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Comitato Cittadino Isola Pulita

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Tirreno power, la procura attacca: "Ha causato 400 morti"

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  • Tirreno power, la procura attacca: "Ha causato 400 morti"
ANZA', DE BENEDETTI, GULLO, I PETROLIERI VOGLIONO LA DEROGA SULLE EMISSIONI, interlandi, MONSELICE, RAFFINERIE, REVAMPING, Sansone
27.02.2014 …

Di Comitato Cittadino Isola Pulita

Tirreno power, la procura attacca: "Ha causato 400 morti"
La procura di Savona sulla centrale di Vado. L'azienda: " Perizia di parte, non c'è nesso di causalità" di MARCO PREVE

"La Tirreno Power ha provocato 400 morti"
(bussalino)

"In dieci anni l'inquinamento della centrale a carbone ha provocato 440 decessi e 1700 ricoveri per un costo sociale per lo Stato che oscilla tra i 770 e gli 860 milioni". Sono le conclusioni cui giungono gli esperti ai quali il procuratore capo di Savona Francantonio Granero aveva affidato la perizia epidemiologica ambientale sulla centrale termoelettrica Tirreno Power di Vado Ligure. Una vicenda su cui si preannuncia uno scontro giudiziario aspro. I vertici e i legali di Tirreno Power (che ha tra i suoi soci anche Sorgenia, società del gruppo Cir della famiglia di Carlo De Benedetti) contestano la metodologia della perizia. A cominciare dal conteggio dei ricoveri: "Un paziente che va tre volte in ospedale viene annotato ogni volta come nuovo caso".

"Non si comprende  -  recita un comunicato di Tirreno Power  -  in queste consulenze quale sia stato il metodo di valutazione di esposizione agli inquinanti. Tale mancanza di chiarezza è accompagnata dall'assenza della doverosa analisi di robustezza, di sensitività e quindi di affidabilità globale del metodo adottato. Anche per questo motivo non si può affermare in concreto alcun nesso di causalità".
La perizia è stata consegnata anche al ministero dell'Ambiente e alla Regione, e da indiscrezioni sembra che i dati sulla salute abbiano suscitato alcune perplessità a differenza degli aspetti riguardanti il disastro ambientale, accusa per il momento contestata ai manager di Tirreno Power Pasquale D'Elia (direttore dello stabilimento) e Giovanni Gosio (ex amministratore delegato). Gli inquirenti ritengono di poter provare che il rilevamento delle emissioni negli anni passati venne viziato da procedure che sottostimavano i dati. 

Quanto a oggi le analisi sugli inquinanti sarebbero entro i limiti imposti dall'Aia (Autorizzazione integrata) ma viene contestata una violazione ad una prescrizione. L'attenzione si concentra in particolare sui volumi e le temperature delle acque scaricate dal ciclo industriale. Secondo la Rete dei comitati "No al carbone" "sono stati concessi alla centrale dei limiti clamorosamente superiori a quelli previsti dalla normativa sulle Mtd, Migliori tecnologie disponibili".

È ancora a carico di ignoti invece il fascicolo per omicidio colposo. La consulenza si sviluppa attraverso due modelli, uno matematico dell'università di Genova che tiene conto, tra i vari fattori, di venti ed emissioni, mentre il secondo è basato sull'indagine sul campo effettuata con 40 stazioni di biomonitoraggio realizzate con licheni, che hanno avuto due periodi di raccolta dati di 4 mesi ciascuno. I risultati variano a seconda del modello di riferimento che riguarda una popolazione di 153 mila residenti in venti comuni rivieraschi. Sono 350 i bambini ricoverati per patologie respiratorie o per asma. I ricoveri degli adulti sono 1700 (1.200 per il biomonitoraggio); i decessi degli adulti per problemi cardiaci 250 (340); i decessi degli adulti per patologie respiratorie 100 (90). I dati Asl dei ricoveri coprono il periodo 2005-2010, quelli dei decessi non sono aggiornati e quindi si va dal 2000 al 2007.

In attesa di avviare un progetto di potenziamento e ammodernamento dei gruppi, anche questi contestati dai comitati, Tirreno Power oggi ha fortemente ridotto la sua produzione a causa della crisi e proprio questa mattina il nuovo direttore generale Massimiliano Salvi incontrerà i sindacati per fare il punto della situazione.

Tirreno Power, la Procura di Savona: “Centrale può aver causato 400 morti”

VADO LIGURE - "Senza la centrale di Vado non ci sarebbero stati 400 morti". È una dichiarazione dura quella del procuratore capo di Savona, Francantonio Granero, sull'attività di Tirreno Power, proprietaria della centrale a carbone di Vado Ligure. Accuse a cui l'azienda ha risposto con una nota, che definisce "di parte" le consulenze che "non sono mai state sottoposte a contraddittorio". 

Sull'attività di Tirreno Power sono aperte da tempo due filoni d'inchiesta da parte della Procura, una per disastro ambientale e una per omicidio colposo. Secondo il procuratore ci sarebbero stati anche "tra i 1700 e i 2000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d'asma tra il 2005 e il 2012". 

I consulenti hanno mappato una 'zona di ricaduta delle emissioni' ed hanno escluso come causa delle patologie il traffico automobilistico, altre aziende della zona e i fumi delle navi in porto. Il perimetro della mappa riguarda quasi tutta Savona, Vado, Quliano e Bergeggi e in parte Albisola e Varazze. 

