi incarichi sono tutti ben retribuiti, e vengono tranquillamente cumulati tra loro, nei casi dei fortunati fedelissimi "multiruolo". Ma il sottogoverno è si distende ben oltre questi racconti. Persino in una realtà virtuale. Quella che ha visto – con tanto di comunicato stampa del presidente della Regione – Tano Grasso, simbolo della lotta al racket, sedersi sulla poltrona di “superdirigente” agli appalti. Sono passati quasi due anni. Tano Grasso non si è mai insediato.


Inchiesta sui beni confiscati alla mafia: tremano i ‘Palazzi’ del potere di Palermo 

La VOCE Sicilia NY



L’inchiesta, condotta dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, avrebbe subìto un’accelerazione perché Report - la nota trasmissione televisiva d’inchiesta di Milena Gabanelli - starebbe realizzando una puntata su tale argomento. Con testimonianze e interviste ‘pesanti’. Sotto inchiesta Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, e l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara

Una bufera starebbe per abbattersi sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. E al centro di questa vicenda ci sarebbe Palermo, da sempre ‘Capitale mondiale di Cosa nostra’, dove si concentrerebbe oltre il 40 per cento dei beni confiscati agli uomini dell’Onorata società. A tremare sarebbero i protagonisti dei ‘Palazzi’ del potere. Ma questa volta ad essere coinvolti non sono i 'Palazzi' della politica siciliana, ma qualche alto rappresentante della Giustizia. Insomma, magistrati che indagano su altri magistrati. Nello specifico, la Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sulla gestione di un segmento della Giustizia che opera presso il Tribunale di Palermo.  
Insomma, com’era prevedibile, la gestione dei beni confiscati alla mafia è diventato un caso giudiziario. Con il coinvolgimento del presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, il giudice Silvana Saguto, finita sotto inchiesta per corruzione, induzione e abuso d'ufficio. Indagati anche l'avvocato Gaetano Cappellano Seminara, titolare di uno studio, con sede a Palermo, che da anni gestisce tante aziende confiscate ai mafiosi. Sotto inchiesta pure l'ingegnere Lorenzo Caramma, che in passato avrebbe avuto rapporti di consulenza con l’avvocato Seminara, quando la moglie non era ancora presidente della sezione del Tribunale che decreta le confische.
L'inchiesta viene fuori da alcune da denunce pubbliche. In particolare, c’è una denuncia di Massimo Ciancimino, che risale a cinque anni fa. E c’è una battaglia condotta con coraggio e determinazione dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci. Sullo sfondo, beni confiscati che sarebbero stati assegnati quasi sempre a una ristretta cerchia di professionisti, che ne avrebbero ricavato parcelle molto ricche. L’inchiesta ruota sui beni immobili e beni aziendali confiscati in Sicilia.
Stando a indiscrezioni, l’inchiesta di Caltanissetta avrebbe subìto un’accelerazione perché su questa storia
mafia
avrebbero lavorato, e molto, i giornalisti di Report, la trasmissione d’inchiesta di Milena Gabanelli, giornalista di altri tempi abituata a non guardare in faccia nessuno. A quanto pare, sull’argomento potrebbero tornare anche Le Iene, altra trasmissione televisiva che si è ampiamente occupata di questa storia.
I finanzieri della  Polizia tributaria di Palermo avrebbero già fatto visita nello studio dell’avvocato Cappellano Seminara e nell’ufficio del giudice Saguto. Mentre i giornalisti di Report - stando sempre a quanto si sussurra - sarebbero riusciti a raccoglie testimonianze importanti, da parte di personaggi direttamente coinvolti in questa storia.
Le cronache registrano anche una dichiarazione ufficiale della Procura di Caltanissetta: “Questi atti istruttori sono stati compiuti per acquisire elementi di riscontro in ordine a fatti di corruzione, induzione, abuso d'ufficio, nonché delitti a questi strumentalmente o finalisticamente connessi, compiuti dalla presidente della sezione Misure di Prevenzione del tribunale di Palermo nell'applicazione delle norme relative alla gestione dei patrimoni sottoposti a sequestro di prevenzione, con il concorso di amministratori giudiziari e di propri familiari”.
Nel 2014 è stato il Prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell'Agenzia per la gestione dei beni confiscati alla mafia, a denunciare la “gestione ad uso privato” dei beni confiscati. Il riferimento è ad alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali, con in testa il già citato avvocato Cappellano Seminara.
Le cronache di quei giorni roventi registrano una visita della Commissione nazionale Antimafia presieduta
nello musumeci
Nello Musumeci
da Rosi Bindi, piombata in Sicilia per difendere, forse in modo un po’ troppo ‘oleografico’, la magistratura. Della serie, non delegittimate il “sistema”, cioè la Giustizia. Un po’ più centrato, nel febbraio di quest’anno, l’intervento della Commissione Antimafia regionale, presieduta da Nello Musumeci, che, differenza delle ‘oleografie’ romane, ha toccato un punto nevralgico: “In alcuni casi - ha affermato Musumeci - abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.
Poi è stata la volta del presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, nominato dal governo all'Agenzia nazionale oggi guidata dal Prefetto Umberto Postiglione. L’azione di Montante è durata poco, perché a suo carico è stata data notizia di un’indagine che lo vedrebbe coinvolto per fatti di mafia.
Sul sito Zone d’ombra tv si leggono alcune notizie che fanno chiarezza su un argomento complesso (che potete leggere qui). Si ricorda la raccolta di firme lanciate dall’associazione Libera per introdurre il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati. E l’approvazione, da parte del Parlamento nazionale, della legge n. 109 del 1996. Legge che distingue tre categorie di beni confiscati alla mafia. Vediamoli.  
a) I beni mobili, ovvero denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili che non fanno parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati. Anche se su questo non sono mancati i dubbi e le polemiche. Tant’è vero che, tra Montecitorio e Palazzo Madama, alcuni parlamentari meridionali hanno provato, senza successo, a far riportare i beni mobili confiscati nella disponibilità delle aree del Paese dove avvengono le confische. Battaglia parlamentare perduta, perché questi soldi rimangono a Roma.   