La nota di Tirreno Power critica i dati riportati: "Non si comprende quale sia stato il metodo di valutazione di esposizione agli inquinanti" considerati dai consulenti. "Tale mancanza di chiarezza è accompagnata dall'assenza della doverosa analisi di robustezza, di sensitività e quindi di affidabilità globale del metodo adottato. Anche per questo motivo non si può affermare in concreto alcun nesso di causalità".

L'azienda - continua la nota - "invita ad una maggiore prudenza considerando la forte rilevanza anche emotiva che i temi trattati rivestono e che dovrebbero essere tuttavia sempre suffragati da fatti comprovati anzichè da ipotesi di parte le cui fondamenta sono tutte da verificare".

Tirreno Power è una società partecipata al 50% da Gdf Suez, al 39% da Sorgenia - società del gruppo Cir che controlla anche il Gruppo Editoriale L'Espresso - e al 5,5% da Hera e Iren.

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/02/19/news/la_tirreno_power_ha_provocato_400_morti-79009958/

“La centrale a carbone di Vado Ligure costerà 142 milioni di euro e oltre tremila morti”

E' la denuncia dell'associazione ambientalista "Moda" di Savona che si è basata su un calcolo delle emissioni. Nelle scorse settimane hanno fatto appello a Carlo De Benedetti, che attraverso Sorgenia controlla Tirreno Power

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 21 settembre 2010

“Costi sociali per 142 milioni di euro e 3.380 morti premature in 30 anni di funzionamento del sito”. E’ da brivido la denuncia dei medici Virginio Fadda (biologo) e Agostino Torcello (pneumologo), dell’associazione ambientalista Moda di Savona. Secondo Moda se la regione Liguria nei prossimi giorni deciderà di dare il via libera all’ampliamento della centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure (Savona), controllata dalla Sorgenia di Carlo De Benedetti, i cittadini pagheranno un prezzo altissimo. Il loro studio si aggiunge alle polemiche nate nel mese di agosto: dieci domande scomode che personalità della cultura, della medicina e della politica, insieme a comitati savonesi e comuni avevano rivolto all’editore di Repubblica.
Ma quali dati si basa l’apocalittica previsione dei comitati ambientalisti? Il Moda ha paragonato le emissioni della Tirreno Power con quelle della centrale a carbone di Sempra Twin Oaks 3 in Texas (Stati Uniti) e ha fatto la stima sulla base di uno studio condotto dal Public citizens Texas office and the Sustainable energy and economic development coalition. Dal canto suo Tirreno Power replica in maniera netta: “Sono affermazioni alle quali non possiamo rispondere perchè analoghe ad un contesto diverso. Sono posizioni assolutamente estremiste al limite del procurato allarme e non sono da prendere in considerazione. Noi rispondiamo con i nostri dati ambientali perchè una centrale esercita la propria attività all’interno di un contesto normativo stringente”
“Non sono una nostra invenzione questi numeri”, spiegano Fadda e Torcello. “Le nostre stime sono state fatte attraverso i parametri della Commissione Extern dell’Unione Europea in base alla produzione media di emissioni degli ultimi anni e anche per la mortalità le stime sono prudenti perchè viene considerata una zona del Texas con una popolazione notevolmente inferiore a quella di Savona”. Per le associazioni ambientaliste è questo il motivo che spiega il basso prezzo del carbone: costa poco finchè non si considerano tutti i costi esterni.
E con gli stessi parametri l’associazione ha calcolato anche i costi totali in rapporto alla emissioni: 36,5 milioni di euro all’anno per danni alla salute, alle coltivazioni, alle cose e 106 per i cambiamenti climatici, per un conto da oltre 142 milioni di euro. Numeri che stabiliscono una relazione tra l’uso del carbone per generare energia e il suo impatto sulla salute. Perchè qui nei centri abitati più vicini alla centrale il tasso di mortalità aumenta con la vicinanza all’impianto. Sotto esame le patologie come ictus, cancro ai polmoni, alle corde vocali e infarti che superano pericolosamente la media nazionale. Questi sono i dati correlati alle dieci domande rimbalzate in rete e sui giornali locali.
I documenti e gli studi raccolti da biologi e medici dei comitati Moda, Uniti per la salute e dall’Ordine dei medici di Savona descrivono un territorio compromesso dal punto di vista ambientale e della salute pubblica e lasciano molti dubbi sulla volontà della proprietà di investire e ridurre l’inquinamento.
E stabiliscono una correlazione tra le sostanze emesse in atmosfera, come ossidi di azoto e anidride solforosa, e le morti causate. Perchè per tutti i cittadini locali la centrale è un incubo ricorrente perchè responsabile di emissioni che provocano gravi danni alla salute. E la nuova unità alimentata a carbone da 480 Megawatt è altra benzina sul fuoco delle polemiche per abitanti che vivono a poche centinaia di metri dalle ciminiere.
“E’ assodato che l’inquinamento da centrale a carbone produce sempre malattie e morti- commenta Paolo Franceschi, pneumologo ed esperto di salute e ambiente per l’Ordine dei medici di Savona -. E l’incidenza di tumori alle corde vocali, al polmone, alla vescica e altre patologie vascolari, aumentano drammaticamente quanto più ci si avvicina ad una di queste centrali”.
Gli effetti sulla salute ricadono principalmente su cittadini che risiedono entro i 50 chilometri da un sito alimentato a carbone.
Nel periodo 1999-2004 il tasso standardizzato di mortalità per tumori all’anno è maggiore nella provicia savonese: 273 decessi (uomini) ogni centomila abitanti contro i 240 della media nazionale. Le aree in cui la mortalità per tumore è aumentata corrispondono a quelle maggiormente inquinate con picchi per i maschi a Quiliano (287.8) e Vado Ligure (326.9), i due comuni più vicini alla centrale. Ancora maggiore la discrepanza tra i dati nazionali e la provincia di Savona per la popolazione femminile: rispettivamente 140 e 199. E sempre a Vado si arriva addirittura a 211.9. Anche gli ictus sono aumentati rispetto alla media regionale con un eccesso di mortalità standardizzata del 36,8% fra i maschi e del 22,6% tra le femmine.
Ma c’è di più. Franceschi è anche il medico che ha redatto la perizia (commissionata dal Comune di Spotorno) per il progetto di ampliamento della centrale di Vado dal punto di vista degli “aspetti sanitari e ambientali correlari alla salute umana”.
Un dubbio è condiviso da medici ed ambientalisti: per risparmiare si apportano solo miglioramenti marginali per l’uso di un combustibile che appartiene alla storia dell’800. Nella perizia si sottolinea che Tirreno Power nel calcolo delle emissioni non prende in considerazione l’inquinamento da polveri sottili secondarie, che costituiscono la stragrande maggioranza delle pericolose Pm 2.5 (particolato fine considerato una delle sostanze più pericolose per i polmoni).
I dati della perizia raccontano una versione precisa: contando anche le polveri sottili secondarie si avrebbe una maggiore emissione, rispetto a quelle dichiarate, del 3000 per cento passando da 158 tonnellate all’anno a 4876.
Da parte di Tirreno Power però nessun dubbio: si avanti con il progetto. E dopo l’ok del Ministero dell’Ambiente all’ampliamento ora il pallino è in mano alla Regione Liguria che nei prossimi giorni esprimerà il suo parere.
“Non abbiamo risposto alle domande – dichiara Tirreno Power – perchè sono domande a cui non è possibile rispondere”. La linea è dialogare con le istituzioni perchè c’è la disponibilità di investire 150 milioni di euro per interventi di miglioramento e aumento della potenza prodotta nell’impianto. Ma ad una condizione: “Vogliamo un ritorno economico” dichiara la proprietà.
di Curzio Rosso
http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/21/la-centrale-a-carbone-di-vado-ligure-costera-142-milioni-di-euro-e-oltre-tremila-morti/
12 agosto 2011



Tratto da Il FATTO QUOTIDIANO dell' 11AGOSTO 
LA CENTRALE INQUINA E RADDOPPIA 
con la benedizione Pdl-Pd 
di Ferruccio Sansa 
Paura di respirare.Di infilare dentro di te un nemico invisibile. A Vado,Quiliano, Savona,in tanti vivono così.Strana storia quella della centrale a carbone di Vado Ligure.Delle sue sorelle, come quella di Porto Tolle,si parla perché,incredibilmente, erano sorte vicino a un parco naturale. 

Di questa, cresciuta in mezzo a una città,quasi nessuno sa nulla: da quarant’anni brucia fino a 5000 tonnellate di carbone al giorno.E pensare che,secondo gli esperti, gli effetti arrivano a 48 chilometri:fino a Genova,fino a località turistiche come Varigotti e Loano. 
A luglio il governo e la Regione Liguria hanno approvato il progetto di ampliamento.Ma a protestare contro il nuovo impianto da 460 Megawatt(che si aggiungerà inizialmente ai due esistenti da 330 Megawatt l’uno)c'è solo chi vive all’ombra
 delle due ciminiere.È letteralmente così: case,scuole, ricoveri per anziani dal 1970 sono a pochi passi dai camini di 200 metri. 
Ma adesso la gente ha deciso di dire basta, sventolandogli studi sugli effetti delle centrali a carbone. A diffonderli non sono fanatici, ma gli esperti dell’Ordine dei Medici.I dati annuali sulla mortalità maschile per tumore ai polmoni su 100.000 abitanti parlano di 54 decessi in Italia,97 a Savona e 112 a Vado. Statistiche, ma se vai in via Pertinace qualcuno dà nomi e volti ai numeri. A ogni finestra corrisponde una storia. 

Suggestione? 
A Vado da decenni si sono concentrate industrie inquinanti che hanno dato lavoro, ma bruciato perfino la vegetazione delle colline.
L’Ordine dei Medici aggiunge:“La stragrande maggioranza delle emissioni inquinanti nel comprensorio Vado-Quiliano-Savona provengono dalla centrale elettrica (circa il 78,5% per ilPM 2,5 solo per i gruppi a carbone)”. 


D’AC C O R D O,non esistono studi che dimostrino il rapporto tra le morti per tumore, ictus, infarti e la centrale. Ci voleva la procura,guidata da Francantonio Granero, che ha incaricato esperti come Paolo Crosignani, Paolo Franceschi e Valerio Gennaro e ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo (a carico di ignoti). 



“Intanto l’ampliamento è già stato approvato”, 
allarga le braccia Stefano Milano che dalla sua libreria nel cuore di Savona ha raccolto firme contro il colosso della Tirreno Power. 
“Intorno alla centrale ruotano interessi economici e politici”,aggiunge mostrando le lettere di protesta di cittadini, associazioni e quasi tutti i partiti. Con due assenze: Pd e Pdl. Già,Vado e la sua centrale,come Taranto conl’Ilva, strette nella tenaglia “salute contro occupazione”. 

Mario Molinari,giornalista d’inchiesta, respinge l’alternativa secca: “Utilizzando studi americani su una centrale simile e parametri dell’Unione Europea, i medici dell’associazione Moda hanno quantificato i danni a salute e coltivazioni di una centrale a carbone in 36,5 milioni all’anno (142 milioni i costi complessivi).Un danno molto maggiore del beneficio dato dall'impianto (dove lavorano 250 persone,ndr )”. 