b) I beni immobili, ovvero appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un grande valore simbolico, perché rappresentano in modo concreto il potere che il boss può esercitare sul territorio che lo circonda. Possono essere utilizzati per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, come prevede la legge, o possono essere trasferiti al Comune di appartenenza. I Comuni, a propria volta, possono amministrarli direttamente o assegnarli, a titolo gratuito, ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato. 
c) I beni aziendali: si tratta, in questo caso, di aziende frutto di riciclaggio di denaro ‘sporco’. In questa categoria ritroviamo aziende di vario tipo: agroalimentari (per esempio, supermercati), aziende che operano nell’edilizia, ristoranti, pizzerie e via continuando.
pino maniaci
Pino Maniaci
Nel sito si leggono alcune dichiarazioni di Pino Maniaci: "Insieme ad altri tre, quattro giudici - dice il direttore di TeleJato - la Saguto gestisce il 43 per cento dell'intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”, che ammonterebbe a circa 50 miliardi di Euro. Beni, aggiunge Maniaci, che sarebbero gestiti sempre le stesse persone, cioè dagli stessi amministratori giudiziari. 
I professionisti in grado di ricoprire il ruolo di amministratore giudiziario sono circa 4mila, tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, che è stato costituito, per legge, nel gennaio 2014. “Alla lista - leggiamo sempre nell'articolo pubblicato dal sito - bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è arbitraria, effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano molto i soliti trenta nomi.  Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il 'Re'. Il 90% delle aziende sequestrata e lui affidate, gran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento”. Qui si tocca un tema caldo: la mancanza di cultura imprenditoriale da parte dei soggetti chiamati a gestire queste aziende, che spesso vanno in malora.
“Seminara - leggiamo sempre nell'articolo - oggi è uno degli avvocati più riccchi d'Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7 milioni di euro l'anno”. 
Nel sito di parla anche del conflitto di interessi dell’avvocato Seminara. “La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l'amministratore della società è la nonna 82enne dell'avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl”. Insomma, un gioco di scatole cinesi.  
“Appare strano - leggiamo sempre nell’articolo - che nessuno si sia accorto di un evidente conflitto d'interesse quando Seminara si è occupato, come amministratore giudiziario, di un altro gruppo alberghiero: la Ghs Hotels F. Ponte Spa”. 
"Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare al responsabile della sezione misure patrimoniali" chiarisce Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di TeleJato. Nell’articolo si racconta anche del ruolo dell’avvocato Seminara nella discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa. "Quando uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – si legge sempre nel sito che cita un articolo de I Siciliani -  Cappellano pagò un lavavetri per acquistare, come prestanome, una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”.
Il caso è stato smascherato, manco a dirlo, dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone, già magistrato inquirente di punta al Tribunale di Palermo.  
“A non essere rispettata è la Legislazione Antimafia - Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia - si legge sempre nell’articolo -. La fase del sequestro, secondo la legge, non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario. Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media, il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni”. 
“Una legge limitata - se legge ancora nell’articolo - da aggiornare, che non permette gli adeguati controlli e conduce troppo spesso al fallimento dei beni per le - forse volute - incapacità del sistema”.
Su Live Sicilia leggiamo la replica di qualche tempo fa dell'avvocato Cappellano Seminare: “Ho presentato una parcella lorda di 7 milioni di euro per 15 anni di lavoro durante il quale ho amministrato, insieme ad un team di 30 collaboratori, 32 società e ho accresciuto il valore commerciale degli asset a me conferiti a 1,5 miliardi di euro. Nel periodo di gestione giudiziaria i soli beni aziendali giunti a confisca hanno prodotto ricavi per oltre 280 milioni di euro, attestando così il costo della gestione giudiziaria a circa il 2,50% dei ricavi. Giova inoltre ricordare che dalla liquidazione disposta dal Tribunale, interamente corrisposta con fondi del patrimonio confiscato, ne è derivata a mio carico, in favore dell'Erario una imposizione fiscale di complessivi euro 4.248.281 pari al 60% del lordo percepito”. 
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25 ottobre 2015 7 25 /10 /ottobre /2015 17:17
Pino Maniaci: “Siamo pronti a fornire agli inquirenti nuovi elementi sull’avvocato Cappellano Seminara” 