Così ecco il paradosso: tutti i 18 comuni interessati hanno votato contro l’ampliamento.Durante l’ultima campagna elettorale per le regionali, i candidati si sono espressi contro il carbone. 

E poi? Il progetto è stato approvato. 

Una decisione che ha sollevato le critiche della Curia sulle pagine del Letimbro, il giornale diocesano di Savona(QUI):la decisione“contraddice con forza le posizioni di alcuni partiti che sostengono la giunta Burlando i quali, in campagna elettorale, avevano ribadito il “no”. 

Ma che cosa prevede l’accordo? Renzo Guccinelli, assessore alle Attività produttive della  Regione, spiega: “Sarà realizzato un nuovo gruppo a carbone da 460 megawatt.Ci vorranno sei anni. Allora si abbatterà uno dei due gruppi vecchie, dopo altri tre anni, si abbatterà il terzo. A quel punto valuteremo l’opportunità di dare parere favorevole alla costruzione di un ulteriore gruppo per il quale non è previsto alcun automatismo”.Insomma, impianti nuovi al posto di quelli con quarant’anni di vita. 
Ma un aumento di potenza della centrale. Nel frattempo, l’accordo prevede una serie di prescrizioni, tra cui l’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale). 
Una vittoria per l’ambiente,secondo la Regione: “Tirreno Power non era disposta a - realizzare un impianto interamente a metano come chiedono i cittadini”,racconta Renata Briano, assessore all’Ambiente.Perché non sostituire semplicemente i due vecchi impianti senza ampliamenti?“ 
L’azienda non era disposta.Al massimo avrebbe adeguato gli impianti,ma si sarebbe inquinato di più che con il nuovo progetto”. 


I CITTADINI,però, parlano di “resa”per ambiente e salute.Come Gianfranco Gervino di Uniti perla Salute: “I gruppi non potevano restare come sono,ma per legge e senza condizioni dovevano essere adeguati alle migliori tecnologie.Invece continuano a funzionare. In pratica si è contrattato l’ampliamento con il rispetto delle norme. È incredibile”. 


La Regione non è la sola favorevole all’accordo.Tirreno Power difende il progetto:“Gli studi per ottenere la Valutazione di Impatto Ambientale sono in corso,ma dovranno tenere conto dei miglioramenti che ridurranno le emissioni del 40%”. Non era meglio valutare prima di ingrandire?“Diventerà una delle centrali più pulite d’Europa”. Ma i dati dell’Ordine dei Medici?“Ognuno può diffondere i dati che crede. 
L’accordo prevede un Osservatorio che monitorerà l’impatto della centrale”. 


ANCHE altre figure di spicco sono per l’ampliamento. Fabio Atzori, presidente dell’Unione Industriali, ha commentato:“Per Savona è come aver vinto al Superenalotto”.Una frase che ha sollevato polemiche:“Atzori –ricorda Molinari–è amministratore delegato della Demont che lavora con Tirreno Power”. 

C’è chi ricorda che il vicepresidente degli industriali savonesi, è Giovanni Gosio, manager Tirreno Power. La questione scuote equilibri immutabili del potere locale.Che dire, per esempio, di Luciano Pasquale definito da Claudio Scajola “manager di grande caratura”? Pasquale, anche lui sponsor dell’operazione Tirreno Power,è un recordman delle poltrone savonesi:già presidente dell’Unione Industriali è oggi numero uno della Camera di Commercio e presidente della Carisa,la banca cittadina. Senza contare cariche varie, soprattutto nelle società autostradali (legate algruppo Gavio).Tirreno Power vanta un appoggio trasversale. 

I comitati hanno inviato una lettera a Carlo De Benedetti,imprenditore tessera numero uno del Pd e proprietario attraverso Sorgenia del 39% delle quote di Tirreno Power. 

“È una lotta impari–racconta Molinari –TirrenoPower ha mezzi inesauribili:compra pubblicità sui quotidiani, tappezza la città di manifestie sponsorizza iniziative del Comune”. 

A Vado Ligure, però, delle questioni di potere interessa poco. 
Nel torrente Quiliano,l’Arpal nel 2009 ha rilevato la presenza di metalli pesanti e di idrocarburi policiclici aromatici cento volte superiore alla legge.I medici parlano di “molto probabile derivazione dalla centrale a carbone”.Per i responsi definitivi bisogna attendere l’indagine epidemiologica. 

Intanto si può andare alla farmacia Mezzadra o a quelle di Quiliano. “C’è una diffusione notevole di malattie  respiratorie”, dicono i farmacisti. I clienti presentano la ricetta. 

Molti non hanno bisogno di parlare. 
Il codice 048 sulla prescrizione vuole dire una cosa sola: tumore 

 
Tratto da Il Fatto Quotidiano 

I DATI IN PROVINCIA 

I MEDICI AVVERTONO: QUI GIÀ SI MUORE DI PIÙ 

Si paga già un caro prezzo agli insediamenti industriali nel Savonese .
 
“La mortalità generale standardizzata dell’intera Provincia di Savona è risultata significativamente più elevata rispetto alla media regionale in entrambi i sessi, con un eccesso di 1356 decessi fra i maschi e 1308 negl anni dal 1988 al2004”. 

È scritto in uno studio dell’Ordine dei Medici di Savona. 

Che scende nei dettagli: “A Quiliano fra i maschi i tassi di mortalità per centomila abitanti sono stati 288, a Vado Ligure addirittura 327 (240 in Italia). Ancora maggiore la discrepanza fra Italia e provincia di Savona per lefemmine:iltasso per centomla abitanti è pari a 140 perl’Italia contro i 199 per Savona. 

A Vado Ligure si arriva a 211”. 

Non c’è solo il cancro: “Le malattie ischemiche del cuore sono forse le patologie più frequentemente causate dall’esposizione all’inquinamento, in particolare alle polveri sottili… 

si nota un incremento rispetto alla media regionale sia fra i maschi 
(+16,4% in provincia di Savona, + 32% a Savona, + 45,6% a Vado, +49,1 % a Quiliano) che fra le femmine (+ 21,9% in provincia di Savona, + 36,7%a Savona, +41,6% a Vado, + 56,9% a Qui-liano)”. 

Poi gli ictus: “La mortalità risulta fortemente più elevata in provincia di Savona rispetto alla media regionale, sia fra i maschi (+36,8%) ,che fra le femmine (+22,6%)”.Certo, i dati non si riferiscono alla centrale. 

Non è stato studiato scientificamente l’effetto del carbone di Vado. 

E’sorprendente: dopo 40 anni nessuno ha pensato a redigere uno studio attendibile che poteva salvare migliaia di vite. 

“L’accordo appena siglato prevede finalmente lo studio epidemiologico, come condizione per l’ampliamento. Senza dati non si costruisce il nuovo impianto”,sostengono i comitati che sperano in quest’ultima arma. 

L’ASSESSORE all’Ambiente della Regione,Renata Briano, però avverte:“Le analisi vanno fatte, ma i lavori partiranno senza ritardi... Anche perché aspettare l’indagine per aprire i cantieri sarebbe un’imposizione che va contro il principio,accolto da tutti, di migliorare la situazione ambientale. 

Le analisi vanno fatte dopo che sono stati migliorati gli impianti”. 

Tesi bocciata dai comitati: “Assolutamente no,così sei risultati delle analisi fossero allarmanti ormai l’ampliamento della centrale sarebbe cosa fatta e dovremmo tenercelo per decenni”. 

Così quasi un mese fa hanno scritto una lettera alla Regione chiedendo subito lo studio epidemiologico. Finora non è arrivata risposta. 
Ferruccio Sansa
 http://unitiperlasalute.blogspot.it/2011/08/cnntrale-carbone-la-centrale-inquina-e.html



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La guerra del cemento, 4 anni di battaglie infuocate nella Bassa Padovana
di Alice Cavicchioli


MONSELICE 13 Feb - Monselice, provincia di Padova. Qui, nel 2010, comincia una storia che oggi, dopo 4 anni, non è ancora finita, e che lascia dietro di sé una ferita profonda, aperta fra gli abitanti che le cronache hanno diviso in ambientalisti da un lato e lavoratori dall’altro, ma che di fatto non sono nient’altro che cittadini, stretti nella morsa di una battaglia che li ha messi gli uni contro gli altri.


A innescare la miccia è il revamping di Italcementi, un progetto di ristrutturazione presentato da una delle tre cementerie che – con una concentrazione che non ha eguali in Europa – insistono nell’area dei Colli Euganei tutte nel raggio di 5 chilometri. Sul piatto c’è un investimento da 160 milioni di euro che prevede anche una torre di preriscaldo alta 110 metri, poi scesi a 89, e la garanzia di occupazione per i lavoratori. Senza il revamping gli operai rischiano il posto e dunque sostengono compatti la sua attuazione.

I comitati “E noi?” e “Lasciateci respirare”, supportati da una buona fetta di cittadini, associazioni e un inaspettato fronte trasversale composto da molte amministrazioni del territorio, nell’opera vedono invece uno sfregio ambientale nel cuore del Parco Colli e temono da parte della cementeria l’utilizzo di rifiuti come combustibile, con conseguenti rischi sanitari per la popolazione. La produzione di cemento nel 2010 è già in forte calo e il sospetto dei comitati è che l’industria punti sull’uso di materiale di scarto per abbattere i costi nel quadro di un mercato in declino. La popolazione convive dagli anni ’50 con tre attività industriali classificate come insalubri di 1° classe.

La situazione della Bassa è percepita “a rischio” da molti, e proprio da un approfondimento sulle vicende di questo territorio nasce anche il documentario “Nel mio giardino” (dal quale sono state tratte le immagini per questo servizio), realizzato da Cristian Cesaro, Fabio Lessio, Santo Bruno e davide Donnola. I dati epidemiologici dell’Usl 17 sull’incidenza dei tumori nell’area dimostrano un tasso di mortalità che rientra nella media degli altri Comuni, ma per Francesco Miazzi, portavoce del comitato “Lasciateci respirare”, il rapporto non è rassicurante come sembra: “Se è vero che la mortalità è nella media - e questo anche grazie ai progressi medici - il numero delle persone che si ammalano invece è in aumento” sottolinea Miazzi, che a Monselice è anche consigliere comunale.

“Quello che non hanno voluto tirare fuori – sostiene – sono i numeri, tratti dallo stesso documento e relativi al tasso di patologie respiratorie registrate nell’Usl 17”: affetti da insufficienza respiratoria e malati cronici di asma qui sarebbero risultati molto più numerosi rispetto alla tendenza regionale.
Sul fronte opposto ci sono i lavoratori della cementeria che temono per il loro avvenire. La crisi preme, e lo spettro della disoccupazione avanza.