Giulio Ambrosetti [26 Sep 2015 |


Visto che sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia è calato il silenzio, siamo tornati a intervistare Pino Maniaci, il direttore di TeleJato che ha fatto scoppiare il ‘caso’. “Penso che in questa storia non ci sia la volontà di andare fino in fondo”. Il silenzio delle istituzioni. La ‘parentopoli’. Il silenzio dei commercialisti
“Noi, per nostra abitudine, abbiamo le prove di quello che diciamo. Sull’avvocato Gaetano Cappellano Seminara abbiamo raccolto tanto materiale. Siamo pronti per essere ascoltati dai magistrati per fornire nuovi elementi sul re degli amministratori giudiziari di Palermo e dintorni”.
Pino Maniaci, il battagliero direttore di TeleJato, il giornalista che ha messo a soqquadro il felpato mondo delle amministrazioni giudiziarie che gestiscono i beni sequestrati e confiscati alla mafia non arretra di un millimetro. Anzi rilancia. Anche perché, fino ad oggi, come ha notato anche l’avvocato Francesco Menallo in un’intervista al nostro giornale (intervista che potete leggere qui), di concreto non è successo nulla. A parte le dimissioni di qualche avvocato, le cronache registrano solo avvicendamenti in alcuni uffici giudiziari e lo “sgomento” ex post di alcuni esponenti del Consiglio Superiore della Magistratura. Considerato che parliamo di beni per centinaia di milioni di Euro ‘immolati’ per pagare laute parcelle ad amministratori giudiziari, coadiutori e a stuoli di consulenti - con centinaia di aziende ‘terremotate’ tra Palermo e provincia - praticamente non è successo nulla. Per essere precisi, come ha affermato l’avvocato Menallo, tanto rumore per nulla. Almeno finora.
Così siamo tornati da Pino Maniaci per chiedergli che cosa pensa della piega un po’ sinistra che sta prendendo quest’incredibile storia. 
“Penso - ci dice il direttore di TeleJato - che non ci sia la volontà di andare fino in fondo. Troppi interessi che non debbono nemmeno essere sfiorati. Del resto, l’arroganza dell’avvocato Cappellano, in questo senso, è indicativa. Non solo non lascia gli incarichi, ma rilancia. Lega gli omicidi di Trabia alle indagini della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta. Questo dà la misura del personaggio. Lui parla e gli altri tacciono. Tace la commissione nazionale Antimafia. Tace la commissione Antimafia del Parlamento siciliano. Dal CSM, finora solo parole di circostanza. Per non parlare dei silenzi da parte della grande informazione”.
Perché succede tutto questo?
“L’ho detto: perché gli interessi in ballo sono enormi. Il gruppo di potere che sta dietro questa vicenda deve essere fortissimo e potentissimo. Altrimenti l’avvocato Cappellano Seminara non sarebbe così tranquillo e, soprattutto, così arrogante e sicuro di sé”.
Che nesso c’è tra gli omicidi di Trabia e il mondo delle amministrazioni giudiziarie?
“Gianluca Grimaldi (una delle due persone uccise nella cava ‘Buttitta’ Trabia insieme con Giovanni Sorci ndr) è il figlio del cancelliere Grimaldi che opera presso la Sezione per le Misure di prevenzione presso il Tribunale di Palermo. Il fratello di Gianluca Grimaldi lavora nella cava Impastato Mediatur. Insomma, c’è una rete che lega il Tribunale di Palermo, alcuni avvocati e alcuni commercialisti. In questo scenario c’è anche una mezza parentopoli”.
Per esempio?
“C’è la cognata dell’avvocato Cappellano Seminara che lavora in una delle amministrazioni giudiziarie gestite dal gruppo del re dei sequestri. Sezione hotel, per la precisione”.
Ovvero?
“Parlo del sequestro Ponte. Ed esattamente: GHS Hotel, Hotel Astoria, Hotel Borgo vecchio e Hotel Garibaldi. Tutti sotto amministrazione giudiziaria”.
Insomma c’è chi tiene anche famiglia.
“Per l’appunto”.
Gli avvocati di Palermo, bene o male, hanno posto la questione. Il dibattito è aperto. Tra i commercialisti del capoluogo siciliano registriamo invece un religioso silenzio. Come mai?
“Dovrebbe chiederlo al presidente dell’Ordine dei commercialisti di Palermo”.
In questa storia, visto che voi ve ne occupate da anni, ci sono tracce dell’Opus Dei?