Si può scegliere tra la salute e il lavoro? Fra il bene dei singoli nell’immediato e il bene di una comunità nel suo futuro? Sono domande davanti alle quali un cittadino non dovrebbe mai trovarsi, le stesse che hanno finito per spaccare la popolazione, dividendola proprio su ciò che la dovrebbe unire, cioè il destino del proprio territorio.


Comincia una battaglia legale che vedrà due sentenza del Tar bocciare il revamping. Parallelamente la procura di Padova mette sotto inchiesta il sindaco di Monselice Francesco Lunghi e l’allora presidente del Parco Colli Chiara Matteazzi, favorevoli al revamping. Le indagini condotte dai carabinieri del Noe di Venezia arrivano ad ipotizzare i reati di corruzione e abuso di ufficio volti a garantire l’approvazione e la realizzazione del progetto. Lo stesso Tar del Veneto, nel maggio del 2012, nell’annullare l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dall’Ente Parco Regionale dei Colli Euganei e la delibera della giunta provinciale con cui si era espresso il parere di compatibilità ambientale favorevole, dispone la trasmissione degli atti alla Procura ritenendo “necessario che essa verifichi se l’illegittimo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica impugnata abbia comportato la commissione di reati”.

Seguono due anni di indagini con tanto di intercettazioni e pedinamenti. Il sospetto dei carabinieri è che i ripensamenti di vari amministratori pubblici prima contrari e poi favorevoli al progetto Italcementi “si affiancasse a situazioni di favore come compensi e nuovi incarichi”. Ma il 20 dicembre 2013 il sostituto procuratore, pur sottolineando la condotta “non del tutto chiara” degli indagati, chiede l’archiviazione del caso in assenza di elementi idonei a esercitare l’azione penale. I comitati si oppongono e la decisione, ad oggi, è quindi affidata al gip. Nel frattempo il Consiglio di Stato, a fine 2012, ha ribaltato anche la seconda sentenza del Tar. Italcementi può, dunque, fare il revamping.

Ma il progetto, con la crisi del cemento al suo apice, è ormai tramontato. La colpa, per il sindaco Lunghi e il suo vice, è dei comitati, di chi si è opposto, tanto da annunciare contro di loro una class action. Eppure, perfino il sindacato, che rappresenta i lavoratori, non attribuisce ai comitati la retromarcia sul revamping, ma alla crisi del settore e alle mutazioni del mercato.

Perché allora questa class action? Francesco Miazzi tira in ballo l’imminente campagna elettorale per il comune di Monselice e parla di “ennesimo tentativo intimidatorio”. Intanto, i forni del cementificio si spengono, lo stabilimento dopo essere stato “declassato” a centro di macinazione, a fine gennaio di quest’anno viene chiuso e al termine di una vertenza sindacale condotta in un clima esacerbato su ogni fronte, i sindacati ottengono per tutti i lavoratori la cassa integrazione straordinaria per almeno due anni, potenzialmente rinnovabile per altri due. Nel frattempo la speranza è che la politica ricomponga ciò che ha diviso, disegnando per Monselice e per la Bassa Padovana strade di sviluppo alternative.
 
13 febbraio 2014


http://notizie.tiscali.it/regioni/veneto/feeds/14/02/13/t_76_20140213_1129_video_07.html?veneto&fb_action_ids=10201589482795714&fb_action_types=og.recommends&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B648637611861237%5D&action_type_map=%5B%22og.recommends%22%5D&action_ref_map=%5B%5D
Combustione petcoke
Borgo Venusio insorge contro la Valdadige 
 “L’uso del petcoke fa paura: a meno di un chilometro dalle case. La Regione deve revocare l’Aia. Le carte subito in Procura”. Residenti preoccupati dal progetto aziendale. Genchi: “Verificheremo il rispetto di tutte le prescrizioni”.



di PIERO QUARTO
Combustione petcoke
Borgo Venusio insorge contro la Valdadige
I fumi che preoccupano i residenti
MATERA - Il petcoke fa paura. E’ la reazione che sta montando in queste ore da parte dei residenti del Borgo Venusio. La causa è il prossimo avvio da parte dell’azienda Valdadige di un progetto di utilizzo come combustile del petcoke.
Un progetto che, dopo l’autorizzazione ambientale dell’agosto 2010, sembra essere sul pronto di partire.
Ieri doveva essere il giorno fatidico per l’utilizzo di petcoke da parte della Valdadige. Almeno questa era la voce che aveva preoccupato i residenti e a cui è seguito un rinvio, pare tecnico, di qualche giorno per applicare al meglio il progetto.
I residenti però sono fortemente allarmati anche perchè poco convinti da quanto hanno letto nell’autorizzazione ambientale emanata dalla Regione. Una delibera del 10 agosto 2010 della giunta regionale che visti i pareri favorevoli ha dato l’autorizzazione integrata ambientale a Valdadige.
«E’ una cosa scandalosa e per la quale chiediamo sin da subito la revoca dell’autorizzazione emanata dalla Regione» spiega Mimmo Genchi residente di Venusio conosciuto anche per il suo impegno politico, «andremo a verificare nel dettaglio il contenuto ed il rispetto di tutte quante le prescrizioni che sono contenute all’interno dell’autorizzazione e procederemo anche a fare un esposto alla Procura della Repubblica su questi fatti.
La cosa che mi pare di maggiore impatto anche in prima battuta è il fatto che esiste una tabella che sintetizza tutti gli elementi nel raggio di un chilometro e si dice che in realtà non ci siano case di abitazione civile. Io abito a circa 600 metri da quell’azienda e conto vicino a me nel borgo vecchio di Venusio almeno una dozzina di famiglie con figli anche piccoli che sono nella stessa situazione.
Devo poi anche aggiungere che nel raggio di un chilometro ci sono nuove abitazioni residenziali ed anche una parte del borgo nuovo.
Non riesco pertanto a capire come è possibile che si possa arrivare ad una decisione del genere senza aver completato nemmeno una semplice verifica territoriale come questa che con i mezzi di oggi mi pare anche molto semplice da poter svolgere». Genchi aggiunge ancora senza accennare assolutamente a fermarsi: «trovo poi oltremodo grave che vi possa essere una conferenza di servizi che dia un’autorizzazione con parere favorevole di Regione, Provincia e Comune su una cosa del genere che può creare problemi a persone che si trovano nel raggio di un chilometro».
Magra la consolazione a cui arriva Genchi anche da ex consigliere comunale ricordando che «oramai a tutela dei territori sono rimasti solamente i cittadini e nessun altro.
Bisognerà nelle prossime settimane chiarire immediatamente quest’incongruenza ed arrivare a verificare nel dettaglio ciascuna delle prescrizioni Aia che sono contenuto in quel documento». In questi ultimi giorni la preoccupazione dei cittadini è cresciuta tanto che ieri mattina era stata paventata, e poi rinviata, una sorta di manifestazione di protesta nell’ottica di un avvio del progetto di utilizzo del petcoke da parte dell’azienda.
In una posizione diversa ma di sostanziale attesa anche a garanzia del proprio lavoro sono anche i 64 dipendenti della Valdadige in cassa integrazione straordinaria dal dicembre scorso per i prossimi dodici mesi e per i quali è stato chiesto a livello sindacale il massimo delle sicurezze rispetto all’approvazione e la realizzazione del progetto. «Prendendo atto dell’autorizzazione ma anche della necessità che ci siano tutti i quanti i via libera e i permessi necessari per poter procedere con il progetto messo in campo dall’azienda» dicono fonti sindacali. Anche in questo caso vi sarebbe grande attenzione nei diversi passaggi che verranno posti in essere.
La questione che si sta trascinando da non poco tempo visto che l’autorizzazione risale al 2010 sembra essere oramai arrivata ad un punto di svolta. Valdadige sembra pronta a partire con l’utilizzo del petcoke ma in realtà la preoccupazione dei residenti è al massimo.
«Case, famiglie e bambini ed un intero borgo sono preoccupati per questo tipo di iniziativa» conclude Mimmo Genchi.

A fine luglio 2010 i pareri favorevoli nel corso della conferenza di servizi
Questi alcuni passaggi dell’autorizzazione di agosto 2010 che dà il via libera al progetto di Valdadige da parte del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata che ha effettuato l’istruttoria sulla richiesta che era stata avanzata da parte dell’azienda..
«L’Azienda ha in progetto l’impiego del “pet-coke” sia nell’impasto che per uso combustibile.
Si ribadisce che durante lo scarico del pet-coke sarà attivo un impianto di aspirazione ed abbattimento delle polveri che si possono generare durante questa fase, che confluisce nel punto di emissione E5».
«Aggiungere una minima quantità di pet-coke nell’impasto permette di velocizzare il ciclo di cottura: la combustione di tale materiale all’interno del prodotto, infatti, consente a quest’ultimo di raggiungere più rapidamente ed efficacemente le temperature di cottura.
Quanto all’utilizzo come combustibile del coke da petrolio con un contenuto in zolfo non superiore al 1% in massa, la ditta ritiene economicamente vantaggiosa tale possibilità.
E’ possibile utilizzare come combustibile il coke da petrolio con un contenuto in zolfo non superiore al 6% in massa  “negli impianti in cui durante il processo produttivo i composti dello zolfo siano fissati o combinati in percentuale non inferiore al 60% con il prodotto ottenuto”.
L’aggiunta nell’impasto di una minima percentuale di pet-coke, inoltre, non solo permette di velocizzare i tempi di cottura, ma anche di limitare le emissioni degli ossidi di zolfo.
Infine la posizione all’interno del forno di cottura dei bruciatori a metano a monte di quelli che utilizzano il combustibile solido (attualmente antracite, ma pet-coke nelle intenzioni della ditta) è, secondo il proponente, strategica perché consente di abbattere gli eventuali residui incombusti del combustibile solido».
Infine il dato sulla conferenza di servizi per acquisire i pareri sul progetto in questione si è svolta presso il Dipartimento Ambiente, Territorio, Politiche della Sostenibilità della Regione Basilicata.
Il 29 luglio 2010 hanno dato parere la Provincia di Matera – Ufficio Ambiente, che ha espresso parere favorevole, l’azienda Sanitaria di Matera che ha espresso parere favorevole, il  Comune di Matera del settore Urbanistica, che ha espresso parere favorevole e l’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente della Basilicata (A.R.P.A.B.), che ha espresso parere favorevole, per le competenze in materia di monitoraggio ambientale».
p.quarto@luedi.it
mercoledì 29 gennaio 2014 09:15

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/722016/Combustione-petcoke--Borgo-Venusio-insorge.html