“Questo non lo so. Posso però assicurare che questo mondo è gestito da una sorta di massoneria”.
Cosa temete?
“Che sia in atto una strategia per far sgonfiare la vicenda. Piano piano”.
Da cosa lo desume?
“Guardi il caso della dottoressa Silvana Saguto. Per molto meno le persone sono finite in galera. Lei invece rimane in servizio presso il Tribunale di Palermo. Come se non fosse accaduto nulla. Come se le cose avvenute in questi anni a Palermo e provincia, nel campo delle amministrazioni giudiziarie dei beni sequestrati alla mafia, rientrino nella normalità. Insomma, fino ad oggi debbo constatare che, almeno a Palermo, la legge non è uguale per tutti”.
Passiamo al nostro ‘eroe’ delle amministrazioni giudiziarie, ovvero all’avvocato Cappellani Seminara. Secondo lei perché non è stato ancora rimosso?
“Bella domanda. In parte ho già risposto: perché è un potente. E lo sta dimostrando. E poi perché c’è un oggettivo intasamento negli uffici della Sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo”.
Cioè?
“L’avvocato Virga, per citare un esempio, si è dimesso. Ha lasciato l’amministrazione del gruppo Rappa. Ma non c’è ancora un sostituto. Fino a quando non verrà sostituito resterà lì. A noi risulta che l’avvocato Virga abbia ventisette incarichi. Qualcuno ha verificato se si è dimesso anche da tutti gli altri incarichi? La verità è che, in questa storia, la casta difende se stessa”.
Lei si aspettava, in questa vicenda, gli interventi del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del presidente del Senato, Piero Grasso? In fondo sono due palermitani…
“Noi, in questa vicenda, almeno fino ad ora, registriamo il silenzio delle istituzioni. Di quasi tutte le istituzioni. E il silenzio della politica. Il capo del governo del nostro Paese, Renzi, avrebbe dovuto dare seguito alla riforma di questo settore. Ma così non è stato. Quanto alla politica, non c’è stato alcun plauso al lavoro svolto dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, titolare di queste indagini. Un’indagine, lo ricordo, che sta mettendo a nudo la mafia dell’antimafia”.
Come finirà questa storia?
“Vorrei ricordare che siamo nella terra del Gattopardo, dove, per definizione, si cambia tutto per non cambiare nulla. Noi diciamo che non può finire qui. Anche se non ci sfugge un dato”.
Quale?
“Attorno a questo settore è in corso una silenziosa riorganizzazione degli affari per ricominciare a gestire gli stessi affari senza cambiare una virgola”.
Come giudica l’operato del nuovo presidente della Sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo?
“Finora non registriamo nulla di nuovo. Solo belle parole. Di fatti ne abbiamo visto pochi. In questo momento nella Sezione per le Misure di prevenzione c’è un po’ di confusione. Anzi, molta confusione. Che farà il nuovo presidente alle prossime udienze? Intanto, come ho già detto, il ‘galantuomo’ avvocato Cappellano Seminara rimane al suo posto. Inamovibile. E fa pure il Solone. Noi, l’ho già detto, siamo pronti a fare la nostra parte. Abbiamo studiato gli affari della ‘holding’ del re degli amministratori giudiziari. Siamo pronti, lo ribadisco, a fornire ulteriori notizie”.    

Aggiornamento sabato 26 Settembre ore 14,50
Il nuovo presidente della Sezione per le Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Mario Fontana, ha nominato i nuovi amministratori giudiziari del patrimonio della famiglia Rappa (valutato 800 milioni di Euro) e dei negozi Bagagli. 
Ad amministrare i beni della famiglia Rappa va un prefetto donna in pensione: Isabella Giannola, che è stata la prima donna prefetto in Sicilia, già vicedirettore del Cesis, l'organismo di coordinamento dei Servizi segreti. Il nuovo amministratore giudiziario del gruppo bagagli è l'avvocato civilista, Antonio Coppola. In entrambi i casi si tratta di beni sequestrati. 
Delle due gestioni si occupava fino a pochi giorni fa solo l'avvocato Walter Virga, 35 anni. Che si è dimesso perché coinvolto nell'indagine sulla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. 

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