Revamping Italcementi, indagini da due anni su Lunghi e Matteazzi
Sotto inchiesta il sindaco di Monselice e l'ex presidente del Parco Colli. Perché c'è stato un cambio di atteggiamento? I carabinieri evidenziano le anomalie ma la Procura chiede l’archiviazione. Il Comitato “E noi?” si oppone perché vuole che sia celebrato il processo

di Francesca Segato

  • Il progetto fallito e i fronti contrapposti a Monselice
    Il progetto della Italcementi per l'impianto di Monselice
    La storia Primo forno in funzione nel 1959
    Il sindaco: "Monselice messa ko da ambientalisti e giudici"
MONSELICE. La Procura della Repubblica di Padova ha messo sotto inchiesta il sindaco Francesco Lunghi e la ex presidente del Parco Colli Euganei, Chiara Matteazzi, per la vicenda del revamping. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Federica Baccaglini ha tirato le somme di un’indagine durata due anni, con l’utilizzo anche di intercettazioni telefoniche, appostamenti e pedinamenti. Indagine che ha visto impegnati i carabinieri della squadra di Polizia giudiziaria della Procura e quelli del Nucleo operativo ecologico di Venezia. I reati ipotizzati erano abuso d’ufficio, falso ideologico, falso materiale, corruzione per atto d’ufficio, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio. Il tutto nell’ambito del braccio di ferro politico-amministrativo per giungere al via libera al revamping di Italcementi.
La richiesta di archiviazione e i dubbi. Il sostituto procuratore Baccaglini il 20 dicembre scorso ha però chiesto l’archiviazione, ritenendo che gli elementi emersi, pur mostrando, in particolare per la Matteazzi, «comportamenti non del tutto chiari in rapporto alla qualifica pubblica dalla stessa ricoperta», non siano comunque tali da consentire di esercitare l’azione penale. Contro la richiesta di archiviazione ha presentato atto di opposizione il comitato “E Noi?”, presieduto da Silvia Mazzetto e rappresentato dall’avvocato Maria Pia Rizzo.
L’indagine. Di «gravi violazioni di legge» poste in essere da Comune di Monselice, Parco Colli, Provincia di Padova e Soprintendenza per i Beni Architettonici, per garantire l’approvazione del revamping, parlano i carabinieri del Noe di Venezia. Anche il Tar Veneto, con il provvedimento del 9 maggio 2012, chiedeva del resto di verificare se sussistessero gli estremi dell’abuso d’ufficio. Come sottolinea lo stesso pubblico ministero nella richiesta di archiviazione, i carabinieri del Noe «avevano già evidenziato… alcuni profili di antigiuridicità della condotta degli amministratori pubblici a vario titolo interessati e coinvolti nella vicenda, sottolineando come, ad un certo punto, vi fosse stato, non solo in seno al Comune di Monselice ma anche in capo all’Ente Parco Colli e alla Soprintendenza… un cambio di atteggiamento nei confronti del progetto di revamping».
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L’ipotesi di corruzione. Ancora i carabinieri sottolineavano come «tale “ripensamento” si affiancasse a situazioni di favore (compensi, incarichi…) elargiti a amministratori, dipendenti, a vario titolo operanti all’interno degli enti interessati, ciò che portava fondatamente a ritenere la sussistenza del reato di corruzione». Il pm riporta anche alcuni esempi delle risultanze emerse dalle indagini. Un caso è quello di Luca Callegaro, sindaco di Arquà Petrarca: «Da sempre contrario al progetto, aveva poi mutato opinione; risulta che abbia ricevuto il 21/10/2011, con determina 803 del Comune di Monselice, l’incarico per la realizzazione di interventi per la sicurezza stradale dell’importo di euro 430.000, dei quali 12.480 assegnati alla progettazione e quindi al raggruppamento di professionisti che li avrebbero realizzati, rappresentati dallo stesso Callegaro».
Ancora, i consiglieri dichiaratisi contrari al revamping «venivano di volta in volta sostituiti», mentre alcuni,Tiziano Montecchio e Andrea Basso, «ricevuti degli incarichi fiduciari da parte del sindaco, si pronunciavano, rispettivamente a favore e astenuto». Il pm cita anche Gianni Mamprin, vicesindaco: «In contatto con le dirigenze aziendali delle cementerie, si rivolgeva alle stesse per richiedere e sollecitare sponsorizzazioni per le varie attività promosse dall’amministrazione comunale con le associazioni locali (feste Pro loco, manifestazioni della Giostra della Rocca…)». Fondi, sottolinea il pm, che il vicesindaco ha raccolto anche per concerti e manifestazioni: «E buona parte dei fondi proviene da Italcementi».
Lunghi invece si era schierato apertamente dalla parte di Italcementi fin dai volantini elettorali. Mentre la Matteazzi si era discostata dal parere contrario della Commissione tecnica del Parco, dando il suo benestare al revamping. La stessa Matteazzi, ricorda il pm, oltre che dipendente del comune di Loreggia lo era anche del ministero dei Beni culturali, e quindi molto legata a Ugo Soragni, il Soprintendente che a sua volta diede il via libera al revamping (contro un primo parere istruttorio della Soprintendenza). Dalle intercettazioni telefoniche, la donna appare «molto attenta nell’uso del telefono tanto che sovente tace informazioni reputate sensibili rimandandole a incontri di persona». Incontri avvenuti con dirigenti di Italcementi come Edoardo Giudice andrea, il promotore del revamping. Un altro filone di indagine riguarda la nomina a capo ufficio tecnico di Monselice dell’ingegner Mario Raniolo: un concorso, secondo l’accusa, pilotato perché fosse proprio lui a occuparsi del revamping.
L'area del Revamping a Monselice.
http://mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2014/01/22/news/indagini-da-due-anni-su-lunghi-e-matteazzi-1.8516978

ITALCEMENTI SOPRALLUOGHI ARPA 2009 NON E' STATA PRESENTATA ISTANZA A.I.A. VEDI 693 OBBLIGO REVAMPING PAG 4

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